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July da continuare

A via dei Gelsi si camminava al buio di notte, non c’erano lampioni, non passavano macchine, le coppiette si appartavano furtive su una panchina, dietro qualche cespuglio. Percorrevo quella stradina quasi tutte le sere, dopo aver fatto la spesa. La bicicletta la sentivo pesante, perché era un po’ in salita, e le buste di certo non mi aiutavano nell’impresa, ma a piedi procedevo lentamente, respirando piano e lasciando correre solo la mia immaginazione. Mi sentivo bene, era un periodo sereno, avevo ripreso a leggere, a scrivere, ad ascoltare musica e i grilli nella mia testa avevano traslocato. Pensavo a quanto fosse buio il mondo nel medioevo, e di come l’uomo fosse misura egli stesso dello spazio e del tempo. Mi sentivo anch’io così: come un viandante con bisaccia e bordone, camminare su un sentiero sconosciuto, o forse come un pellegrino alla ricerca della fede. Quale fede? L’avevo rinchiusa in un sottoscala umido, dove non riesci ad arrivare alla fine, perché il muro te lo impedisce, io tento almeno di toccarla, ma le pareti mi sovrastano e torno indietro fino ad uscire dalla porta di quel ripostiglio, dove ho accantonato la fede, l’amore, il sesso, la solitudine, la disperazione, l’ansia, la paura e la morte. A turno qualcuno scappa e mi cattura, ma io riesco sempre a rinchiuderlo di nuovo lì dentro, a volte, mi capita di lasciare la porta socchiusa, altre volte la chiudo a doppia mandata.

Ho deciso di uscire stasera, apro la porta di casa mi avvio in cucina per posare la spesa, do da mangiare ai pesciolini, annaffio le piantine sul davanzale, mangio un biscotto, già si sentono le cicale, Mrs Maude mi saluta dal giardino, chissà che stanno combinando quei due matti, quasi quasi mi faccio dare un po’ di erba, ma no, ho voglia di alcol stasera e so già con chi bere. Sbrigo in fretta alcune faccende in cucina e scatto di sopra, apro l’armadio: tacchi, minigonna e camicetta di jeans aderente, andata. Poggio sul letto i vestiti, scelgo anche un reggiseno blu trasparente in pizzo con mutandine coordinate. Mi butto sotto la doccia, l’acqua calda mi dà un timido cenno del calore delle ore successive, crema al pathouli, mi piastro i capelli, poco trucco, già sono abbronzata, metto solo il rossetto rosso e un po’ di mascara, prendo la macchina, vado i paese, ti vedo poco lontano che chiudi il negozio, scendo dalla macchina, chiudo lo sportello, mi siedo sul cofano, gambe accavallate, capelli lunghi sciolti di lato, ti faccio il segno della pace e ti sorrido, tu abbassi lo sguardo, pensi io sia incorreggibile, e lo so, l’ultima volta avevamo litigato, avevo sbattuto la porta, ti avevo detto le peggiori mostruosità della terra mentre eri seduto sul letto con la testa fra le mani e in lacrime

– Beviamo

– Come stai?

– Bene, ho voglia di bere, sei stanco?

– Ti ho scritto, non mi hai risposto

– Lasciamo stare erano giorni no, vino? Da te?

– Oggi stai bene? Sei diversa, e mi hai cercato, Fiamma quanti alti e bassi. Dovrei dirti di no

– Mi sento sola, stai con me stasera, dai, ti chiedo scusa, sono una stronza egoista, tu puoi scopare con chi vuoi lo sai, non ti metto freni, ma voglio un po’ di compagnia, e faccio cose strane quando sto così, ti conosco, mi fido, sei il mio approdo sicuro.

Gli accarezzavo le guance, era caldo per via del forno, profumava di pane, le mani ruvide, la barba accennata, gli occhi stanchi, le labbra morbide che mi sussurravano desiderio. Quel pomo di Adamo, non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel punto. Volevo farlo felice, farlo godere, volevo rendermi inconsciamente indispensabile per lui.

Quante parole, perché? Dobbiamo combattere con giorni buoni e con giorni cattivi, sono depressa, come nelle migliori delle dipendenze sono felice quando mi faccio, quando mi faccio di te, Panettiere. Mi accendo una sigaretta.

– Si sta bene in questa vineria.

– Ti sei fatta anche il proprietario?

– Non ricominciare, tu ti sei fatto la cameriera, ti sei fatto chiunque su quest’isola, faccio storie, io?

Dai caruggi isolani, le persone affollavano lungomare Battellieri, le belle facciate settecentesche mi ispiravano sicurezza, dopotutto stavano lì da molto tempo, non erano crollate e non si erano rovinate, forse l’intonaco era un po’ sbiadito, ma reggevano e mostravano tutta la loro bellezza, ma allora, perché io mi sentivo erosa dal mare e dalla salsedine? Mi toccavo la pelle e sentivo solo il sale, e non vedevo l’ora di buttarmi addosso dell’acqua dolce.

E se venisse la peste o il vaiolo a seppellirci? Ci hai pensato? Ride. Avevo caldo, mi sbottono la camicetta , mentre bevo il vino.

– Quando hai voglia di fare l’amore sei irresistibile, è un rituale di accoppiamento il tuo.

– Perché non scivoli sotto il tavolino?

– Perché c’è gente

– Hai vergogna?

– Te la leccai anche al cinema, se per questo, eravamo all’ultima fila e davano un film iraniano, non mi provocare.

– Il Cerchio, mi ricordo, quanti anni avevo?

– Diciassette

– E tu ventisette, vecchio!

– Adesso ne abbiamo 34 tu e 44 io e facciamo le stesse identiche cose, ogni estate

– Tu hai una mogliettina e una figlia.

– Tu vai in Uttar Pradesh ogni anno

– Ti porto sempre un poster di Bollywood

– Perché non hai fatto un figlio?

– Con chi, Panettiere, con te? Mi facesti abortire, non ti ricordi?

– Eri d’accordo anche tu

– Ti prego, versami il vino e stai zitto

Mi accendo un’altra sigaretta, prendo un’altra bottiglia di vino, stanno uscendo tutti dal ripostiglio, non riesco a fermarli, spingo la porta con tutto il peso del corpo, non mi aiuti. Riesco a controllarmi, non sei in prigione Fiamma, puoi sempre andare a Varanasi.

– Andiamo a casa, dai

– La tua? Panettiere? Mogliettina e figlia non ci sono, eppure non mi fai mai salire, mi fai pena

– Mi hai cercato tu, non volevi scopare?

– Sì

Panettiere guida la mia macchina, aveva bevuto un bel po’ anche lui, io cercavo solo di respirare lentamente, stanno rientrando tutti, bene. Respiro a bocca aperta, faccio entrare aria nello stomaco. Maestrale, Scirocco, tu non sarai mai preda dei venti. Panettiere, inizia a baciarmi in macchina, mi mette una mano tra le cosce, apre la camicetta, succhia il capezzolo sinistro, c’è troppa lingua, troppa saliva, non così, più piano.

– Devo fare la scorta per l’inverno, Fiamma, stai buona.

Entriamo in casa, accendo qualche candela, apro un’altra bottiglia, accenno qualche danza, sei seduto, ti sbottoni i jeans, mi tolgo le scarpe, mi abbasso la minigonna, mi sbottono la camicia, resto in mutande e reggiseno e bevo dalla bottiglia.

viviennelanuit©

Moi in july

SPRING ON A SOLITARY BEACH

schiena

Fino a quando non vedrò alcune cose, per me non esisteranno, punto. Quindi non vedrò i capelli bianchi e le rughe, non mi renderò conto di avere qualche kiletto in più, e non mi porrò il problema se è presto o tardi per avere figli o per sposarsi. A volte guidando per strada, alzo gli occhi e vedo tanti palazzi e penso a come abbiano fatto a costruirli, quale metodo abbiano seguito, come sia possibile che vi “abitino” tante “cose e oggetti pesanti” e che, per giunta poi, non cadino! Come sono state edificate le città? I ponti? Dicesi ragionamento ingegneristico, forse? Mi piace che sia opera di qualche astruso e difficilissimo meccanismo svelato solo ad una piccolissima fetta di umanità! Non invidio per nulla i custodi di quelle verità! Dovevo cucinarmi qualcosa, mentre il vento mi importunava alla finestra, il vento voleva a tutti i costi entrare e , nonostante ci fossero tanti spifferi alla Tonnara, lui, preferiva sempre entrare con la voce grossa e fare “l’uomo di casa! Ho pensato bene di farmi una caponatina e bermi un bicchierozzo di buonissimo San Giovese, mi sono seduta sulla sedia a dondolo del patio, Mrs Maude è sempre a spolverare i suoi gatti, mi fa cenno di raggiungerla, ma oggi voglio stare per conto mio, le alzo il piatto facendole capire che sto mangiando e le mimo il gesto della nanna per dirle che dopo pranzo riposerò un pochino.
