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Do you know what I mean?

…? Credo proprio di no…

Mentre ascoltavo Karma Police, mi è venuta un’idea per combattere la mia crisi. Cammino con uno specchio in mano, gli parlo, le parole sono rovesciate, e ti specchi anche tu e vedi quelle parole al contrario. Tu vedi. E poi siamo di nuovo punto e a capo. Una telefonata e la folla si disperde. La moltitudine ci difende dalle nostre solitudini. Ma tu parli? Folla nella mia mente, calca che spinge la mia schiena, ti parlo e tu rispondi per frasi fatte, ti confondo in quella folla, perdendoti.

Mi è giunta una voce. Sento la tua voce, ma non ti vedo. Una persona a me molto vicina mi ha chiesto di scrivere un racconto. Fin qui tutto bene, la persona in questione sa benissimo che scrivo zozzerie ai limiti tra le porcate più porche e l’esistenzialismo più spicciolo, e con molto garbo mi ha suggerito una sorta di plot per la mia prossima short story. Storiella, che avrà un punto di vista maschile, dato il sesso del richiedente. Ora, sapete benissimo come la pensa Fiamma sui punti di vista maschili e sull’allestimento di questi siparietti hard, e di queste fantasie in bilico tra l’ Animal House decennale e il Rocco a Praga che non muore mai, ma non voglio commentare, mi accingerò ad esaudire questo volere. Ma declino ogni responsabilità, sono soltanto una ghost writer adesso, per cui stop con scopate da sensi di colpa, stop con orgasmi e piagnistei, stop con malinconiche ambientazioni da paesaggi silvani.

Non ho la forza di cambiare il mondo, non me ne frega un cazzo del ministro del Teheran, delle statue coperte, fin quando andremo a fare la spesa al supermercato, aggiorneremo la tessera della palestra, e ci metteremo la cremina antirughe sul collo, non succederà un bel niente e la sera proprio non ho la forza di occuparmi di politica, perché c’hanno sfinito, resi esauti, con la settimana che pesa come un macigno, per raggranellare pochi spicci, che spenderemo in tasse e per qualche divertissement il sabato sera. L’hanno studiato a tavolino, com’ era la storia? “Il massone ruba il tuo tempo per non farti pensare!” Vorrei proporre dei vestitini colorati per coprire quelle nudità. Il velluto della macchina preme sulla mia faccia, fuori è buio con la nebbia e le foglie sul parabrezza.

Che cosa sono le fantasie? Che cosa sono le fantasie sessuali? Siamo davvero disposte a seguire i nostri sensi fino alla fine? Perché la fine sapete benissimo qual è. La fine è quel tremore, la fine è quel menefreghismo caparbio che ci fa guidare l’auto in tutti i modi verso il precipizio. La fine sono quei sospiri ansimanti che invadono il buio e la luce. La fine è anche prendere uno strofinaccio e fare le pulizie, ma è anche prendere la pece più nera e sporcare tutto. La fine è l’orgasmo ed io voglio arrivarci a tutti i costi. Con un po’ di egoismo, con il mio uomo che mi aiuta, con l’immaginazione, con i siparietti hard che la mia mente crea seguendo gli stimoli del momento, prendendo la scossa dell’attimo, la febbrile voglia di esplodere.

Ogni volta uno striptease che serve al quadretto, un piccola routine indispensabile per te, ma anche per me, con i tuoi occhi che mi riscaldano la pelle, che sciolgono i ghiacciai e producono rugiada e umidità. Luca stava appoggiato alla testiera del letto, una sigaretta incollata alle labbra, mi tolsi le scarpe, i jeans, la maglietta. Rimasi solo con il reggiseno nero a balconcino, gli slip neri e le autoreggenti, sotto quella mise da liceale di quindici anni più grande, c’era una flame fatale, che si accendendeva solo con te, e tu lo sapevi bene, mi assecondavi, facevi tutto quello che ti chiedevo, mi stesi, mi piace stare comoda, lo sai?

