July da continuare

A via dei Gelsi si camminava al buio di notte, non c’erano lampioni, non passavano macchine, le coppiette si appartavano furtive su una panchina, dietro qualche cespuglio. Percorrevo quella stradina quasi tutte le sere, dopo aver fatto la spesa. La bicicletta la sentivo pesante, perché era un po’ in salita, e le buste di certo non mi aiutavano nell’impresa, ma a piedi procedevo lentamente, respirando piano e lasciando correre solo la mia immaginazione. Mi sentivo bene, era un periodo sereno, avevo ripreso a leggere, a scrivere, ad ascoltare musica e i grilli nella mia testa avevano traslocato. Pensavo a quanto fosse buio il mondo nel medioevo, e di come l’uomo fosse misura egli stesso dello spazio e del tempo. Mi sentivo anch’io così: come un viandante con bisaccia e bordone, camminare su un sentiero sconosciuto, o forse come un pellegrino alla ricerca della fede. Quale fede? L’avevo rinchiusa in un sottoscala umido, dove non riesci ad arrivare alla fine, perché il muro te lo impedisce, io tento almeno di toccarla, ma le pareti mi sovrastano e torno indietro fino ad uscire dalla porta di quel ripostiglio, dove ho accantonato la fede, l’amore, il sesso, la solitudine, la disperazione, l’ansia, la paura e la morte. A turno qualcuno scappa e mi cattura, ma io riesco sempre a rinchiuderlo di nuovo lì dentro, a volte, mi capita di lasciare la porta socchiusa, altre volte la chiudo a doppia mandata.

Ho deciso di uscire stasera, apro la porta di casa mi avvio in cucina per posare la spesa, do da mangiare ai pesciolini, annaffio le piantine sul davanzale, mangio un biscotto, già si sentono le cicale, Mrs Maude mi saluta dal giardino, chissà che stanno combinando quei due matti, quasi quasi mi faccio dare un po’ di erba, ma no, ho voglia di alcol stasera e so già con chi bere. Sbrigo in fretta alcune faccende in cucina e scatto di sopra, apro l’armadio: tacchi, minigonna e camicetta di jeans aderente, andata. Poggio sul letto i vestiti, scelgo anche un reggiseno blu trasparente in pizzo con mutandine coordinate. Mi butto sotto la doccia, l’acqua calda mi dà un timido cenno del calore delle ore successive, crema al pathouli, mi piastro i capelli, poco trucco, già sono abbronzata, metto solo il rossetto rosso e un po’ di mascara, prendo la macchina, vado i paese, ti vedo poco lontano che chiudi il negozio, scendo dalla macchina, chiudo lo sportello, mi siedo sul cofano, gambe accavallate, capelli lunghi sciolti di lato, ti faccio il segno della pace e ti sorrido, tu abbassi lo sguardo, pensi io sia incorreggibile, e lo so, l’ultima volta avevamo litigato, avevo sbattuto la porta, ti avevo detto le peggiori mostruosità della terra mentre eri seduto sul letto con la testa fra le mani e in lacrime

– Beviamo

– Come stai?

– Bene, ho voglia di bere, sei stanco?

– Ti ho scritto, non mi hai risposto

– Lasciamo stare erano giorni no, vino? Da te?

– Oggi stai bene? Sei diversa, e mi hai cercato, Fiamma quanti alti e bassi. Dovrei dirti di no

– Mi sento sola, stai con me stasera, dai, ti chiedo scusa, sono una stronza egoista, tu puoi scopare con chi vuoi lo sai, non ti metto freni, ma voglio un po’ di compagnia, e faccio cose strane quando sto così, ti conosco, mi fido, sei il mio approdo sicuro.

Gli accarezzavo le guance, era caldo per via del forno, profumava di pane, le mani ruvide, la barba accennata, gli occhi stanchi, le labbra morbide che mi sussurravano desiderio. Quel pomo di Adamo, non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel punto. Volevo farlo felice, farlo godere, volevo rendermi inconsciamente indispensabile per lui.