All’ultima cenetta in piedi avevo scopato con un mio vecchio amico, e dopo mi sono sentita una pezza, alla porta della mia coscienza si erano accalcati tutti i sensi di colpa, e ho fatto una faticaccia a domarli per non farli entrare, li ho dispersi, infatti, con tantissimo gas lacrimogeno. Prendere sonno sul grande lettone in ferro battuto era il non plus ultra del total relax, tirai giù la zanzariera, dalla finestra si scorgeva il mare, e intorno non c’era nulla, dietro la Tonnara solo un boschetto, dove, in un sonno eterno, se ne stava il letto di un vecchio fiume, la Tonnara era l’ultima villa, di un vialetto alberato. L’aria balsamica dei Pini D’Aleppo mi svegliò di soprassalto, e mi venne in mente Luca, e strinsi le cosce, come quando ti picchiettano il ginocchio per vedere se i tuoi sensi funzionano bene. Luca aveva questo, e altri mille poteri su di me. Mi buttai sotto la doccia in pietra collocata dietro la casa , presi il bagnoschiuma al sandalo, il mio preferito, la doccia era all’aperto e dietro di me c’era solo il bosco che mi guardava, come se mi stesse spiando dal buco della serratura. Non ne potevo più di maschere all’argilla, pediluvi ed erba cipollina, lasciai i capelli umidi, misi le scarpe da ginnastica e andai a comprare un bel gelato panna e nocciola. Camminando per il centro storico passai alla boutique di Franco, aveva creato un nuovo disegno per le cavigliere e decisi di farmi un regalo, pagai un botto, ma se li meritava tutti quegli Euro! Franco aveva fatto pratica presso uno sconosciuto maestro orafo parigino, che divenne poi il suo amante, ogni volta mi raccontava la sua triste storia d’amore, e ogni volta lo ascoltavo con rispetto e qualche lacrimuccia.
– Stavi lavorando non volevo disturbarti, sono venuta a comprarmi la cena! –
– Aspetta, il tuo turno! –
Gli sorrido maliziosamente e con fare ansiogeno, stiamo posizionati di fronte, tu davanti a me, ed io seduta sulla panca di legno, ci guardiamo con occhiate schive, veloci e ladre, siamo ladri di sguardi, ci ispezioniamo, non riesco a trovare delle imperfezioni su quel viso. Hai gli occhi verdi, la bocca piccola e una cicatrice sul labbro sinistro, i capelli di un castano chiaro e una faccia da schiaffi, sembri uno che la sa lunga: sulla vita, sull’amore e sul sesso. Non mi lascio abbindolare, ti osservo in silenzio. Inutile che mi ammicchi, e mi guardi dietro il bancone, perché tanto me ne accorgo, vedo il tuo riflesso dal vetro che mi scruta, di nascosto. Accavallo le gambe, mi scosto i capelli di lato, sai cosa ti dico: non ho più paura, non ho più paura di restare da sola, non temo più la solitudine e l’isolamento, riesco a gestire tutte le mie emozioni, non faccio più la pazza e non do i numeri, riesco concretamente a fare qualcosa di buono per la mia vita, non mi do più in pasto all’ira, non sono più vittima del “Gaslighting”, riesco a gestire tutte le situazioni con freddezza e piglio deciso, senza sofferenza, panico e crisi. Te la faccio intendere tutta la mia sicurezza. Mentre sei indaffarato tra il forno e il bancone, accavallo le gambe, sono inquieta e voglio la tua attenzione, scosto ancora i capelli di lato, che adesso sono indomabili, mi sistemo sulla scomodissima panca, portando le tette in avanti, ho una maglietta bianca, ma è trasparente e si vede il mio reggiseno a balconcino nero, col seno che fuoriesce, come piace a te. Mi reputo una bellezza che acquista punti quando è sicura e sfacciata, quando fa capire ad un uomo che vuole fare l’amore, che lo desidera, che non ha timore a chiedere, a osare, ma sono anche consapevole di inviarti segnali discreti e percepibili solo a te. Con semplicità e discrezione ti dico che ti voglio, attraverso un linguaggio del corpo, dei segni e dei profumi.
– Prego –
– Due focacce al pesto e basilico, grazie –
– La seconda è per me? Mi aspetti, che chiudo e faccio una doccia? –
– Ti aspetto a casa –
– Ti conosco, va a finire che mi lasci fuori la porta! –
– Stasera ti aspetto fuori il vialetto, per come sto…! –
Preparo un cenetta frugale, fatta di verdurine e insalata, e focacce. Il vino non manca mai, scorre lento nelle nostre vene ed ha un effetto sedante così efficace, sono molto rilassata con lui, forse perché non lo amo, forse perché lo reputo brutto, o per lo meno non bello, perché sì, alla fine, lo reputo “inferiore” e così riesco a gestirlo e ad essere una “panterona”, però poi deve esserci il romanticismo, il rispetto delle regole del corteggiamento, il rispetto delle pause, la delicatezza dei movimenti, che diventano decisi, forti e veloci quando sono io a chiederli. Sono esigente lo so, sul dare e ricevere piacere sono categorica, il sesso è orgasmo, è inclinazione al proprio carattere, è assecondare i propri desideri. Non mi piace quando il sesso è pantomima, è finzione, è atmosfera senza risoluzione. NO. Agli uomini piace ricorrere a quadretti hard per far alzare la mazza! Anche alle donne, per carità, ma diciamo pure che per noi, non è il caso di “appenderli” quei quadretti!
– Fa la cosa giusta Fiamma! –
Sembra dirmi Esserino/ Spike Lee. Non riesco più a distinguere la realtà dall’immaginazione e addirittura dagli incubi! Devi operare delle scelte, non hai più ventanni, le scelte devono essere “cool”, “azzeccate”, imperativamente “efficaci” e stimolanti, altrimenti si rischia la gogna pubblica, e, cosa peggiore di tutte, c’è il rischio di esporsi e di sembrare ridicola.
– Esporsi…già! Abbiamo tutta l’umanità che fa le stesse cose, con gli stessi intenti: sopraffare, arrivare primi, essere i migliori.
No, non voglio “attaccare la mina”, come direbbe un mio “amichetto” romano sulla decadenza dell’umanità, e sulla fenomenologia del “farsi le scarpe!, e non credo neppure di essere una santa, la verità è che mi piace vivere e amare e venire.
– Ho bisogno di te, lo sai? Ho bisogno di questa bocca, di questa lingua, di queste labbra, di questi denti –
Sono sopra di te vestita, bollente, con la pelle che brucia per via del sole del primo mattino, mi tolgo il reggiseno, la maglietta bianca “da muratore” evidenzia i miei capezzoli turgidi che subito mordi, insieme alla stoffa. Mi alzo in piedi, mi voglio spogliare davanti a te, mi tolgo gli shorts, la maglietta e le mutande, sono nuda, coperta solo dai capelli neri e dalla mia abbronzatura. Ti guardo e mi bagno, ti inginocchi e te la faccio annusare, riesci solo a darle una piccola leccata, perché ti scosti subito e ti spogli anche tu, ti aiuto sei nudo coperto solo dal tatuaggio e da quelle mani che io vedo ancora che impastano farina e acqua.
– Le tua labbra sono così rosse e questo neo di lato ne vogliamo parlare? E questi occhi neri allungati all’inverosimile, e questo culo, e la tua pelle esotica, aromatica, piccante, piena di sapore e di amore e di tepore, voglio succhiare i tuoi seni, sprofondarti tra le cosce, perdermi in te amandoti, sempre… –
Salgo sopra di te, te lo prendo in mano e lo infilo, vedo l’espressione di profonda distensione sul tuo viso scendo piano, ti riprendi improvvisamente, mi afferri il sedere, mi dici che questi siamo noi due, abbracciati, avvolti, fusi insieme, come due liquidi, un solo elisir. Le spinte le decidi tu, io ti assecondo, anche se il tuo profumo e il tuo viso mi fanno venire quasi subito, e respiro lentamente adesso per beneficiare dell’ onda lunga dell’orgasmo, e ricomincio a respirare perché avevo trattenuto il fiato, e riapro gli occhi che si erano chiusi un secondo dai tuoi. Mi tiri i capelli per stamparmi un bacio, mi dici che sono meravigliosa quando vengo, e mi fai sempre la solita domanda, banale e da canovaccio:
– Hai pensato un pochino a me? –
Come al solito non ti rispondo, ti blocchi, mi dici che vorresti prendermi a schiaffi, che non potrò continuare a comportarmi così a oltranza, che prima o poi dovrò fissare le tende, mettere i paletti e issare le vele.
– Dio mio che ansia! Ricordati che devi morire! Ma chi sei Savonarola?
Ti rollo una sigaretta, ti senti meglio, mi odi un po’ meno, ti faccio venire con la mano, velocemente, ti chiedo di venirmi sul seno e tu non ce la fai più, urli il mio nome sporcando solo te stesso.