viviennelanuit©

Please, don’t go

Giusto così…per chiarire le cose…

Beatles o Rolling Stones? Rolling Stones. Revolver o Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band? Revolver. Indie rock o metal? Indie. Scorsese o Coppola? Coppola. Di Caprio o Fassbender? Fassbender. DeNiro o Al Pacino? Al Pacino. Jeremy Irons o Geoffrey Rush? Jeremy Irons. Toscana o Provenza? Provenza. Il Gabbiano, Siddartha o Il piccolo Principe? Nessuno dei tre. Rosemary’s Baby o L’inquilino del terzo piano. L’inquilino del terzo piano. Il rosso o il verde? Il verde. Oggi o domani? Oggi. Smalto colorato o smalto trasparente? Smalto trasparente. Evidenziatore o matita? Matita. Maratona o Pelé? Pelé. Crozza o Lillo e Greg? Lillo e Greg.

Cocteau Twins o Pixies? Cocteau Twins. Bach o Chopin? Chopin. Medioevo o Settecento? Medioevo. Tatuaggio o piercing? Nessuno dei due. Armadio o cassetto? Cassetto. Scivolo o altalena? Altalena. Punto o virgola? Punto. Battisti o Baglioni? Battisti. Roma o Napoli? Napoli. Andrea Pazienza o Manara? Non so rispondere. Anelli o bracciali? Bracciali. Sole o luna? Sole. Sdraio o lettino? Sdraio. Batman o Superman? Nessuno dei due. Pizza o panino? Pizza. Gomme o caramelle? Caramelle. Anni Ottanta o Anni Novanta? Anni Novanta. Jim Morrison o Ray Manzareck? Ray Manzareck. Pamela Courson o Anita Pallenberg? Anita Pallenberg.

Meryl Streep o Emanuelle Seigner? Emanuelle Seigner. Alain Delon o Gerard Depardieu? Gerard Depardieu. Bertolucci o Sorrentino? Bertolucci. Il ragù o la genovese? Non so rispondere. Le foglie o gli alberi? Le foglie. Il cinema o il teatro? Il cinema. La prosa o la poesia? La prosa. Truffaut o Godard? Godard. Faith No More o RHCP? Faith No More. Techno o Dance Music? Techno. Groupie o fan? Fan. Fellini o Ferreri? Ferreri. Sal Paradise o Dean Moriarty? Dean Moriarty. Big Sur o Venice Beach? Big Sur. Erika Jong o Erika Lust? Erika Jong. Marcuse o Popper? Marcuse. Umberto Eco o Cesare Pavese? Cesare Pavese. La poesia trobadorica o il Dolce Stil Novo. La poesia Trobadorica.

La guerra dei Cent’anni o la guerra dei Trent’anni? La guerra dei Trent’anni. Fellatio o cunnilingus. E me lo chiedi? Cunnilingus. Schiele o Balthus? Balthus. Mario Brega o Verdone? Mario Brega. Fiume o lago? Fiume. Svevo o Pirandello? Svevo. Berkeley o Cambridge? Berkeley. Piazza o via? Via. Marlon Brando o James Dean? Marlon Brando. Farfalle o api? Api. Lealtà o onestà? Lealtà. Immaginazione o fantasia? Immaginazione. Scale o ascensore? Scale. Sangue o arena? Arena. Schindler’s List o La scelta di Sophie? La scelta di Sophie. Jean Reno o Mathieu Kassovitz? Mathieu Kassovitz. Pippo Baudo o Mike Bongiorno? Pippo Baudo. Costa-Gravas o Francesco Rosi? Non so rispondere.

Garrone, Sorrentino o Martone? Garrone. Anastasia Steele o Mrs Robinson? Mrs Robinson. Thelma o Louise? Non so rispondere. Alvaro Vitali o Lino Banfi? Non so rispondere. Van Gogh o Gauguin? Gauguin. Hannah Arendt o Heidegger? Hannah Arendt. Silenzio o rumore? Silenzio. Doccia o vasca da bagno? Vasca da bagno. Natale o Pasqua? Pasqua. Vivere o lasciar vivere? Lasciar vivere. Giovanna D’Arco o Fantaghirò? Fantaghirò. Basso o chitarra? Chitarra. Io e Annie o Manhattan? Io e Annie. Leone o scorpione? Scorpione. Ariete o Leone? Ariete. Piccante o agrodolce? Agrodolce.