Quante parole, perché? Dobbiamo combattere con giorni buoni e con giorni cattivi, sono depressa, come nelle migliori delle dipendenze sono felice quando mi faccio, quando mi faccio di te, Panettiere. Mi accendo una sigaretta.

– Si sta bene in questa vineria.

– Ti sei fatta anche il proprietario?

– Non ricominciare, tu ti sei fatto la cameriera, ti sei fatto chiunque su quest’isola, faccio storie, io?

Dai caruggi isolani, le persone affollavano lungomare Battellieri, le belle facciate settecentesche mi ispiravano sicurezza, dopotutto stavano lì da molto tempo, non erano crollate e non si erano rovinate, forse l’intonaco era un po’ sbiadito, ma reggevano e mostravano tutta la loro bellezza, ma allora, perché io mi sentivo erosa dal mare e dalla salsedine? Mi toccavo la pelle e sentivo solo il sale, e non vedevo l’ora di buttarmi addosso dell’acqua dolce.

E se venisse la peste o il vaiolo a seppellirci? Ci hai pensato? Ride. Avevo caldo, mi sbottono la camicetta , mentre bevo il vino.

– Quando hai voglia di fare l’amore sei irresistibile, è un rituale di accoppiamento il tuo.

– Perché non scivoli sotto il tavolino?

– Perché c’è gente

– Hai vergogna?

– Te la leccai anche al cinema, se per questo, eravamo all’ultima fila e davano un film iraniano, non mi provocare.

– Il Cerchio, mi ricordo, quanti anni avevo?

– Diciassette

– E tu ventisette, vecchio!

– Adesso ne abbiamo 34 tu e 44 io e facciamo le stesse identiche cose, ogni estate

– Tu hai una mogliettina e una figlia.

– Tu vai in Uttar Pradesh ogni anno

– Ti porto sempre un poster di Bollywood

– Perché non hai fatto un figlio?

– Con chi, Panettiere, con te? Mi facesti abortire, non ti ricordi?

– Eri d’accordo anche tu

– Ti prego, versami il vino e stai zitto

Mi accendo un’altra sigaretta, prendo un’altra bottiglia di vino, stanno uscendo tutti dal ripostiglio, non riesco a fermarli, spingo la porta con tutto il peso del corpo, non mi aiuti. Riesco a controllarmi, non sei in prigione Fiamma, puoi sempre andare a Varanasi.

– Andiamo a casa, dai

– La tua? Panettiere? Mogliettina e figlia non ci sono, eppure non mi fai mai salire, mi fai pena

– Mi hai cercato tu, non volevi scopare?

– Sì

Panettiere guida la mia macchina, aveva bevuto un bel po’ anche lui, io cercavo solo di respirare lentamente, stanno rientrando tutti, bene. Respiro a bocca aperta, faccio entrare aria nello stomaco. Maestrale, Scirocco, tu non sarai mai preda dei venti. Panettiere, inizia a baciarmi in macchina, mi mette una mano tra le cosce, apre la camicetta, succhia il capezzolo sinistro, c’è troppa lingua, troppa saliva, non così, più piano.

– Devo fare la scorta per l’inverno, Fiamma, stai buona.

Entriamo in casa, accendo qualche candela, apro un’altra bottiglia, accenno qualche danza, sei seduto, ti sbottoni i jeans, mi tolgo le scarpe, mi abbasso la minigonna, mi sbottono la camicia, resto in mutande e reggiseno e bevo dalla bottiglia.