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Vedete? C’è una croce sulla mia nuca.

HO DETTO CHE STIAMO AFFONDANDO MA LUI RIDE E MI DICE CHE VA BENE

I profumi della cucina penetravano in quella casa fredda e deserta, i profumi si spargevano a macchia d’olio, come un secchio d’acqua rovesciato a terra o come un gas lacrimogeno. Mi mancava il sapore del pane caldo, della minestra coi ceci, del vino rosso sorseggiato insieme a te, mentre facevi finta di guardarmi, facevi finta di amarmi, facevi finta perfino di esserci, nella nostra casa a strapiombo sul mare. La nostra casa: è lei la nostra voyeur, è fatta di ciondoli, suppellettili, pentole, gingilli e libri, ha il parquet tirato a lucido, i tappeti con i pavoni e tante lampade colorate, i libri stanno pure nella “salle de bain”, sì, quella dove il cesso non ci sta! Perché io sono un po’ snob, e preferisco tradurre “cesso” alla francese, per darmi un tocco shabby-chic!
– Ma la smetti Fiamma , quanto sai essere ridicola a volte! –
La nostra casa ha tante mensole piene di storie, fotografie e libroni. Uno sulla Magnum, un altro sui Rolling Stones, la band di I can’t get no, satisfaction! Non il mensile di musica rock of course! La foto mia che cammino coi Naga Baba nudi, sta all’ingresso, incorniciata, quasi come un idolo, un feticcio, e poi quasi nascosto c’è l’oggetto del moto perpetuo! Perché il tempo scorre sempre e dobbiamo sempre tenerlo a mente! I profumi ora, rendevano la casa calda e accogliente, gli odori della “preparazione” e gli “umori” dell’attesa, aumentavano la temperatura, goccioline di sudore mi cadevano nella scollatura, e il vestitino era attaccato ai miei capezzoli già turgidi. Adesso è estate e cucino un ricco cous cous vegetale, mentre tagliuzzo, impasto e bevo vino, ti sento respirare, non dici nulla, perché in realtà tu non esisti qui con me, non ci sei. Mi avevi regalato un ciondolo con uno scarabeo azzurro, mi avevi detto che portava fortuna. Perché? Ne avevo bisogno? Forse sì, dopotutto lì, in quella Tonnara malefica avevo bisogno di un po’di culo, adesso che non c’eri più.
In quel pomeriggio di pioggerella estiva, Fiamma avrebbe potuto scrivere tante cose. Avrebbe potuto scrivere di tutto, avrebbe parlato della Tonnara, di Luca, della sua lenta e molle vita, ma restò in silenzio a cucinare, restò in silenzio a pensare, non disse una parola. Fiamma voleva solo le sue mani, voleva solo il suo respiro su di lei, voleva solo sentire il suo battito aumentare, voleva solo lui, solo Luca.
Sapevo di voler ritornare alle origini, alla natura e a quell’erotismo bucolico che avevamo assaporato insieme, ma quando tornasti da Roma e mi prendesti sul prato del nostro giardino, era già tutto finito, io avevo ancora il grembiule della cucina e le pantofole, ma tu non resistevi, mi corresti incontro, mi stringesti le guance, avvicinandole per un bacio che non mi desti mai, mi mettesti una mano sulla fronte, con le dita che scivolarono subito sulla testa e tra i capelli, come una morsa, una tenaglia, un braccio meccanico che mi spinse giù, e che poi tirasti su, di fretta e furia, mi sentivo un burattino inerme, che elemosinava le movenze corrette, tu stavi su un altro pianeta, mi girasti quasi subito, mi adagiasti su quell’erba umida, ecco! Quel che restava di quella giornata “spesa” ad aspettarti alla finestra.
Voglio essere lucida, come lo specchio che ho di fronte, chiara come l’acqua che ti dono ogni volta, limpida come i pensieri del mattino, quando tu sei accanto a me. Ma non ci riesco, tu, adesso, sei solo frustrazione, assenza e solitudine. Scendo in paese a comprare delle focacce calde, lo sai, lo sai che il panettiere vuole portarmi a letto, ma te ne sei fregato, mi hai lasciato da sola, con il tuo profumo stampato sulla pelle, sola nel silenzio di quella casa e di quell’isola, governata dai tonni e dal pesto al basilico. Prendo la bicicletta, respiro il vento del mare, che tira dalla spiaggia della Bobba fino alle mie narici, è il tramonto. Mi sono detta che stiamo affondando, ma tu mi hai riso in faccia, mi sono detta che ci stiamo polverizzando, ma tu hai risposto dicendomi di quanto fossi teatrale, e che dovevo darci un taglio.
Mi sono appena fatta una doccia, sapevo di cipolla e curcuma e non volevo presentarmi a lui come una pietanza da cuocere o quasi! I miei shorts di jeans e la mia maglietta scollata volevano dirgli quanto fossi sexy, o per lo meno tentavano di comunicarglielo. Alla fine mi sentivo semplicemente sola e volevo un po’ di compagnia, poco importa se ai piedi avevo le Mephisto ed ero senza trucco, ma sotto sotto sapevo che non poteva resistermi, sapevo che avrebbe annusato i miei capelli lunghi fino al sedere, capelli neri, che avrei sciolto per lui, come in una danza rituale o come un siparietto improvvisato, sapevo che avrebbe gustato l’odore etereo dell’Eau de Rochas, sapevo che ci saremmo amati sul retro del negozio, mentre i clienti facevano la fila per taralli e panini caldi, sapevo che mi avresti chiesto di lui, del fatto che mi avesse lasciato da sola per l’ennesima volta, e che tu non lo avresti mai fatto, che mi avresti sposata con l’abito bianco, i confetti e le bomboniere, ma io adesso volevo solo che tu, panettiere isolano, facessi l’amore con me, perché mi conoscevi da quando avevo quindici anni, perché mi conoscevi nei miei periodi rosa e nei miei periodi neri, perché avevamo fatto il bagno a mezzanotte, perché mi avevi visto piangere e mi avevi abbracciata, perché da te volevo solo questo: protezione, amore, carezze, lingua, volevo solo che mi facessi venire velocemente, senza se e senza ma, senza un oggi e senza un domani, volevo venire respirando quell’aria famigliare, accogliente, volevo venire toccando i tuoi bicipiti caldi di forno e la tua pelle che profumava di farina doppio zero e lievito. Ti chiesi di venirmi dentro, perché ti eccitava quando te lo sussurravo all’orecchio, e sapevo che mi avresti sempre aspettata in quel retro bottega umido e rumoroso.
– Non ti sembra che sia un pensiero troppo audace forse? Frena Fiamma chi ti credi di essere, adesso riprendi la bici e vattene!
Era sera, lui le chiese di restare, ma lei preferì tornarsene alla Tonnara da sola, guardando solo la strada che era sempre davanti a lei, solo un po’ più buia.
Quando camminava su quel sentiero che dal paese portava alla Tonnara, Fiamma si sentiva rinata. Era un po’ in salita e, anche se la bicicletta si faceva sentire, lei non accusava il fiatone e tirava dritta, protetta dalla mano del vento che le accarezzava i capelli lunghi e neri e che la rassicurava alitandogli all’orecchio che andava tutto bene e che non doveva sentirsi in colpa e che non doveva avere rimorsi. Così, Fiamma tornava a casa, respirando a pieni polmoni il profumo del Limonio greco e delle Seseli di Padre Bocconi che, dalle Falesie di Capo Sandalo, il maestrale spingeva verso casa. Il mirto e il rosmarino tenevano per mano il vento, e così, insieme, in un abbraccio corale la proteggevano confondendosi con il profumo della sua pelle, che emanava ancora farina, lievito e pane, Fiamma sul viso aveva ancora stampato un sorriso a cinquantacinque denti!
– Eh già! Sarà stata colpa del panettiere e del suo “personalissimo” modo di impastare le tue carni!–
Esserino era dotato di una verve e di una perspicacia che la facevano rabbrividire a volte!
Quando tornava a casa canticchiava sempre Battiato, ora, sul perché le venisse in mente Battiato quando rientrava a casa non se l’era mai riuscito a spiegare! Sarà stata la Prospettiva Nevsij della strada forse!
– Ma se era una via sterrata? – Fiamma comunque era capace di cantarsi “la voce del padrone!” Tutto d’un fiato!
Passò davanti la casa dei vicini detta anche “la gattara” per via delle statuine di gatti sornioni e biricchini che la sovrastavano, salutò il solito “gattone” che era appollaiato alla finestra tipo Buddha. I proprietari erano due ex freakettoni, ormai architetti pensionati, avevano lavorato con Arata Isozaki, e del Giappone avevano ereditato il rito del tè e il ricordo di centinaia di gatti dell’ isola di Aoshima, un ricordo che, ahimé però, li aveva trasformati in argilla, gesso e marmi colorati, non loro, i gatti! Anche se Fiamma nutriva seri dubbi sul fatto che appartenessero o meno a questo sistema solare! A volte la rifornivano di erba, forse era un tantino forte.
– Però, porca miseria quanto era buona! –
La coltivavano dentro un vaso di terracotta, era una piantina piccola piccola, ma si dava da fare, e anche lì c’era un bel gatto posto a fare la guardia! Dopo, ti sentivi in pace col mondo, e lei da lontano riusciva perfino a vedere il cinghiale bianco che le sorrideva, insieme ai gatti, alle pagode e alle lampade cinesi! – Forse hai fatto un po’ di confusione! –
Una sera cenarono insieme sotto il patìo di legno, al quale si accedeva seguendo le indicazioni di una serie di micini buffi e simpatici posti tutti in fila. Un gatto vestito da usciere apriva un portoncino di legno, stile “vecchia Baviera”, saranno stati pure architetti di grido, ma agli occhi di Fiamma sembravano due tizi che si facevano le gite col CRAL! In ogni modo si sentiva tanto Alice che faceva visita al Cappellaio Matto! Luci soffuse, una tavola imbandita, erano tutti scalzi, alcuni erano già “partiti”, lei invece aveva passato tutta la giornata a stirare e a fare pulizie, non aveva risposto ai messaggi del panettiere, e aveva allontanato più volte la minaccia di una sua possibile “irruzione” alla Tonnara. Si sentiva sola as usual, e aveva voglia di cantare a squarciagola canzoni di Battisti e Baglioni, era inquieta e frenetica, insomma stava “su di giri” di nuovo!
Carola l’ aveva telefonata, avrebbe preso l’aereo per Cagliari lunedì.
– Ma dico io in “culonia” devi passare le vacanze tu? Vienimi a prendere all’aeroporto mi raccomando! – La principessa-(le-sarebbe-piaciuto)-sul-pisello non poteva farsi certo un ora e undici minuti di macchina, eh no! Pensò, allontanando il telefono dall’orecchio e scimmiottandole una linguaccia. Quindi lunedì sarebbe venuta Carola, doveva solo sopravvivere al week-end, per questo accettò ben volentieri l’invito di Harold & Maude, ah pardon! Lei era più grande di dieci anni! Ok non badate, ho esagerato col riferimento! Dopotutto aveva solo sessantadue anni la sua vicina!
Per la serata aveva scelto, un vestito in pizzo di San Gallo che esaltava l’abbronzatura, e le cui “prese d’aria” lasciavano intuire che non indossava né reggiseno e né mutande!
– Troietta all’arrembàggio! Cosa direbbe Luca, ma cazzo te lo sei mai chiesto? –
– Se avesse detto qualcosa non sarei così Esserino! Quindi sloggia che non ho tempo! –
Glielo disse mentre si spruzzava la sua Eau de Rochas! Ecco fatto, giusto in tempo per un po’ di smalto rouge sulle unghie e per allacciarsi la fibbietta dei suoi sandali Albano. Lasciò i capelli sciolti, aveva ancora bisogno della mano protettiva del vento che glieli accarezzava, e mise un filo di rossetto anch’esso red. Sapeva di vaniglia forse per via della crostata che fece il pomeriggio! Seguendo i gatti, entrò in un mondo parallelo dalle normali convinzioni comuni approvate!
– Eh Fiamma con due ex-hippie cosa volevi aspettarti i tortellini della domenica?-
– Ciao “diapason” come stai? Hai seguito gattaccio setaccio eh? Lui fa la guardia! Ma sa che sei un’amica cara! E ti ha lasciato passare senza miagolare!
Le si avvicinò Maude che buttandosi addosso le porse subito una canna di benvenuta.
– E chi si tira indietro nonnetta!- Pensò!
Aspirò quasi d’un colpo, mentre nell’altra mano le mise un bicchiere di Passito.
– Chi ben comincia…! –
Esserino era agguerritissimo quella sera, cominciò le sue ramanzine sulla strada verso casa, e le lanciava frecciatine velenose, parlandole a girotondo!
Dopo “na botta di droga e rock’n’roll”, era ancora lucida, tanto da intavolare una conversazione sul M5S! Disse a tutta la platea, alzando il bicchierozzo, che avrebbe voluto tessere una piacevole liaçon con Di Battista e Roberto Fico insieme!
Al quarto Passito di Fiamma erano tutti presi a parlare di Chagall e del perché nei sui quadri ci fosse sempre una capra, il più audace annuì che fosse una metafora della pecorina!
– Eh no per quella serve una pecora non una capra! Studiatevi gli ovini!-
Fiamma rise a crepapelle e cercò tra la folla del giardino chi fece questa battuta! anche se la voce le sembrava familiare.
Era Roberto, aveva preso la nave per Olbia e si era fatto tutta la Sardegna per arrivare su quell’isoletta dei tonni per vederla! Fiamma gli si aggrappò al collo, lui l’abbracciò respirando forte il suo profumo di griffe francese, di vaniglia e farina!
– Perché hai preso la nave? –
– Sai che io e la macchina siamo tutt’uno! –
– Sono contenta di vederti, Robi, mi sei mancato!-
– Hai fatto la brava?-
Fiamma sorrise maliziosa e imbarazzata.
– Con Luca come va? –
– Va, come una barca alla deriva che sta per schiantarsi sugli scogli! Ma come li conosci Harold & Maude? –
– Curai la grafica di vari bollettini di architettura e un loro testo di Architettura Radicale, gli diedi un paio di dritte di social media marketing! Robetta da yuppies resuscitati! –
– Ma perché non mi hai chiamato? –
– Lo sai che mi piace l’effetto sorpresa! –
Non fece in tempo a mettere le chiavi nella serratura che Robi cominciò a baciarle il collo, a prenderle i seni a pieni mani, a torturarle i capezzoli, che spuntavano dalla maglia in pizzo di San Gallo. Col bacino non stava fermo, la spingeva prendendole i fianchi, tirando quei lunghi capelli neri, che il vento adesso aveva ceduto a lui.
– Non posso, Robi –
Glielo disse con una voce bassa e suadente sopraffatta dal desiderio e dall’ardore, respirando il suo profumo Roma Uomo, come se la colpa fosse del mandarino, dell’alloro, del muschio di quercia, del legno di cedro e del patchouli. Era colpa loro se ogni volta cedeva a Robi, alle sue mani e a tutto il resto. Anche lui era un vecchio amico, erano stati insieme a venti anni, beh, in una situazione un po’ particolare. Dove gli ingredienti erano: Luca, Robi, Fiamma, un Capodanno, una veranda e un lettone degli anni Cinquanta! Tutti e tre insieme per sessanta fantastici rintocchi, ma questa è un’altra storia! Fiamma finalmente riuscì ad aprire la porta, gettò la borsetta a terra, non riusciva a tenere le gambe chiuse. Andò in cucina a prepararsi una tisana, o meglio Esserino la costrinse letteralmente a isolarsi un secondo, non fece in tempo a mettere l’acqua sul fuoco che Robi le alzò il vestito, le abbassò le mutandine, la fece sedere sulla sedia a dondolo della veranda.
– Sei una droga Fiamma, andresti bandita, io cerco di disintossicarmi, ma nada! –
Robi affondò la testa tra le cosce di Fiamma, leccandogliela, dissetandosi del suo succo, la sedia li cullava e andava avanti e indietro dolcemente.
– Robi lo voglio! –
Insieme salirono in camera da letto, Fiamma lo condusse in quella degli ospiti però, volle assaggiare subito il suo sapore, prima che si seccasse, lo sfiorava con le mani, gli succhiava il pomo di Adamo, si spingeva contro di lui, si sedette sul letto, gli abbassò i pantaloni e se lo mise in bocca, come un dono, il suo dono, il suo regalo, il suo passatempo, la sua pienezza alle frustrazioni, la sua risposta. – Sì, ma a quali domande? – Fiamma era vittima del desiderio, incontrollabile e ingestibile. I maligni diranno una ninfomane.
– Ancora con questo termine coniato da D’Annunzio? Dovrebbe essere messo al bando come l’isteria! Povera Fiamma? –
Robi la fece alzare immediatamente, la girò, la mise a pecora sul letto, la penetrò piano, con tre colpi lenti e profondi per poi aumentare: il ritmo, la coordinazione e la completezza.
– Non te ne andare Robi –
-Voglio vivere per sempre dentro di te Fiamma –
Fiamma, riuscì ad avere i suoi due orgasmi e il suo solito pianto post coito, ma se ne andò in punta di piedi in bagno, senza farsi vedere, e, a cavalcioni sul bidet, e con una mano poggiata al muro si chiamò puttana.

viviennelanuit©

Slowdive, Alison, Souvlaki, 1993 Creation Records.

 