Canna o Cointreau? Canna. Piatto piano o piatto fondo? Piatto piano. Finestra o balcone? Balcone. Hippie o Hipster? Non so rispondere. Wes Anderson o Wes Anderson? Wes Anderson. Donna Summer o Whitney Houston? Donna Summer. Yoga o Pilates? Yoga. Esporsi rischiando di rendersi ridicoli o nascondersi e avere il rimorso di non aver espresso la propria opinione? Esporsi rischiando di rendersi ridicoli. Sì, no o forse? Forse. Coraggio o paura? Coraggio. Lui-lei-l’altro o lei-lui-lei? Lui-lei-l’altro! Florida o California? California. Keanu Reeves o Patrick Swayze? Keanu Reeves. Gatti, cani o pesciolini rossi? Pesciolini rossi. Mare o terme? Terme.

‘Al primo appuntamento’ o ‘al secondo appuntamento?’ Non so rispondere. Fingere o godere. Godere. Romeo e Giulietta o Bonnie e Clyde? Bonnie e Clyde. Jesus Christ Superstar o La Passione di Cristo? Jesus Christ Superstar. Al Capone o John Dillinger? John Dillinger. Reggiseno o tette libere? Tette libere. Tacchi o piedi nudi? Piedi nudi. Linda Eastman o Yoko Ono? Yoko Ono. River Phoneix o Joaquin Phoenix? River Phoenix. No woman no cry o Could you be loved? Could you be loved? Shakespeare o John Milton? John Milton? Regatta De Blanc o Zenyatta Mondatta? Zenyatta Mondatta.

To be continued…

viviennelanuit©

The Rolling Stones, Beast of Burden, Some Girls, Rolling Stones Records1978

Love love love

Che il cibo sia connesso al sesso e il sesso al cibo è una gran bufala, una di quelle bugie alle quali ti abituano fin da piccola a credere, e dalle quali è difficile allontanarsi, come quando ti ritrovi al supermercato la sera, e tra lo scarto e l’altro della merce arraffi, quel foie gras clandestino, quel salmone rinsecchito, qualche oliva più disidratata che mai e la bottiglia di quello champagne da canovaccio, che poi champagne non è, ma un qualche spumante fabbricato a Le Molinette, invece che nelle Langhe e che sai bene, non ti aiuterà di certo a passare la serata. Il pane è finito, cazzo!

Il cibo come passepartout, come diversivo e come valvola di sfogo? O come degno accompagnatore di nottate all’insegna dell’eros più sfrenato? (Tze ve piacerebbe!) Sia ben inteso, sono lontani anni luce, i tempi in cui Kim Basinger in sottoveste di seta bianca, arraffava ciliegine candite, giocherellava con uova, fragole e panna montata. A noi, comune mortali, la luce livida e spietata del frigo ci fa solo vedere le occhiaie, il pelo in ricrescita da sotto la vestaglia e l’unghia mangiucchiata, no, decisamente no, e poi chi pulisce tutto quel casino? L’uovo puzza e il fetore della candeggina, ci mette una vita ad andar via. E poi, chi ci dovrebbe imboccare? Quel Mickey Rourke d’annata? Oppure sig. “Tesoro, cosa c’è per cena? Che si mangia? Non è ancora pronto? “