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Moi in july

June II

Con Yannick avevamo deciso di prenderci una pausa, dopo il viaggio a Salonicco avevo realizzato di quanto fosse superficiale e banale, di quanto fosse così bravo a letto, ma così vuoto, come una scatola tutta infiocchettata con dentro solo paglia, come un enorme palloncino pieno di elio, come un pensiero geniale che non trova risoluzione nel pratico. Ennesima delusione, tanto poi ci ricasco, vita permettendo. I miei no, non sono mai definitivi, sono terapeutici, come i rituali che ti danno sicurezza, le azioni previste e la camomilla delle 23, come l’acqua che ha raggiunto l’ebollizione e deve raffreddarsi e come la dieta detox del lunedì, dopo l’abbuffata della domenica. In una relazione devo arrivare al clou per troncarla, ne devo rimanere oltre poco disgustata per rifletterci su e tirare le somme. Devo dire che mi mancano quei pomeriggi al museo archeologico di Atene, darci appuntamento a rue Oktovriou, sederci in un kafeneio e baciarci fino allo sfinimento. Ho idealizzato Yannick come un mito greco, un mito della creazione, senza di lui non avevo identità, funzionavo solo con lui. Ho impiegato tanto tempo per eliminare quel sapore, il sapore di quelle sere estive e calde di Monastiraki, a casa mia. rincorrerci tra le statue, sfiorarci per provare quel brivido e finire a letto insieme, tutta la notte e con te tra le mie cosce, senza tregua. Mi dicevi che ero splendida come una luna accecante, come un’alba araba, come la mezzaluna fertile in un temporale estivo, rido ancora con te, che ti metti in testa i miei lunghi capelli neri, che mi metti le dita nel naso, che mi prendi in giro, che parli greco e non ti capisco. Ora, che riesco a pensare meglio, rivoglio quel periodo, perché è mio, perché mi appartiene, perché è di mia proprietà. perché è sospeso su uno scoglio in mezzo lo spazio, no, non sei stato una meteora nel mio universo, semmai lo sono stata io. Io a te mi sono aggrappata in tutti i sensi, con te funzionavo come donna, come amante, come compagna, come amica. Ricordo di come ero timida, di come non sapevo ancora modulare il piacere secondo i miei ritmi, ero acerba e incolta. No, non mi hai insegnato nulla, ho appreso da me e sono stanca del politically correct e delle zone franche, dei convenevoli, delle frasi fatte o delle cose non dette, voglio urlare e arrabbiarmi, sì, con quelli che fanno i discorsi razzisti, con quelle donne che non parteggiano per le donne, con le ingiustizie, con il groppo in gola che non va giù, con la voce roca per la rabbia. Ho bisogno di rabbia e di libertà, di correre e piangere, perché siamo chiusi in gabbia, perché giriamo in cerchio, perché il solco scavato è troppo profondo e mangio terra e fango e polvere. Mi sento prigioniera dell’ovvietà e dei luoghi comuni, è come guardare un film e conoscere già il finale, è come un déjà perpetuo, all’improvviso cado, gettandomi pesantemente sul palco, come faceva Jim, all’improvviso mi fingo cieca, provo fastidio, misantropia, orrore, delusione e rabbia, tanta, tanta rabbia che mi rincorre, mi afferra, a volte mi lascia in pace, ma poi ritorno e io devo fare qualcosa, poi arriva la pioggia, che lava via tutto, ritornano il sole e poi le nuvole. Odio i lamenti, i piagnistei, le colpe e i rimorsi. Non ho un cazzo di rimorso, io. Ho corso nel deserto e ho vinto, mi sono svegliata dal sonno senza baci, la paura è sempre lì, come la solitudine e l’ansia, ma fanno parte della giuria e io le accetto di buon grado e sorrido al giudice. Sono nata il giorno di San Martino e dell’estate indiana, dell’inverno caldo e della luce particolare. Basta, troppi pensieri. Mi scolo la boccetta dei fiori di Bach e altre cazzate New Age, accendo la lampada al sale e mi faccio i tarocchi. La verità è che voglio una cazzo di bambola Voodoo che ti trascini da me, voglio che arrivi in ginocchio, implorandomi di sedermi sulla tua faccia, voglio tirarti i capelli e tu mi lasci fare tutto, senza freni, senza tempo, senza regole, perché siamo immortali e perché siamo infiniti.

viviennelanuit©

I am always waiting for the sun