MIDNIGHT IN SAMOTHRAKI I parte

Noleggiammo un pulmino piccolo e partimmo. Luca passò puntuale sotto casa, scese e mi raggiunse al portone aiutandomi con lo zaino. Portai con me poche cose: qualche jeans, due magliettine, un paio di sandali con un tacco vertiginoso e due gonne, era chiaro che il “poche cose” fosse ironico, lo spazio se lo mangiava tutto il beauty case, tra creme solari, spazzole e asciugacapelli, e soprattutto l’intimo, come qualche completino sexy afferrato in fretta e furia, e che mi ricordava che ero una donna! In quel pulmino non si respirava, faceva un caldo asfissiante. Vidi da lontano Robi, vestito come un samurai dello shogunato Kamakurai: capelli legati a chignon, sandali alla schiava, camicia lunga a scollo marocchino, con un numero imprecisabile di collanine di perline, aggrovigliate al collo.
– Ma tu guarda come si è conciato! –
– Per me è un dio greco! –
– Io fino a Samothraki non lo porto! Ti avverto! –
– Carina la minigonna! Ti si vede il culo lo sai? Nell’attesa di quello, afferro un po’di carne, però!-
Robi, mi salutò con il suo personalissimo “saperci fare marpione!”, agguantando, in una morsa il mio interno coscia sinistro.
La nave sarebbe salpata alle venti da Brindisi, dovevamo farci un attimo mezza Italia, e stavamo già in ritardo mostruoso sulla tabella di marcia. Per forza! Dovevamo raccogliere, in giro per Roma “a mo’ di sacchi di patate”, tutti gli altri partecipanti al “voyage”, non come la sottoscritta, che con uno zaino di trenta chili, si era presa l’Inter City da Napoli! Ed era partita il giorno prima per casa di nonna! Carola, entrò borbottando e inveendo contro il caldo, cominciò a parlare di quel maledetto esame di filosofia teoretica, e non la smise almeno fino a Canosa, Valentina aveva le mestruazioni e doveva fermarsi ogni mezz’ora in autogrill, per fare scorta di caramelle alla menta e Gatorade, mentre Paolo, collassò sul sediolino reduce da una 72h di Rolemaster no stop! Io e Robi, avevamo la fase rosa, avevamo ripreso a frequentarci, lui era in modalità super-romanticone-che-vuole-scopare, mentre io ero nel periodo dolcezza-e-bisogno-di-stabilità-affettiva-cercasi! La destinazione era il festival Trance Music più importante d’Europa, ai piedi del Santuario dei grandi dèi di Samotracia, proprio sotto il monte Fengari. Io non ero-tanto-per-la-quale, e dal momento che non facevo parte delle schiera delle divinità Ctonie, non mi andava di ballare per 48h di fila, sicuramente avrei preferito una vacanza più tranquilla, magari alle terme, bevendo succhi di frutta! Avrei voluto svegliarmi all’alba in una stanza che seguiva i principi del Feng Shui, e non in una tenda a 40°,essere avvolta da accappatoi bianchi e profumati al sapone di Marsiglia, fare colazione con brioche alla marmellata di mirtilli, essere illuminata da candele alla vaniglia, e morire su di un lettino facendomi massaggiare con olio di mandorle e ylang ylang!
L’idea di sballarmi non era nei miei piani, e neanche in quelli di Robi, ma Luca e Carola erano agguerritissimi! Come in un libro, di cui già sapevamo il finale: Paolo si sarebbe rinchiuso in un internet point a giocare a EveOnline, Valentina avrebbe copulato tutto il tempo con l’olandese conosciuto l’estate scorsa a Rotterdam, e i “due dello zoo di Berlino”, beh, sapevamo che “trance” gli si prospettasse, restavamo quindi, solo io e Robi, unici depositari di quell’estate, e di quell’agosto del 2000, in effetti ci caricammo di responsabilità. Giungemmo al porto di Igoumenitsa, dopo una “traversata” di oltre nove ore e mare forza vomiti, rigurgiti di gyros, umidità a mille, cervicali e mal di testa, sacchi a pelo volati in mare e il miglior cunnilingus che Robi mi avesse mai fatto provare! Arrivammo ad Hellas, la bandiera greca ci accoglieva, mentre noi da lontano la salutammo con un delizioso Kataifi.
Voglio Parlare degli uomini timidi, delle loro pulsioni sessuali, della loro gestione, del loro modo di godere e delle loro inibizioni. Anche gli uomini diventano rossi in viso, anche loro hanno mille ansie e inibizioni, mezze parole e frasi a metà, “i vorrei ma non posso”, anche loro ti sfiorano la mano per sbaglio, e ti parlano del tempo ballerino.
– Fiamma, che ansia! –
Quante volte me l’hanno detto! Non ho mai preteso che fosse il contrario, non ho mai cercato di nascondere la mia “voglia matta”, non mi sono mai mostrata inibita, seppur discretamente abbia cercato le tue dita, o la tua lingua, o il tuo cazzo. Non si tratta di fare la gatta morta, la santarellina, l’ochetta o la svampita, no! Diciamo che fiuto la situazione, studio l’atmosfera, i profumi, la tua espressione, il tuo grado di eccitazione, io non faccio nulla, sono solo sguardi, bocche, labbra, umori che si mescolano per l’amplesso. Niente prevaricazioni, solo amore.
Fiamma è irruente, di una irruenza maliziosa, dolce e sexy; è intelligente nel suo modo di approcciare, di carpire il momento, l’attimo giusto e i famosi “tempi dell’amore”. Robi era un ragazzo timido, me ne accorsi quando mi comprò il secondo kataifi sulla nave, e notai il suo imbarazzo, un disagio che trasmise anche a me, perché mi guardò tutto rosso, e io allora pensai subito a me stessa, e alla posa plastica che avevo assunto un secondo prima nella cabina degli “outsider” Carola e Luca, ( i nobili decaduti come loro, mica dormivano da profughi come noi! Eh!) seduta sul letto, a cosce aperte e con le gambe poggiate sulle sue spalle. Entrammo di nascosto, come due ladri, ladri di amore, senza parlare. Mi stesi sul letto minuscolo della cabina, spostai gli asciugamani freschi di bucato, quelle saponette piccoline che ti danno negli alberghi, e che ti seccano la pelle, restai senza fiato, mentre aveva i miei seni in bocca, mentre li leccava, mentre con il palmo della mano me li stuzzicava senza andarci troppo pesante.
– Perché mi stai fissando? –
– Perché mi eccita-
Mi prese allora i seni violentemente, cingendo il capezzolo con il pollice e il medio, guardandomi, senza mai smettere.
– Ho bisogno di te –
Non riuscivo a dire nulla, mi aiutò a spogliarmi, perché c’era troppo desiderio, avrei voluto rallentare quel momento all’infinito, eh già l’arte del rallentare, del raffreddare per poi ricominciare, l’arte di portarti sul precipizio e tirarti indietro, godere di quegli attimi eterni. A volte vorrei non venire per rimanere sempre in quell’Eden di piacere.
– Allora, avevo un buon sapore? –
Glielo chiesi di punto in bianco, mentre mangiavo il secondo baklava, e con il miele che mi colava sulla camicetta scomposta.
– Non posso fare a meno di quel sapore! –
Robi mostrava la sua timidezza solo quando non scopavamo, quando stavamo insieme ruggiva di passione, di ardore, ma quando non fornicavamo, o aveva questo aplomb da lord che mi dava sui nervi, o si comportava da freddo manipolatore e cacciava fuori frasi sconcie.
– Non riesco a dormire perché il mio letto è di fuoco –
– Ed io sarò la tua psyco killer, allora! –
Sbarcammo sani e appagati (almeno io), Robi si mise alla guida per Salonicco, dove ci aspettava Yannick.
– Tranquillo pubblico si era fatta anche l’anglo-greco, durante l’Erasmus a Basildon! –
– Sempre molto arguto e senza veli nelle tue conclusioni vero Esserino? Perché non ti suicidi gettandoti dal canale di Corinto, o da una Meteora? –
– Viene anche lui? E come farai con Robi? mi sa che glielo dovrai dire! –
Yannick era cambiato, era più cresciuto, maturo, aveva la barbetta lunga, i suoi occhi verdi erano sempre due piccoli faretti luccicanti, il suo corpo era lo stesso di due anni fa, spalle larghe e muscolose, quello che bastava per far perdere la testa a Fiamma: spalle larghe, punto! Luca lo aveva invitato a trascorrere l’estate con noi, anche perché era greco e gli serviva un interprete per il festival.
– Ma che si era messo in testa? Di calarsi tutto l’Olimpo? –
Fiamma era perplessa, la vacanza stava prendendo una piega insolita e ambigua. Yannick abitava proprio nei pressi della grande Torre Bianca, e ci ospitò tutti, nel suo modestissimo attico da hippie de’noantri! Non la smise di guardarmi per tutta la sera, lo vedevo da lontano seduto sulla poltrona, a cosce aperte bersi una birra e guardarmi, mi ricordo perfettamente a cosa fosse servita quella birra qualche anno prima, e lui stava esattamente su quella poltrona, ed io “concentrata” su di lui, ebbi bisogno di un sorso di birra gelata per l’occasione!
– Perché non ti sei fatta più sentire? –
– Sono tornata in Italia Yannick, come facevamo, lo sai che io da sola non ci so stare –
– Sì, lo so è il tuo “marchio di fabbrica”, “accendete Fiamma, per favore, che al buio non ci sa stare!”–
– Perché non dormi con me stanotte? –
– Perché non sono sola –
– Non mi dire che ti stai scopando Robi? –
– Sì, ci sto scopando! E scopa anche meglio di te, se è questo che vuoi sapere!-

-Sai che non me la prendo! –

Sorrisi mordendomi il labbro inferiore, abbassando lo sguardo verso sinistra, e arricciando le bocca a cuoricino. Yannick non era timido, ma sfacciato, franco, fiero. Un tipico leone ascendente leone. Non dava se non riceveva, il rapporto con lui era del tipo dominatore-succube (in senso lato, ovviamente!) Io dovevo stare ferma, zitta, non potevo muovermi, una bambola gonfiabile, un trastullo e un giochino, geloso all’inverosimile non potevo mettermi una gonna, non potevo truccarmi, ci mancasse poco che mi facesse mettere il burka! Ma gli piaceva pensare a me, come una puttanella, a dire il vero, ma l’idea di questa “possessione” seppur bonaria e gestibile mi eccitava, e lui recitava la parte. Io era la donnina di facili costumi, e lui il marito geloso (cornificato!).
– Chiudi gli occhi, e non aprirli fin quando non te lo dico io –
Era una sera fredda, la sciarpa mi avvolgeva tipo passamontagna, avevo un vestitino cortissimo sotto il parka e mi stavo congelando le gambe a Waterloo Road. Yannick mi fece entrare in una sorta di boudoir tappezzato di rosso, al centro dell’ingresso c’era un tavolino in stile Liberty, con dei pavoni stilizzati che lo sostenevano.
– Ancora pavoni, questo era un brutto segno! – pensai tra i denti.
– Hey, non mi avrai portato mica in un bordello? –
Era serissimo, non lo avevo mai visto così, in genere una risata se la faceva, anche se era un maniaco del controllo e voleva fare sempre il protagonista di ogni cosa, mi spiegò che era un club “particolare”, dove molte coppie andavano lì, per distrarsi e trascorrere una serata in piacevole compagnia, una cosa normale, una semplice “divagazione su tema”. Si accedeva su invito, e la fauna che c’era lì, era tutt’altro composta da casalinghe e casalinghi disperati! Erano tutti vestiti bene per cominciare, musica jazz di sottofondo, luci soffuse e alcol di classe.
– Ho capito, stiamo sul set di Eyes Wide Shut! –
– Se fai ancora una battuta del genere ti accompagno a casa, non capisci che mi fai scendere tutto quando fai così? –
– Non credevo “fosse” così suscettibile alle mie battute! –
– Un’altra parola e ti riaccompagno! –
– Al limite me ne vado da sola! –
Ci dividemmo, ed io esplorai la Maison Rouge, non avevo la minima intenzione di farmi toccare da qualche sconosciuto, anche se l’idea mi riscaldava un pochino, ma non potevo, dopo Fiamma avrebbe davvero bruciato da qualche parte all’inferno, divorata come i figli di Cronos dai sensi di colpa. Uscii fuori la terrazza che dava su un giardinetto all’inglese, piccolo e curatissimo, sembrava un boschetto in miniatura. Mi stavo accendendo una sigaretta, non feci in tempo a prendere l’accendino che mi si piazzò davanti un uomo, credo sulla quarantina, non molto alto, vestito con una camicia bianca e un paio di jeans, mi resi conto di stare in quel luogo fisicamente, ma la mia mente era altrove, persa in un labirinto di rose appuntite, pensavo a tutti i film sul tema che avevo visto, e chiedevo a me stessa se non era il caso di prendere la borsetta e andare via a gambe levate!
– Sei nuova! Come mai alla Maison?-
– Sto con un mio amico, che non riesco a trovare, ma stavo per andar via. –
– Dicono tutti così! –
Con un sorrisino compiaciuto e ottimista per l’immediato futuro, diede un’occhiata al mio culo. Avevo “une petite robe noire”, aperta sulla schiena, con una collana di perline che scendeva fino alle natiche, scarpe alla schiava con supertacco, peccato che il parka rovinasse tutto, ma il signorino non aveva detto di portarmi alle “folli notti di Caligola!”, quindi non avevo “lucidato l’argenteria per bene!”
L’uomo misterioso mi offrì il suo accendino, avvicinandosi percepii il suo alito, che sapeva di menta fresca, aveva messo anche un dopobarba al sandalo! (Fiamma, Keep Calm!) Aveva i capelli biondi, le lentiggini, e l’aria di un mezzadro del Kent!
– La verità? Sono stata mossa dalla curiosità, e poi, volevo bere e guardare una pecorina dal vivo, c’è qualcosa di sbagliato in questo? –
L’uomo scoppiò a ridere, io volevo solo che quello stronzo di Yannick mi riportasse a casa. Allungò una mano sui fianchi, ed io scivolai dalla parte opposta.
– Scusa mi aspettano –
Finalmente ritrovo Yannick, si stava abbottonando i pantaloni.
– Ti sei fatto fare un pompino? –
– Ma no che dici? E’ che non ti trovavo, ti ho cercata dappertutto –
– E hai pensato bene di farti fare un pompino da qualcuno?-
– Ma lo sai che io amo solo te, solo che tu non c’eri! –
Fuori il balconcino pieno di anemoni e ciclamini, Fiamma ripensò a quella sera, e al fatto che non se la sentì di spingersi così oltre, così fuori dalle convenzioni, pensò che in fin dei conti era una ragazza ordinaria, che era timida, introversa e standardizzata, e che recitava la parte della tuttologa del cazzo! Pensò che era fragile, delicata e timorosa.
No, non volevo che Yannick trascorresse le vacanze con noi, a lui erano legati troppi ricordi negativi, con lui mi vedevo una donnina ordinaria, lui, non lo avevo in pugno, e non mi piaceva fare la seconda in panchina!