Che il cibo sia connesso al sesso come ennesimo tentativo di marketing industriale e spionaggio del grano con quartier generale al mulino bianco, quello sì. Siamo quello che mangiamo e siamo quello che facciamo, le nostre scelte condizionano statistiche, crescita di prodotto interno lordo e si auspica fiduciose, qualcosa di più! Quando rimandano, la scena del “postino suona sempre due volte”, a chi non verrebbe voglia di rotolarsi su un tavolaccio di legno, tutta infarinata e in preda ad un raptus da pasta frolla maneggiata troppo, tanto dopo secchio, spazzolone e olio di gomito e chissenè. No, il sesso fa sprecare troppo cibo, si butta troppa roba, tutta quella farina per l’aria e poi non è igienico, ammettiamolo. E del sushi sex? Ne vogliamo parlare? L’ultimo grido in fatto di trasgressione, stai distesa sul tavolo di marmo della cucina, tipo sala morgue, con la sciatalgia che ti guarda da lontano e ti ammicca maliziosa e con tanti maki sparsi sul corpo, tipo punti neri della peggior specie e no, eh! Ed escludiamo per un secondo la possibilità di aggiungere la salsa di soia, rigorosamente a ridotto contenuto di sodio, e il wasabi, sai che disastro!

Ma dove sono finite le buone e vecchie cenette a lume di candela, su una spiaggia, in riva al mare, magari, con il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli, con il suono dei gabbiani che svolazzano amorevoli in una poetica danza d’accoppiamento (non ci sono i gabbiani di sera, e poi sono attratti dalla spazzatura) dove tu indossi une petite robe noire made in china, con John Coltrane in sottofondo, (facciamo Michael Bublè per il resto del mondo), e te ne stai languida, con quella luce riflessa della candela che ti fa più figa e ti dà più carattere e personalità, perché alla fine, è tutta questione di sicurezza, che vi credete? Dove sono finite le ostriche, il caviale, il tofu e il Topinambur perché i tempi sono cambiati, le seratine dove lui ti viene a prendere con la spider e scendi le scale, stile Grace Kelly con tacco 12, che rischi di passare la serata al CTO, sono davvero finite? Per lasciare la piazza a Finger Food e aperitivi freddi e scomodi? Ah già, adesso “mangiare” non è figo! C’era la moda delle cene in piedi una volta, ma oggi non puoi permetterti di farti vedere affamata mentre divori una frittatina fumante all’ happy hour, e comunque è tutto così artificioso, complicato e difficile da riproporre un mercoledì sera.

Che il sesso sia connesso al cibo e il cibo al sesso risulta un impresa che soltanto le più audaci e impavide possono attuare. Costoro, le nuove eroine della modernità, ridono della salsa caduta sotto il mobile della cucina, sbeffeggiano quella lombosciatalgia che le affligge dalla notte dei tempi, loro wonder women, si siedono sulla lavatrice con la centrifuga azionata, sono disinvolte a camminare sotto la luce diafana del frigo, e accendono il microonde apposta, perché il rumore le ingrifa da morire, sono loro, portabandiera agguerrite del binomio sesso-cibo, non hanno paura della bolletta dell’Enel, perché hanno l’opzione risparmio energia e di notte c’hanno la tariffa agevolata! Non temono il dover pulire da cima a fondo la casa con l’Aiax, perché tanto vengono a soccorrerle le amiche, che sulle note di Bizet, puliscono tutto, e non temono di planare sul parquet, perché si sono incellofanate con la margarina.

Alla fine, sono soltanto le nove, ti butti sul divano esausta, chiedendoti del perché tuo marito si sia addormentato davanti alla tv col TG regionale delle 19, ti chiedi del perché fra poche ore è un altro giorno, ti chiedi del perché non c’è un Clooney alla porta con un Martini, mescolato non agitano, massì mettiamoci pure tutti i James Bond del cinema. No, Il cibo non è afrodisiaco, non fa partire l’ormone, richiede tempo, fatica, soldi, e buona volontà. E a questo punto a serata conclusa, come uomo desideri solo Mastro Lindo. Quanto a me, desidero solo trascorrere un sonnacchioso pomeriggio abbracciata a te…

viviennelanuit©

The Kinks, Sunday Afternoon, Face to Face, 1966 Pye Records.

Sweet Flame

Perché sono una rocker e una romantica…

E la ruota gira, e la nave va, un altro giro di giostra, altro giro altra corsa, le seconde possibilità, le terze volte, le quarte e così via, il giro di boa, il cambio di rotta, e siamo ancora qui, a loop, a refrain, a iosa e a giro. La festa delle donne, la festa del papà, la festa della mamma, Natale, Pasqua, l’Epifania, i compleanni, gli onomastici. Odio le feste, odio gli auguri, odio le ricorrenze, se la storia è finita, perché mettere ogni anno, la mano nella melma, tanto ci troverete solo larve e un pugno di putridi insetti. I convenevoli, l’elogio della bella gente che fu, solo di quella che è stata davvero importante, ricchi premi e cotillon. Melma. Annaspate nella melma verde e puzzolente.

Per fortuna che c’è la musica, altrimenti non sarei sopravvissuta. Mi accendo una sigaretta e penso  che alla fine c’è l’hanno fatta sti bastardi a chiuderci in comportamenti standardizzati, prevedibili, rintracciabili, probabilmente anche il mio sfogo su questo blog è circoscritto ad una categoria: la categoria di quelli contro, dei polemici, dei brontoloni, dei rivoluzionari, boh, non so, dei ribelli forse? E sì, mi sento in gabbia, siamo chiusi in tante gabbie tutte comunicanti tra loro, ma queste gabbie sono aperte, e noi possiamo volare, tra una gabbia e l’altra, senza guardare mai il cielo, senza guardare il terreno, solo la strada, e la morte non è morte, e i problemi non ci sono. Accidia. Una platea di accidiosi, pigri, disincantati, scarichi, distratti, automi, indifferenti, esausti, stanchi.

Forse siamo come quegli insetti dentro la melma, ridotti allo stato di plancton, siamo in un brodo primordiale senza possibilità di sviluppo, siamo sulla giostra dei cavallucci bianchi che non gira, però, siamo in fondo al corridoio in un angolino, impauriti. E poi c’è la musica, per fortuna. Ho riascoltato tutta la discografia di Tenco. Brividi à flor da pele. Penso che non ci siete più. Vi guardo sfilare davanti il divano blu, ma siete lontani lontani. Penso alla mia fiamma, che non si spegnerà mai, perché è a reazione nucleare! E non avrete mai il mio scalpo, e oggi non sarà mai un buon giorno per morire.