viviennelanuit©

The Chemical Brother, It doesn’t matter, Dig your own hole, Virgin records 1997

IL GESSO È BIANCO, IL SANGUE È ROSSO E IL DIVANO È BLU

Avete presente quando si spegne l’interruttore della luce? Quando chiudete una porta, senza che subito dopo ci sia un portone? Quando vi trovate nel bel mezzo di un corridoio e manca la luce, e vi assale quel senso di panico e claustrofobia? La sua relazione con Luca era diventata asettica, amorfa e sterilizzata dalla routine. Fiamma poteva sopportare la monotonia, così come poteva sopportare i suoi sbalzi di umore, il suo essere mille giorni sì e uno no, lei, dopotutto, c’era sempre: quando era stanco, e quand’era depresso e nervoso, c’era sempre quando tornava con la coda fra le gambe, come un cane bastonato, c’era sempre dopo “l’after” delle sue scopate clandestine, e c’era sempre quando viveva i suoi quindici minuti di gloria, per sprofondare poi nella fossa delle Marianne. Fiamma gli assicurava una presenza discreta, con qualche “presa d’aria” ovvio, ma per lo più era costante e razionale, e soprattutto lucida nel suo suo non-soccombergli! Era arrivata alla conclusione che non poteva affrontare il Golgota senza Monsieur Amour a sorreggerla. Non lo amava più, era arrivata al ciglio del bosco, da lì poteva ascoltare l’eco di Esserino diffondersi e dirle: – E adesso, come cazzo la metti senza di lui? –
Come un martire cristiano, Fiamma si apprestava ad ascendere al supplizio, al loop, al refrain, alla quotidianità e alla noia, con un macigno sulle spalle avanzava lentamente, e ad ogni passo, perdeva terreno dietro di sé, a volte la polvere le si annidava in gola e lei non riusciva a respirare, e allora chiamava Robi a soccorrerla, a ripulirla. Robi era però il gesso che l’acqua trasformava in poltiglia, era il suo annaspare, il ruvido che viene dopo il liscio, lo stridio delle unghie sulla lavagna. Le cose, però, erano cambiate; un ramo si era spezzato, un tronco era caduto sulla sua macchina, una strada, che credeva perdersi all’orizzonte, ora era cieca e buia, come in un film di David Linch, non riusciva più a toccarlo, ad annusarlo, i suoi baci, per quanto rari, e già cugini delle Chimere, non le provocavano più nessun effetto, ne tanto meno un brivido.
– Cazzo è adesso come la mettiamo, Fiamma? – Esserino aveva montato un grammofono in pianta stabile nelle sue orecchie, era difficile gestirlo, così! Mentre “chiudeva” l’audio dell’orecchio destro, partiva a tutta forza, quello dell’orecchio sinistro!
Era chiaro ai suoi occhi, che tutto quello che aveva letto sulle riviste femminili dell’adolescenza, della giovinezza e dell’età adulta: era fottutamente vero! Senza più filtri, paraocchi o prosciutti vedeva elencati davanti a sé, come una pergamena srotolata all’infinito e come un decalogo, tutte quelle frustrazioni, che certe signore stilavano dal parrucchiere, tra colpi di sole, e messe in piega. Adesso, le era tutto più cristallino: non voleva fare la loro fine! Finora era stata coerente: niente figli e niente matrimonio! Vivevano sotto lo stesso tetto, pagavano le bollette, l’affitto, Fiamma faceva le pulizie, gli cucinava deliziosi manicaretti, gli stirava le camice, e gli lavava le mutande al signorino! Faceva la “mogliettina” devota e ordinaria, certo si concedeva qualche frivolezza con qualche amichetto di tanto in tanto, perché la “vita a due” alla fine non le calzava a pennello e dentro le ribolliva il sangue, e a quel richiamo all’amore, alla passione e alla vita che si faceva sempre sentire, come un vento caldo sulla pelle, come l’ebbrezza del sabato sera, no, non poteva non rispondere. Stava cercando di analizzare la sua relazione, il suo essere donna (eh giovane trentaduenne!) con lui, e passava a rassegna quei paroloni come: la fedeltà, l’amicizia, il rispetto, la complicità, il sesso, la lussuria, la sincerità e la simpatia, mentre sorrideva colpevole e lasciva a Monsieur Amour. Se ne stava seduta sul divano blu, e in fila si prostravano ai suoi piedi, come per chiedere udienza, tutti i capisaldi che una “perfetta” relazione a due avrebbe dovuto possedere:– Ho bisogno di tutti, o miei devoti, voi volete che esprima un giudizio su ciascuno di voi, volete che prenda una dannata posizione. Posso dirvi, che non ci riesco, perché non abito sul tetto di un grattacielo, perché non mi nascondo dietro barricate di parole, semmai sto in cima solo ad una accozzaglia di mobili vecchi! Io, riesco ad essere coerente solo con me stessa, assecondando desideri, voglie, bisogni che sono labili come l’attimo e lasciano il tempo che trovano, sono volubili e fluttuanti e non pretendo dogmi universali, ma solo dati empirici: i miei dati empirici! (cercando di tenere a mente la loro data di scadenza!)
Fiamma era stufa di circondarsi di persone che chiedevano conferme continue, e non era vero che le guardava dall’alto verso il basso. Le persone, già, ma chi saranno mai queste “persone?” Dove sono? Cosa fanno? Perché le citiamo sempre: “le persone”, sono soltanto le nostre paure e le nostre frustrazioni, sono gli incubi della fase REM, sono quei mostri che non meritano nemmeno le nostre urla, le nostre lacrime e le nostre fughe. Fiamma riusciva a vederle tutte nella loro bassezza, e nel loro essere misere, e povere, e senza sale, e nella loro presunzione a dettare regole e stampini e modus vivendi. Fiamma, forse era la più umile delle persone, dotata di una comprensione e tolleranza modificabili a seconda dei contesti e delle situazioni. Senza giudizi, polemiche e sensi di colpa che avvelenavano il fegato, e rendevano gialli in viso.
–Sto facendo bene? Che dici? E se poi sbaglio?- Ne aveva le tasche piene!
Rivide Sonia, dopo 13 anni esatti dal diploma. Ripulita, ben messa, vestita chic, si era sposata con un cardiochirurgo di sessanta anni, e lei, trentenne, le aveva subito mollato una figlia.
–Sai mio marito vuole che la vesta solo con cotone organico!-
Si meravigliava che non le chiedessi, come mai si fosse sposata con un uomo più vecchio, la troietta-calcolatrice-adesso-ce-l’ho-d’oro! Voleva che le domandassi di raccontarmi la sua storia. Stava lì lì, con quegli occhioni sgranati a dirmi: – chiedi, su dai, senza vergogna! Ti dirò, all’inizio è stata dura accettare lo status quo, soprattutto per la mia famiglia, ma poi si sono rassegnati e lo hanno accolto come un figlio, diciamo come un figlio più grande! –
Fiamma vedeva solo Luca davanti quello Spritz, e il suo lavoro che non ingranava, e il suo sentirsi insoddisfatta, e il suo anelare una vita diversa, pensava che era annoiata e che doveva cercare su internet il titolo di quel brano di John Coltrane che la tormentava dalla notte precedente.
– Mi sono sempre chiesta se tu mi abbia mai perdonato, sai? –
– Tranquilla, tu adesso hai il tuo cardiochirurgo che ti tappa il buco alla fine di ogni mese!- Pensai guardandola negli occhi in modo arcigno e con le fiammelle nelle pupille!
– E poi, non ti ci vedo, a lavargli le mutande adesso! –
– Che hai detto?-
– Nulla –
– Anche se è forte la tentazione di vederti piegata a mettere i panni in lavatrice, vorrei proprio vedere questa stronza-ce l’ho-d’oro se gliele lava? –

A Luca gli piacevano le donne, questo era un dato di fatto, lo aveva accettato silenziosamente, come se si trattasse di una colpa, di un peccato da espiare, tutto questo per dare ragione di esistere a quella alchimia fantastica che i loro corpi sprigionavano insieme, tra le lenzuola, tra i cuscini, tra le pieghe delle cosce, e sì, anche sulla lavatrice! Luca la amava a modo suo di un sesso energico, pieno e a tratti feroce. Le domeniche in famiglia rappresentavano solo il miele che ne addolciva i tratti somatici, la risposta di una normalità fittizia e di facciata, o solo il bisogno sconsolato di dare uno “standard” alla sua vita sgangherata! Lo aveva assecondato più volte nelle sue “marachelle”, lo aveva appoggiato, rincuorato, ma Fiamma restava l’amica-del-cuore-bonazza-da-scopare-quando-si-sentiva-solo, o quando la sua normalità “coniugale”, bussava un paio di volte al mese! Fiamma gli aveva perdonato tutto, Fiamma la misericordiosa, Fiamma la compassionevole, Fiamma che adesso stava per spegnersi.
Ma il sesso visto dal cannocchiale, quei baci “alla francese”, soppiantati, da quello sulla fronte, proprio no, questo non lo tollerava! Fiamma fece un giuramento che semmai avesse avuto un uomo così l’avrebbe lasciato all’istante, ma lei era stata fortunata aveva sempre avuto, prostrati ai suoi bei piedini, uomini eccezionali, forse erano così, anche per merito suo, perché lei era una donna che quando faceva l’amore si concedeva totalmente, senza freni e inibizioni, senza ansie del tipo non-sono-all’altezza-mi-vedo-brutta-spegni-la-luce! No, Fiamma voleva sempre lasciare la luce accesa, voleva sempre guardare negli occhi il suo amante, anche quando aveva un orgasmo, voleva fissarlo dritto, senza mollare mai la presa. Fiamma sentì che quella fu l’ultima volta che glielo succhiava. Lo guardava, lo prendeva con la mano, che insieme alla lingua e alla bocca lambì in un mix di saliva, baci e capezzoli turgidi. A Fiamma, i seni le si gonfiavano e i capezzoli le si facevano come spilli, ma non quella volta, non in quel momento, non più. Game over!
Ci sono paure che si portano dietro e non te le scrolli più di dosso. Ci sono microtraumi irreversibili, che ti danno il countdown prima di riaffacciarsi di nuovo e chiederti il “pizzo” per la tregua. Tu, sei stato quella cura, quel “pizzo” pagato. Con te, avevo programmato l’orologio su un tempo indefinito, anzi gli avevo smontato le lancette, ma poi è scattato il conto alla rovescia, prima che tutte le mie ansie e insicurezze ripiombassero ancora, come una doccia fredda, o come una lenta agonia, come quando ti telefona una persona cara, che non senti da un po’ e ti dice che non ti dimenticherà mai, che resterai per sempre dentro di lei, e che avevi rappresentato tutto per gran parte della sua vita. Mi feci lasciare, al telefono, senza rimpianti, da codarda, forse feci anche un sospiro di sollievo, lo spinsi io a quel punto, gli raccontai tutto, della mia relazione con Robi, che durava da due anni, che non avevo più orgasmi con lui, gli dissi perfino della sua pancetta intollerabile, ma no scherzo, quella no, però gli feci capire tutto, e lui mi lasciò, freddamente, il giorno dopo, presi tutte le mie cose.
– Ho sempre saputo che eri una troietta!-
Da piccola mi vantavo di come le grandi piaghe dell’umanità non mi avessero mai sfiorata, sono sempre stata libera, non avevo mai avuto a che fare con il maschilismo, con le lotte di classe, con il razzismo, che ne so. Ho sempre vissuto da donna indipendente, fin da quando ero adolescente. Le sue parole taglienti, mi ferirono come non mai, e mentre presi la borsa, tornai indietro e gli sputai in faccia, lui stava per colpirmi con uno schiaffo, mi coprì istintivamente la testa, e me ne andai di corsa, lo sentì piangere, e piansi anche io. Tornai da mia madre, perché non avevo un lavoro tale da potermi permettere una casa. Quella fu la parte più difficile. Sentirmi mia madre nelle orecchie ripetermi: – E adesso con chi lo fai un figlio! Non puoi fare la nomade, c’è una data di scadenza ricordati! – Ah già! I miei dati empiritici, dovevo vedere la scadenza sotto il barattolo! La lasciai trai i profumi della cena quasi pronta, ed entrai nella mia stanza, che apparì dinnanzi a me come ibernata, sembrava una natura morta, riuscivo a vedere tutte le persone della mia vita che mi fissavano, assomigliavano alle sculture di George Segal, alcune erano sedute, altre pietrificate nell’atto di avvicinarsi a me, l’unico problema è che non erano bianche, ma verdi, rosse, blu, alcune erano nere, dovevo ancora metterci i piedi dentro, e varcarne l’uscio, ma feci un passo indietro e chiusi la porta per il momento. Andai in salone e mi stesi sul divano blu.
– Rieccoti Fiamma ti tocca ricominciare tutto daccapo! – La commiserazione durò il tempo di un pisolino, al risveglio mi ricordai finalmente il pezzo di John Coltrane, mentre lo canticchiavo squillò il telefono, era Robi che mi chiedeva se mi andava di mangiare sushi, ovviamente risposi di sì.