The Velvet Underground, Sweet Jane, Loaded, WB 1970

viviennelanuit©

SCHEGGE DI LEGNO

Alla tonnara si arrivava attraverso una strada sterrata, piena di ciottoli ed erba selvatica. Fiamma la vedeva da lontano in quel deserto rosso, dove una miniera abbandonata le faceva da guardia. La strada era battuta dal caldo e colorata dall’arancione della Sardegna. I suoi genitori l’avevano acquistata da poco, avevano fatto il salto della quaglia, vendendosi tutto e rimanendo praticamente in mutande. Una tonnara, una casa dei tonni. Il dado era tratto, la porta era chiusa, cosa fatta capo A e Amen. E se mai un giorno avesse voluto scappare da lì? Come avrebbe fatto? Si arrovellava la mente, avrebbe mai potuto lasciarli da soli? Ormai era consapevole, si stavano avviando verso la terza età. Quanti dubbi. Strizzando gli occhi vide un’ enorme question mark che le lievitava davanti, gigantesco, tutto grasso e con una risata pantagruelitica!
– Eccomi, mentre si manteneva la pancia.
Il nome tonnara le venne in sogno, non sapeva il perché di questa allusione al mondo ittico suggeritale da Orfeo, non era neppure sicura che in Sardegna allevassero tonni, ma su quell ‘isoletta un po’ italiana e tabarchina, credeva proprio di sì!
-Vivrai nella tonnara, nella casa dei tonni.
Una mattina, Fiamma si svegliò con quelle paroline nella mente ed ecco marchiato a fuoco, il motivetto. La casa era messa abbastanza bene, se non fosse stato per quello odore di vecchiume anni sessanta e salsedine che non andava più via. Il corpo centrale si sviluppava longitudinalmente e all’interno gli ambienti erano spaziosi e spartani, ricordava uno di quei casali che aveva visto nel sud della Francia, con le ante azzurrine alle finestre, i pavimenti in legno e le tendine fiorite. Sui davanzali piante di peperoncino e aglio a go go e la tonnara non era altro che una versione più nazional popolare degli esempi d’oltralpe.
Al centro del salone c’era un enorme sedia a dondolo e un grande lampadario in vetro di murano che donava all’ambiente dei colori fiabeschi. Fiamma perdeva le giornate ad osservare i prismi di luce.
Giù, in fondo la strada ve ne erano delle altre, perfino una “gattara”, una casa dei gatti. Fiamma rideva ogni qualvolta passava lì davanti. I proprietari erano due hippie in pensione anche loro, che avevano scovato in giro per il mondo tutte le mattonelle, le maioliche e le piastrelle possibili e immaginabili che raffiguravano gatti! Avevano uno o due problemini evidentemente! E poi una casa dei gatti vicino una casa dei tonni la preoccupava non poco! La mia era la casa più importante, quella più grande. La casa infatti aveva delle potenzialità immense e Fiamma già si vedeva imprenditrice di tonni e scatolami sotto sale. Il problema semmai era come eliminare la puzza di pesce, e poi sarebbe dovuta andare in giro con una cerata gialla e con un cappello da nostromo?
La mia stanza aveva il parquet, rovinato dall’aria di mare e un piccolo stanzino che dava su una profumatissima pineta, un lettone in ferro battuto e tante lampade.
Perché? Avete presente quando il terreno vi frana sotto i piedi? Fiamma si sentiva esclusa e messa al muro.
– O ti sta bene questa situazione, oppure puoi fare le valigie e andartene
– Ti sembra normale che debba vivere qui, solo perché voi avete speso tutto per vivere il resto dei vostri giorni col le pezze al culo?
– La porta sta lì
– Fiamma, stai calma vedrai che farai amicizia con qualcuno e ti sentirai subito meglio
– Ma che sono un’adolescente, io? Cazzo, ho superato i trenta anni, non ho un lavoro decente, mi date 20 euro al giorno se tutto va bene, e diciamolo, perché, perché vi faccio pena più che altro e perché dovete addolcire i vostri sensi di colpa nei miei confronti
– Stai tranquilla, piccolina vedrai ti troverai bene qui!
Mio padre era plastico nelle sue affermazioni, con una flemma invidiabile smorzava tutto il suo nervosismo all’istante, per farmi risalire la bile in un nanosecondo appena mi trovassi da sola.
La madre di Luca abitava più giù e in settimana ero andata a farle visita. Era una donna sulla cinquantina, in carne, appesantita da depressioni e delirium tremens, no questo no, scherzo! Ma esauriva il figlio alimentando le sue manie e trasferendole sistematicamente a lui. Luca era rimasto sulla terraferma per lavorare, veniva sempre nel week-end. Contavo i giorni. Quanto doveva ancora lavorare su di lui per tranquillizzarlo, coccolarlo, distrarlo dalle sue fobie maniaco-depressive! La colpa era della mamma, Luca era il suo giocattolino, la sua valvola di sfogo. Un po’ era anche comprensibile era rimasta sola troppo presto, troppe responsabilità con i figli piccoli, le paure che si affacciavano di volta in volta all’uscio della porta. Alcune erano riuscite a varcare la soglia, altre aspettavano il loro turno, ma erano sempre lì.