viviennelanuit©

Higher than the sun, Primal Scream, Screamadelica, Creation Records Sire Records 1991

MIDNIGHT IN SAMOTHRAKI IV PARTE

La sabbia assomigliava ad una poltiglia grigiastra e nera, meglio conosciuta col nome di “fango”, mescolata a vomito e non so a cos’altro! Intorno gli alberi sembravano gridare: andatevene! E riuscivo perfino a vederne i rami che spingevano quell’orda di zombie che si muoveva a scatti. La puzza di fumo si annidava in gola, la puzza di sudore ti circondava in una morsa talmente stretta che dovevi alzare il viso al cielo per respirare, o dovevi attendere mister meltemi che ti soffiava un pochino, dandoti così, un secondo di ossigeno, la puzza di alcol era stagnante e insistente, mi trovavo in una risacca! Mi trovavo in una fottuta bolgia dantesca, anzi mi trovavo nel nono cerchio dell’inferno ed ero prossima alla Natural Burella. Dal palco due deejay assomigliavano a Belzebù, divoravano quintali e quintali di ovatta! Avevo bevuto troppo, mi ero fatta otto rum e pera nell’arco di mezz’ora, e tutto questo, prima di uscire di casa! Perché avevo questa bizzarra abitudine? Retaggio, forse di quella volta che andai a fare l’esame di maturità con un bicchierozzo di Cointreau in corpo? Da allora non ne ho potuto più fare a meno, avevo bisogno di qualcosa di dolce che mi svegliasse un po’ (diciamo!) e dovevo scegliere tra il Cointreau e il Vov. Il Vov lo bevevo sempre a casa dei nonni davanti alla tv, una sera a nove anni riuscì addirittura a sedermi alle poltroncine di Tribuna Politica, che ne so, per dire, e a parlare con Craxi e Occhetto, ma il non plus ultra era berlo davanti a Galaxy Express 999, quella sigla è stata la colonna sonora di tutta la mia infanzia, (non mi piaceva granché la storia, non si baciavano, non c’era una storia d’amore, nessun tipo di approccio e quindi era scartato a priori!) ma il Vov rendeva l’ascolto quasi mistico, il buio di quell’universo mi dava i brividi, avrei voluto salire sul quel treno a tutti i costi, mi sarei venduta tutte le case di Barbie, compresa quella di città con la Famiglia Cuore, segregata apposta per pagarmi il biglietto! Mi sentivo la casellante dello spazio, la Maetel mora, fatta di carne, ossa e sangue che salvava Tetsuro Hoshino, e che una volta giunti su Andromeda se lo sposava pure! Non ho mai perso l’abitudine di cambiare il finale alle storie, di modificarle a mio piacimento. Ecco, perché, il Vov era “funzionale”, mi rendeva creativa!
Adesso su quell’isola adibita a culti misterici e luogo di transumanza di “fattoni” di mezza Europa, ero cotta! Come da canovaccio, come da routine, come volevasi dimostrare. Mi sentivo immobilizzata dall’ovatta, mi rendo conto di dover spiegare il concetto di “ovatta”, ma ogni volta che mi sballavo, io pensavo all’ovatta, che usciva tipo blob dal sacchetto di plastica e aumentava, e aumentava fino a bloccarsi in gola, una scena splatter insomma, avevo la sensazione di essere bloccata dalla gommapiuma, immobilizzata dalla gelatina, come se il pallone di un enorme big babol mi fosse esploso in faccia impedendomi di respirare.
-Hey patata, sei croccante al punto giusto!-
Robi era piuttosto “lanciato!” Mi stampò un bacio sul collo, spostandomi i capelli e toccandomi il culo.
–Ti ricordo che gliela hai data in meno di 24h dal vostro arrivo a Samothraki, che pretendi? Il ragazzino si sente proiettato nello spazio! –
-Non voglio che mi tocchi! Con quelle manacce! –
-Ricorriamo anche alle frasi fatte: “le manacce!” E se arrivasse a casa, mentre tu stai scopando con Yannick, dirai: “o cielo mio marito!”-
-Esserino hai qualche problema con me? Il fatto che ti abbia concesso di essere la mia coscienza, e di averti dato una suite nel mio orecchio destro non ti giustifica dall’essere un grande rompiscatole! Vai un po’ a berti una birretta col grillo parlante! E vedete se riuscite a scoparvi la fata turchina! E non mi annoiare!-
Incredibile, il mio essere umorale e volubile, in Italia non vedevo l’ora di stare nuovamente con Robi, mi vedevo con lui nel fermo immagine di una lunga estate calda, in un amore rinnovato e dolce, e invece mi ritrovavo con uno sconosciuto che ballava come l’uomo di latta del Mago di Oz!
-Voglio tornare a casa!-
-Che hai detto?-
-Non mi sento bene, ho bisogno di tornare a casa!-
Robi mi teneva i polsi, cominciava a farmi male, prese un braccio, mi strattonò! Voleva portarmi in pista, tra i dannati -apri la bocca!- aveva una pasticca, non riuscivo a parlare, ancora quella sensazione di soffocamento, come se in gola mi avessero conficcato dell’ovatta. Improvvisamente Yannick sbucò dalla folla, prese Robi alla gola e gli diede uno spintone che lo fece rotolare tra quegli ammassi umani, io stavo zitta, non riuscivo a dire nulla, vedevo la scena come se avessero messo Pause al videoregistratore e il nastro andava a rallentatore, a scatti, tipo approdo dell’uomo sulla luna. Riuscì soltanto a dire –non farlo male- e crollai.
Mi svegliai la sera seguente, nella casetta azzurra, Valentina si era portata un turco, lo trovai in cucina che camminava solo con la maglietta. Non vedevo nulla, il pavimento era ancora un po’ instabile e avevo uno di quei mal di testa formidabili, da Oscar!
-Buongiorno!-
– Ti preparo la cena?-
– Ieri hai fatto la monella! Lo sai?-
-Non parliamo ok?-
-Ti ho tenuto la fronte tutta la giornata-
Quando mi affligge qualcosa, cerco di non ricordare cosa mi torturi, quindi se non riaffiora alla memoria, quel problema, per me non esiste, anche se resta la sensazione di chiodo piantato nel cranio! Quella sera avevo tipo una vite a doppia intelaiatura fissata con tanto di cacciavite, all’altezza precisa del terzo occhio, e in più dovevo sorbirmi Yannick, che stava in modalità salvatore-della-mia-vita-nonché-di-Miss-Pat-nonché-uomo-in-vena-di-pettegolezzi!
-Dov’è Robi?-
-In spiaggia, non è mai tornato, ho mandato Paolo per assicurarci che fosse ancora vivo, purtroppo lo era, è rimasto a dormire sotto il chiosco dei gelati, aveva le gambe al sole però, spero riporti un ustione di terzo grado! –
Nel frattempo, Robi varcò l’uscio di casa.
-Abbiamo un po’ di Aloe?-
-C’è l’ho io, non me la consumare tutta che è bio! Sta nel mobiletto in bagno.
Gli gridò Valentina dal giardino, mentre il turco le massaggiava i piedi.
-Che schifo, un turco con i denti neri, che le massaggiava le cosce sulla sedia a dondolo, ma che è Wir Kinder vom Bahnhof Zoo?-
Mi sentivo polemica, bacchettona, insopportabile, mi sentivo una zitella ai primi anni, immortalata nell’attimo prima di gettare la spugna, nell’attimo prima di prendere ago e filo e chiudere Miss Pat., nell’attimo prima di mettere i sigilli, di sprangare la porta e gettare la chiave nel fosso di Elm.
Robi, sembrava un cane bastonato, non riusciva a guardarmi negli occhi, non sopporto quando non ci si guarda negli occhi, a volte mi capita con le persone timide (me compresa) non riesco a reggere lo sguardo, mi imbarazzo, abbasso gli occhi, divento rossa, sto lì come un ebete ad annuire conversazioni improbabili e a dire: davvero? Veramente? Wow che bello! E’ un tripudio di ovvietà e di circostanza, quelle parole sono un caravanserraglio dell’ansia, un’oasi nel deserto, un dolce rifugio.
Stava seduto a tavola a bere una tazza di thè verde, ma cazzo sempre New Age li dovevo beccare io?
-Ringrazia Dio che sei un uomo, altrimenti già ti avrei pestato a sangue, per quello che stavi facendo a Fiamma!-
-Robi, continuò a sorseggiare thè, come se nulla fosse successo, ma mi guardava con la coda nell’occhio chiedendomi: scusa.
– Hey les jeunes, che ste facce di morte che avete? Stasera altro giro, altra corsa!-
Luca svuotò sul tavolo un sacchetto pieno di pilloline colorate.
-Ma cazzo io sto mangiando, porta quella merda altrove-
– Ma non ti erano già venute? O hai già la sindrome premestruale!-
Carola scoppiò a ridere, Robi fece cadere il thè a terra, Paolo l’avevamo perduto per sempre in 完美世界, Valentina aveva trovato riparo nel golfo del Bosforo e Yannick adesso era tutto I-love-u con me!
Mi vado a fare una doccia, ma guardatevi! Quest’isola è piena di ricchezze naturali, l’altro giorno ho fatto il bagno sotto una cascata, ai piedi di un santuario, non riuscite a comprenderne l’energia, la poesia che questa terra sta cercando di trasmettervi, di leggervi ad alta voce?
– Fiamma, torna a dormire! Che è meglio!–
-Vado Esserino, vado!
A letto è peggio, girava tutto e girava ancora, mi sentivo risucchiata in un gorgo nel bel mezzo dell’Egeo, avevo sonno, ma era inutile la corrente mi spingeva in fondo. La prima volta che presi una sbronza da collasso etilico, fu in modo consapevole, uscimmo tutti insieme, una classica serata tra amici, pub in centro, e megapanino porchetta scamorza e funghi, alla fine non era neanche una serata fighetta per ubriacarsi, tipo che ne so spiaggetta-e-cafè-del-mar-a-basso-volume, no, era un sabato qualunque e molto italiano! Ero appena tornata da Atene, quando ritornavo a casa dopo un periodo all’estero, era tutto strano, mi sentivo come se avessi registrato una canzone in sala prove, e c’era quel vetro che non ti permetteva di sentire nessuno, alle pareti solo tanta gommapiuma e una folla accalcata con le guance spiaccicate che ti guardava senza capire. Mi sentivo come Toto Cutugno, o come la Carrà, o come Albano&Romina.
Era dura tornare, ogni volta dovevo ricominciare daccapo, prendere il puzzle, sedermi al tavolo e piano piano ricomporre il quadro della mia vita italiana. Ad Atene avevo lavorato al call center della Apple, e siccome parlavo un pochino greco ed essendo madrelingua italiana, fui presa. In pratica ricevevo le chiamate dall’Italia, che venivano smistate in un microscopico ufficio nel quartiere di Kolonaki, lì ebbi modo di intensificare il mio rapporto con Yannick, anche se l’avevo conosciuto a Basildon, Yannick e Atene insieme erano speciali. Tutte le sere, finito il turno, mi accompagnava a prendere un Ouzo ghiacciato a Ermou e dopo facevamo l’amore tutta la notte. Una sera eravamo talmente eccitati, che non riuscimmo a raggiungere casa sua, e mi portò in un albergo a ore, stile belle époque, dove le scale erano a chiocciola, c’era la moquette! E i vasi erano pieni di ortensie, e in un angolino c’era perfino una gabbia con un cardellino meccanico, “marchingegni” da début du vingtième siècle! Quella sera avevo una voglia matta, due tette enormi, ero a metà ciclo e mi sentivo tutti gli ormoni sballati, e Miss Pat. che si bagnava per un nonnulla! Salii le scale strette e ripide con la dita di Yannick che giravano intorno Miss Pat. in una situazione un po’ rocambolesca, mentre con l’altra mano mi “strizzava” un seno. Quella sera venni urlandogli ti amo, ed era vero, era paurosamente vero.
A Samothraki mi ero comportata in modo frivolo, avevo fatto l’oca, la stronza, l’avevo data a Robi perché ero annoiata, perché volevo sentirmi idolatrata da un uomo, desiderata, alla fine però ero soddisfatta, perché non avevo scopato con Yannick! Presi la nave e me ne ritornai a casa da sola, Robi bussò alla mia porta due giorni dopo, Yannick partì per la Thailandia con Valentina. Non lo rividi più. Ero stata definitely useless.

©VivienneLaNuit

Useless, The K&D Sessions, 1998, Studio !K7

MIDNIGHT IN SAMOTHRAKI III PARTE

Alessandropoli, la città dedicata ad Alessandro Magno, a metà strada tra l’Europa e l’Asia, vicino allo stretto dei Dardanelli, nel mezzo della Periegesi della Grecia e il Bignami della bancarella. Mi piace “fare l’uomo”, lo ammetto, mi piace prendere l’iniziativa, pilotare la serata, la mattinata, l’alba, il tramonto e il tardo pomeriggio verso il mio continente nero, farmi fare quello che voglio, e perché no, far perdere il Sig. Freud in quel continente nero!
Mi piace “fare l’uomo”, ammiccare ai bei ragazzi, dirgli: – ehi sculetta un po’, fammi divertire! – Anche se, gli faccio credere che a guidare sono sempre loro, gli faccio credere tante cose, sono anche in grado di farmi dire quello che voglio. In un nanosecondo sono capace di fargli lo screening della loro personalità, di disegnare la loro mappa astrale, se hanno o meno le costellazioni contro, se l’ascendente influisce sul loro orgasmo o se gli piace il curry, i raggi X della loro anima, la TAC del loro deretano, ok, no, quello no, dai! Non è presunzione, è entrare in contatto, stabilire energie, sintonizzarsi, diciamo che, con fare altezzoso e glaciale, becco sempre il giusto! E quanto mi secca avere sempre ragione! Come capita spesso di mandare a fanculo qualcuno a volte! C’est la vie! Mi piace fare anche la gattina bisognosa di coccole, la fredda calcolatrice, l’impavida avventuriera, la femme fatale e la bambina ingenua, la cagna fedele, l’intellettuale-so-tutto-io, la donna in carriera e la grunge girl. Qui posso rivelarlo, in questo luogo sospeso tra l’Eldorado e Waterloo! L’ iCloud della mia vita! Perché? C’è qualcosa di sbagliato?
Tranquilli non detronizzo nessuno, lo scettro c’è l’avete sempre Voi, e no, non è neanche la manfrina sulla dialettica dominatrice/slave, no quelle cose non le reggo. E’ una confessione, è una lotta continua tra le proprie sicurezze, fragilità, è un gioco per sdrammatizzare, una piacevolissima corrispondenza di amorosi sensi tra i vivi, su quello che vorrei ricevere da un uomo e su quello che vorrei dargli: sesso, amore, vita prorompente. Parlo così, perché mi sono scottata a volte, e il bruciore è insopportabile, i segni poi restano e le cicatrici non vanno più via, e bla bla bla, non faccio neanche una gerarchia, del tipo, se fai solo sesso vuol dire che non ami, o che se fai solo l’amore vuol dire che non fai sesso! Precisamente cosa significa? Sono scettica su quelli che affermano: – io scopo, faccio sesso, nessun coinvolgimento! Ma sono solo io la donna che, su questa faccia della terra, ci mette ogni centimetro quadrato di epidermide mentre scopa? Non sono mai riuscita a scindere le due cose, sesso-amore, ho amato tutti, sto premendo il bottoncino verde dell’iCloud, perché voglio che tutte queste parole si depositino lassù, in un luogo imprecisato, su un groviglio di fili elettrici o sulla cazzo di nuvoletta paffuta del cielo azzurro! Ho amato tutti, ho dedicato loro del tempo, li ho ascoltati, mi hanno ascoltata, se mi hanno messo a pecorina, non è perché volevo che mi scopassero nel modo rude e da porca, è perché così sento di più, è perché mi piace, se ho fatto un pompino e perché mi piaceva, è un dare e ricevere, quello sempre, ma è anche un piacere, far sentire le stesse tue sensazioni al tuo uomo, amarlo, accoglierlo, stringerlo forte e non lasciarlo più, ed io vengo così, se lui è sintonizzato su di me! NB: tutto questo, non si “ricava” certo da una “botta e via”, e da una “wham bam thank u mam”, sono venuta anche con una sveltina alla discoteca del campeggio a diciassette anni se per questo, ma ripeto non faccio testo. Li ho amati tutti.
Yannick aveva fatto impazzire Fiamma, aveva reso Fiamma sua schiava, lei tentava di liberarsi da quelle catene, ma niente, non ci riusciva. Quando entrava in quel vortice: o-il-cazzo-di-Yannick-o-la-morte, erano davvero cavoli amari, tutto iniziava con un prurito alle cosce, con una frenesia che lentamente saliva fino alle tempie, con l’inquietudine che la prendeva, con il Deficit Di Attenzione a mille, con la concentrazione sfalsata, la crisi d’identità, le parole a vanvera, e Miss Pat che nuotava in un mare di gioia, arrivò perfino a parlare greco, perché il suo telefono un giorno era irraggiungibile e dovette chiamare casa sua a Monastiraki e parlare con sua nonna che sputava e faceva i rutti! Ne valeva la pena, Fiamma avrebbe rifatto tutto. Esserino ne era convinto, e con un megafono sponsorizzava Fiamma a Yannick, gli urlava: -non lasciarla sola, stai vicino a lei, non fare lo stronzo con le altre, lei non può seguirti, non lo vuole, lei vuole una roba ordinaria, vuole che le apri lo sportello della macchina, che le porti i fiori, che cucini per lei, lei vuole essere solo tua!-
Al porto li aspettava la nave per Samothraki, Yannick era felice guardava Fiamma come per dire: stai ancora in tempo, unisciti a noi! E da lontano vedeva la sua mano sul culo di Vale. Robi aveva capito tutto, Fiamma non faceva neanche molta fatica a nasconderlo, ma Robi da uomo intelligente, o quasi, stava zitto e le assicurava la sua presenza, la sua dose di sicurezza, il suo cazzo (almeno per quella vacanza anno duemila!) e a lei andava bene così. Appena scesi dalla nave, si vedeva solo una montagna enorme, che si ergeva, tipo capezzolo appuntito dall’Egeo. La Grecia era in fissa con le tette, pensò Fiamma. Dall’Acropoli di  Atene, per esempio,  il quartiere del Licabetto, sembrava una enorme “boop” appuntita, ebbravi! Ecco spiegato perché c’erano i lupi anticamente lì! Affittarono una casetta nel bosco, con le finestre blu! (tanto pe’ cagnà!).
– Ma da quanto tempo è chiusa sta casa? Sa di fosso, di terreno, di erba bagnata! Voglio la Tonnaraaa!-
– Ti lamenti sempre, tu? Eh? In questo non sei cambiata-
-Yannick mi lamento, perché non mi dai più il tuo cazzo 24h, lo sai!-
Glielo disse all’orecchio con una voce roca e graffiante, dandogli una pacchetta su quel culo perfetto.
– Ma perché ci sono i mobili in vimini, mi ricorda casa dei nonni, ma cazzo, porta male il vimini!
Mi fa venire il prurito, sto tanfo di chiuso, che m’evoca scarafaggi e morte!-
Robi si diresse immediatamente in camera, appoggiò gli zaini sul letto, venne da me a passo spedito, mi prese in braccio, con una mano tra le cosce.
– E’ da Samothraki che ti voglio-
-Anche io ti volevo, ma poi ho visto Yannick, ma questo non ci toglie nulla, tranquillo!-
– Ma non puoi dirmelo così, sbattermelo, così, in faccia, c’è la più lungo di me? Mi è sceso tutto Fiamma-
-No, vabbè, non ci credo che l’hai detto! Ancora con le ansie, con le paure, ma dovrebbero averle le donne, lo sai? Le dovrei avere io, ecco perché: è colpa tua, del tuo fare da insicuro che le donne sono diventate delle troiette che la danno senza sentire nulla, è per colpa tua, per fare la carità al tuo cazzo che si sente escluso e solo, che sono diventate le “gettoniere dei tempi nostri”, così poi pensano, ah siamo salve me l’ha dato, gli piaccio, sono bella! Evviva! E intorno c’è il vuoto! C’è l’insetticida per le blatte!
E ti vengo vicino, e ti sussurro all’orecchio che ho una voglia matta, e non va bene, perché devo recitare la parte della remissiva-che-viene-sedotta, e faccio la parte della timorata-di-Dio, che così puoi portare sulla strada del peccato, e non va bene perché poi sto troppo immobile, e non ti do sfizio! E mi metto un completino sexy in pizzo nero (perché-si-sa-col-nero-non-si-sbaglia-mai-e-poi-voglio-dì-è-un-must-dell’erotismo-evergreen!) e non va bene! Perché poi non ti piace quando faccio la parte della puttanella, perché diventi geloso, ti ripiombano le insicurezze e fai i confronti con le misure falliche! Dei maschioni che mi sono fatta! Ma dico io, si può fare della sana copulazione tra persone adulte consenzienti?-
-Hai finito di dare sfogo alla tua parlantina? Di fare questi ghirigori che ti ascolti solo tu?-
-Hai ragione sono una stronza, solo che pensavo di ricostruire tutte le tue certezze e rifarti daccapo? Ed io ho un bisogno disperato di ascoltarmi! Di smontare le persone, e rimontarle come dico io, perché ho una paura folle di mostrarmi debole ed esposta.
-Andiamo al mare va! Ma già ti sei calata? Ti ha coinvolto Paolo, lo sapevo, sulla nave l’ho visto camminare sul ponte a parlare coreano!-
-Era giapponese, scusami non volevo-
– Ne riparliamo dopo cena-
-Non tenermi il broncio, faccio la brava, non mi lasciare da sola su questa isola deserta!- Fiamma gli faceva le fusa e il musetto triste, attorcigliando le labbra e chiudendo gli occhi.
-Hai visto ti ho fatto ridere!-
-Ti sei messa il costume, verde smeraldo? Quello per cui la tua terza coppa C, è diventata una quarta abbondante?-
-Sono le mie tette in questa fase del mese, scemo-
-Che bel periodo: “il periodo tette”, facciamo un quadro!-
Presi solo il pareo, mi è sempre stato un po’ antipatico il pareo, l’ho sempre trovato stupido, insulso, insignificante, detto inter nos!
Arrivati alla spiaggia decisi di fare la femmina. Ero già abbronzata e i miei capelli lunghi nascondevano il topless che volutamente portai, gli slip del costume erano invisibili, i laccetti scendevano si lato e mi facevano il solletico sui fianchi, scendemmo i gradini che ci aprirono le porte di una spiaggia deserta con una sabbia bianca tipo borotalco, na cartolina stile “wish you were here” insomma, il sole delle cinque batteva ancora, anche se si stava abbastanza freschi, avevo voglia di tuffarmi subito, come quando da piccola mi prendeva quel raptus di cercare il mare a tutti i costi, a discapito delle mamme che prendevano il sole, dei castelli che abbattevo, delle cicche di sigarette accese che beccavo sotto i piedi, e correndo come una forsennata (perché la sabbia scottava) mi lanciavo in acqua. No, stavolta non l’ho fatto, ho risparmiato a Robi, la visione di una otaria che si tuffava! Io invece uscì dall’acqua, come una Ursula Andress versione mora, una Bo Dereck dell’unico film andato in porto. Mi stesi a pancia sotto sull’asciugamano, Robi arrivò con un Mocaccino freddo, prese un cubetto di ghiaccio leccò via il sapore e me lo passò tra le scapole, nell’incavo della schiena, passando per i lombi, scostò il bikini, mi pizzicò il sedere, lo accarezzò, gli diede una pacchetta forte e ne addentò la carne.
-Ahi, però mi piace il rumore, fallo di nuovo!-
-Perché non mi ami?-
-Non è vero-
-Non vuoi avere una relazione con me, perché? Stiamo bene insieme, voglio essere il tuo compagno, non mi va di scopare solo, lo sai!
Yannick aveva destabilizzato tutto, quella vacanza, quell’isola, quell’equilibrio tra me e Robi, io non mi sentivo di dare risposte in quel momento, mi girai per zittirlo con un bacio, lungo appassionato, profondo, uno di quei baci dove sei alla ricerca di qualcosa, di qualcosa che ti apra, che ti illumini, un segno, un segnale, un simbolo.
Robi, mi toccava dappertutto, io lo toccavo dappertutto, sapeva di salsedine, di caffè, di sabbia bagnata, di tutto e niente. Io aprì le gambe subito, fui subito sopra di lui, senza togliere il pezzo di sotto del costume, senza spostare i capelli che coprivano i miei seni, succhiò i miei capezzoli con i capelli, inziò la danza, l’onda, il dondolìo, l’andamento in avanti, il risucchio e la discesa, e ancora l’andamento in avanti, il risucchio e la discesa, come quel mare che sentivo dietro la mia schiena, come il Meltemi che mi distraeva, come i miei pensieri confusi, mixati, assetati di ordine, un mare assetato di ordine, pensieri che cercavo di sgrovigliare lentamente in quell’amplesso marino, concentrati su Robi e sul migliore Yannick d’annata! Il sesso di quella giornata fu come un’onda mutilata, c’è ne tornammo a casa, e Robi mi cucinò il riso al curry.

©VivienneLaNuit

Wave of mutilation,(UK Surf) B-Side from the “Here Comes Your Man” single,and Original from Doolittle,1989, 4/AD.

MIDNIGHT IN SAMOTHRAKI II PARTE

Yannick le cinse i fianchi e avvicinò le labbra al collo, se non fosse stato uno stronzo, quell’immagine di loro due, in rilievo, sullo sfondo dell’imponente Torre Bianca, poteva essere davvero la fotografia di un film in bianco e nero degli anni Quaranta. Un film dove Lauren Bacall abbraccia appassionatamente il suo Humphrey, vestita di un bellissimo abito lungo perlato che gli lascia la schiena scoperta, con la sua immancabile sigaretta, serrata tra quelle superbe labbra rouge Chanel! Che gli sussurra: – sono io che ti tengo in pugno, my dear! –
– Ma non ti manco neanche un pochino? –
Conosceva quella voce da brivido, conosceva le sue mani, che stavano facendosi largo sotto la minigonna, conosceva quel venir meno, quel “deporre le armi”, quella resa che il suo corpo dava, ogni volta che un uomo la toccava.
– Non farmi fare la troia, ti prego!-
– Voglio vedere la bandiera bianca, Fiamma! –
Fiamma si staccò di colpo, non voleva ricascarci, non voleva, punto. Yannick, si mise a braccia incrociate sul davanzale, si accese una sigaretta, imprecava in greco. Vedevo il suo cazzo duro dai pantaloncini da boxeur che si era messo, in quell’istante entrò Robi, era scalzo e in mutande, era tardi, mi chiese a che ora avessi intenzione di venire e letto.
– Non ti va, se vi raggiungo? –
– Sì, così ti becchi un pugno e perdi il tuo sorrisino da efebo! –
– Può capitare, non sarebbe la prima volta! A Basildon, non facevi così la puritana! Che ti è successo, eri una Fiamma viva, splendente, calda e accecante! –
Me ne andai a letto, bevendo il mio succo d’ananas. Mi sdraiai di fianco, Robi mi mise una mano sul culo e strinse, gli dissi di no, che avevo il ciclo, che non stavo bene. Non riuscivo a dormire, Carola e Luca scopavano come conigli, Paolo parlava in giapponese, con uno azzeccato di giochi on line, Yannick, era alla ricerca di un buco e lo trovò in Valentina. Neanche il tempo di rialzarmi dal letto, prendere Memorie di una Geisha, che già gli stava a toccare Miss Pat! Mentre sfogliavo le pagine, chiusi gli occhi, portai la testa all’indietro, respirai a fondo quell’aria salmastra, mi immaginavo seminuda a ballare sulla spiaggia di Stavros con Yannick che tentava di coprirmi con un accappatoio.
– Un altro fallimento, Fiamma, un’altra delusione, un altro uomo da tenere alla larga –
Io li ho amati tutti quegli uomini, tutti, nelle loro manie, nelle loro depressioni, nei loro complessi edipici, nelle loro costernazioni di fede, e nei loro amplessi liberatori. Li ho amati tutti nelle sere freddo d’inverno davanti al camino, quando mi vedevo brutta, quando ero giù di corda, quando mi dicevano che mi amavano, quando non riuscivo a stare da sola e mi bastava fare l’amore per ritornare come nuova, una Fiamma scintillante!
A Yannick piacevano anche gli uomini, non riuscivo ad accettarlo, avevo messo in conto il dovermi confrontare con il mondo femminile che se lo contendeva a suon di messaggini, telefonate e scopate che gli facevo credere essere clandestine, così lo stronzo si ricamava il quadretto hard da appendere, e gli veniva più duro! Lo avevo perdonato, ci eravamo perdonati, ma io ero troppo giovane, e confrontarmi, anche, con il mondo maschile era troppo, rischiavo di andare in tilt. La trasgressione, l’accettazione di certi Status Quo all’interno di una coppia sono difficili da gestire, si rischia il tracollo, la capitolazione. Ripetevo a me stessa di essere una stupida, di volere all’interno del mio mondo ordinario-perfetto-lineare, quel pizzico di sale che rendeva la vita meno noiosa, senza compromettermi, cazzo, con Yannick l’avevo vissuta sulla pellaccia la trasgressione, ma poi non mi andava a genio, ero insofferente, e lo vedevo come un deviato e un pervertito, che la sottoscritta chiamava nei periodi off!
Respirai a fondo, stendendo le gambe sulla sdraio, ascoltando l’eco del mare e seguendo il richiamo del sale. I ricordi erano affacciati a quella Torre immacolata, mi chiamavano, urlavano il mio nome.
La pietà cosa può offrirti? Cosa può darti? Può renderti più ricca, più piena? Perché proviamo pietà?
Come nella sala d’attesa dal dentista. Quanto possono essere rivelatrici quelle ore. Fiamma stai ricominciando a farneticare? Mi guardavo assopita, e allo stesso tempo ben sveglia, un poster del Colosseo, Ora, il motivo sul perché negli studi medici ci fossero poster raffiguranti Capri, La Venere di Botticelli e la Laguna Veneta mi è sempre stato ignoto! E ripensai a quella frase, che lessi poco più che ventenne: Vos mea mentula deseruit, dolete, puellae, pedicat culum. Cunne superbe, vale. (Piangete ragazze, il mio cazzo vi ha abbandonato, ora incula culi. Fica superba, addio.)
No, non ho pietà per uno come te, che ha rubato il mio tempo, tempo che gli ho dedicato, tempo che pazientemente è stato scandito per te, in me, assecondando le tue inclinazioni, lasciandoti i tuoi spazi, anche se ti ho sempre visto, dietro le sbarre, come quella Pantera di Rilke, nera e riluttante ai soccorsi. Non ho più parole da versarti, ne sangue, solo veleno. Il trapano scolpiva i miei denti, e quel suono metallico e graffiante mi dava un nervoso, che avrei preso ben volentieri la cannula di quell’acquetta, per ficcargliela in gola, a quella specie di “apparato del Golgi” che mi teneva la bocca aperta! Che incubo del cavolo! I ricordi adesso stendevano i panni con le mollette da quella Torre Bianca.
Era il periodo in cui chiedevo la tesi all’università.
– Non puoi scegliere John Keats, è morto troppo giovane-
– Professore mi scusi, ma che sta dicendo? –
– Non puoi scegliere John Keats, è morto a venticinque anni, ventisei li avrebbe compiuti il trentuno ottobre del 1821, e lui è passato a miglior vita solo il 23 febbraio! –
Scesi le scale dell’ex convento seicentesco lentamente, erano di quelle scale lunghe, dove non potevi gestirne il ritmo, avete presente quando per scendere un gradino c’è bisogno di fare due passi? E tu ti scoordini? E rischi di inciampare e rotolarti? Però, cazzo, volevo correre su quelle scale, ma non potevo farlo, sennò rischiavo di cadere. Le scale della facoltà di Lettere erano così: ingestibili, rinchiuse nel tufo e nel granito, nel marmo e nei sampietrini. In qualche anfratto ci trovavi qualcuno a pomiciare, a fumare, a studiare. Quando mi addentravo in quei cunicoli il pomeriggio tardi, canticchiavo sempre The Rain Song, quel cortile era perfetto per Lady Goodiva, e per qualche bivacco di Hobbit!
Incontrai Yannick, camminava con Luca sottobraccio, e gli baciava l’orecchio.
– Ciao Fiamma, come stai? –
– La donna del mistero, scompari non ti fai più viva, e poi mi chiami per leccartela? Eh? Non si fa così! –
– Sei impegnato ad occupare la bocca con qualcos’altro, non voglio interferire, sai quanto sia discreta –
– Lo sappiamo, lo sappiamo – Mi canticchiarono in coro.
– Stasera ci sei? –
– Stasera ci sono-
Volevo stare con lui, sapevo che c’era anche Luca.
Per l’occasione misi una gonna cortissima, un po’aderente e con motivi tribali bianchi e neri, una maglietta larga che mi lasciava una spalla scoperta, scarpe basse, tipo espadrilles. Non misi il reggiseno, che tempi quando la mia terza coppa C stava su da sola! Capelli sciolti fino al sedere, lisci, una ciondolo con un gufetto e solo un po’ di rossetto. Yannick mi venne a prendere col motorino.
– Come faccio a salire! –
– Mi piace quando per strada ti vedono il culo! E io li ammicco!-
Fiamma ogni azione che hai compiuto, anche questa che stai accingendo a fare ha una spiegazione, che è chiara davanti a te, non è annebbiata e dettata dall’incoscienza, no, è diafana ai tuoi occhi, limpida al tatto, melodiosa nei tuoi timpani, ambrata alle tue narici e speziata sulla tua lingua. Stavo vaneggiando, sarà stato il cicchetto di rum e pera bevuto d’un colpo prima di uscire. Devo smetterla con l’alcol, cazzo! E poi, quello che mi dice che non posso fare la tesi su John Keats, perché è morto troppo presto, queste affermazioni minano le mie sicurezze e i miei punti fermi, e io ho un disperato bisogno di qualche paletto piantato a terra!
Yannick abitava in un palazzotto neoclassico, con tanto di timpani e frontoni e fregi mitologici. Era un po’ in rovina a dire il vero e non era tutto accessibile, non era neanche tanto grande, quanto basta per renderlo suggestivo e accogliente.
– Hai chiesto poi la tesi? –
-Lasciamo perdere! –
-Giornataccia as usual?-
Saluto Luca, stava sul divano guardando una puntata di South Park, una delle tante dove Kenny muore.
– Mi avvicino per salutarlo, mi fermo davanti a lui, si alza pigro per accarezzarmi affettuosamente il retro ginocchio.
– Sempre più carina! –
Prende il magic box dell’erba, mi siedo anche io, gli passo le cartine. Yannick stava chiudendo i gatti sennò scappavano. Faccio un tiro lungo, mi sale una botta nelle tempie, come se il mio cranio venisse inondato di acqua, di un’acqua calda. Mi stendo accompagnata dall’onda lunga, tra le braccia di Luca, sento il suo profumo, sempre il solito che è accentuato, amplificato, moltiplicato all’inverosimile, gli abbassai i jeans, quasi in automatico, era già duro.
– Stai buono, non gli do il permesso di entrare da nessuna parte! –
– Cominciai a toccarlo sopra i boxer, accarezzandolo, coccolandolo, guardandolo, ammirandolo.
-Sono lusingata! –
Lo sapevo che Yannick stava dietro la porta.
Lo presi in mano, mentre gli baciavo il collo, mentre lo annusavo, mentre strusciavo le guance sulla sua barba che cominciava a pizzicare, con un movimento lento, pigro, senza fretta. Gli facevo capire, con tutta me stessa, che mi piaceva, che volevo farlo venire, che volevo idolatrarlo, che volevo il suo piacere, che volevo il suo liquido iridescente. Mi piaceva da morire il rumore che faceva la mia mano mentre andava su e giù. La canna non mi faceva concentrare abbastanza, era una lotta impari contro l’estasi di quell’atto e di quel momento. Cercavo di trasmettergli con la mano tutte quelle sensazioni, come se la mano fosse stata un’antenna o un radar.
-Yannick ci sta spiando, sta guardando il tuo cazzo e si sta masturbando lo sai? –
-Quanto ti piace Yannick?
– Tantissimo! –
-Piace anche a me lo sai? –
Allungò una mano, per sentire quanto fossi bagnata, e se la portò alla bocca e al naso, per sentirmi, e per farmi sentire.
I miei capezzoli, in rilievo, dalla maglietta chiamavano la sua bocca, ero trasportata verso di lui, verso il suo godimento, le sue dita si insinuarono dentro di me, il pollice era fermo sul bottoncino magico, la mia mano scivolava su di lui. Ancora rumore e nessun dolore.
Il rumore dei miei bracciali, il rumore del suo cazzo, di quello di Yannick, i rumori della casa, del vento fuori, dei gatti che graffiavano la porta, il rumore delle voci soffocate, dello stantuffo azionato dalle dita e dall’ acqua dentro Miss Pat, del piacere rincorso, della concentrazione, dell’impegno.
Venimmo insieme, così era facile, non implicava tante cose, solo le nostre mani avevano “peccato”, così era tutto privo di responsabilità, perché Yannick aveva solo “guardato”, e noi eravamo salvi e puri e felici.
I panni erano asciutti, adesso, e qualcuno li aveva ritirati dallo stenditoio, e mi svegliai di colpo, tutta sudata, perché su quelle dannate scale dal ritmo ingestibile mi ero messa a correre, cercandomi da sola, ora, quell’accappatoio per buttarmi sotto la doccia. But hey, where have you been?