– Mi sei mancato, credevo di non sopravvivere a questa settimana
Luca era ancora dentro di me.
– Non voglio stare da sola, lo sai faccio cose strane se mi lasci da sola, ho bisogno di te, lo sai, lo sai cosa succede se mi trascuri
– Hai fatto la stronzetta con qualcuno, Fiamma?
– Aspetta, a ripensarci bene, col pescivendolo che portava il tonno a mia madre, così giusto per restare in tema
Luca, scoppiò a ridere e scese giù, con una mano che si arrestò sul seno e l’altra che si faceva spazio tra le gambe, fin tanto da immergere la testa lì, per asciugare tutto il mio piacere.
Mi svegliai con la voglia di dipingere, dipinsi Luca a pancia sotto, nudo, con i suoi glutei di ferro e le sue spalle larghe, riuscii a disegnare anche il profumo che avevo addosso e il mio lascivo piacere lasciatogli sulla bocca, pigro nella sua posa, appagato, in pace con se stesso. Ma a me non bastava averlo solo il sabato e la domenica, no, a lei non bastava averlo 12 h il sabato e 12 h la domenica, perché ovviamente il principino doveva essere coccolato anche dalla mamma borderline-frustrata-cronica della vita.
– Ti sarò schifosamente infedele
Luca, le stampò un bacio sulla fronte ed entrò in macchina, lo vide allontanarsi all’orizzonte. Aveva ancora una voglia matta di lui.
E poi dicono che la solitudine concili l’estro e la creatività! Nulla di più sbagliato. Dalla sua stanza, che sembrava una bettola da pirati, per via dello scricchiolare del parquet e del tanfo da stiva, Fiamma voleva urlare, e da lontano i gabbiani le ricordavano quanto proprio non potesse soffrire la Tonnara, come una Raperonzolo “molto rivisitata”, messa in trappola, da quegli hippies dei suoi stivali dei genitori!
Si era svegliata storta, non aveva trovato nulla per colazione e, ancora in pigiama, aveva preso la bici e si era catapultata in strada, era andata in paese, ma Fiamma preferiva utilizzare il termine “spaccio” per quel negozietto biò. Come al solito non aveva trovato né il miele di castagno, né le fette biscottate al farro, e fu “costretta”a ripiegare su un megacornetto con crema chantilly e super cappuccino corretto al cacao. Prese tutto in quell’odiosissimo bar anni settanta, con le sedie di plastica arancioni, i posacenere Cinzano e l’insegna Fernet-Branca! Sul retro aveva pure il tavolo da biliardo!
Beh direte voi, vivi su una scogliera, respiri aria pulita, ti svegli con il dolce canto delle sirene, mangi (beh, forse, ti piacerebbe) organic… di cosa ti lamenti!
Fiamma non amava gli estremismi, aveva deciso di posizionarsi in quel mezzo raggiungibilissimo che rende la vita facile e aveva accettato di buon grado, di negarsi e donarsi al compromesso a seconda dei contesti del momento.
Lo aveva fatto con gli uomini, con i suoi genitori, col suo lavoro, aveva avuto le sue esperienze sia da modaiola incallita, che da artista bistrattata, sia da punkettara/dark/metal stile Sepoltura, sia da party girl da boy band. Fiamma aveva deciso che le piacevano troppo i bei vestiti, i profumi, i gioielli, il mettersi il pigiama “come le galline” o uscire a mezzanotte, farsi una cannetta o dare forfait a una pizza per applicarsi una maschera alla propoli in viso. Senza stress, assecondando i suoi umori e le sue necessità.
Preferiva non essere etichettata, non appartenere a nessuna casta. Provava una pace interiore piacevolissima, vivev la sua esistenza senza troppi scossoni, tranquilla ed eccitante, sfrenata e asettica al tempo stesso, rispettando i suoi momenti off e gioendo di quelli on. La vita come un cocktail, creato seduta stante e su misura per lei, correggendolo quanto bastava o annacquandolo quando voleva.
Fiamma non avrebbe mai potuto vivere da funambola come i suoi genitori, perché era una radical chic dichiarata. Il lavoro precario e qualche soldino in tasca le davano felicità, dopotutto, era più facile fare la rivoluzione con qualche spicciolo in più, e lei odiava i rivoluzionari part time, quelli che andavano in giro con le pezze al culo, e alle spalle avevano genitori professionisti con case e barche di proprietà! Dopotutto, cosucce da contestazione le aveva provate, già a partire dai tredici anni, e le venne in mente, di come avesse risposto a tono a quel pretaccio supplente in terza media. Padre R., che fra l’altro aveva anche un parente santo. Padre R. era una strana creatura, una di quelle persone perfide e cattive.
Una mattina, Fiamma, fece la krumira insieme ad altri cinque nerd e il pretaccio tutto arrabbiato la smistò in una classe di sconosciuti, costringendola in un banco all’angolo a guardare il muro.
– Così impari, la prossima volta ad entrare quando è sciopero
– Ci resto volentieri a scuola, tanto deve restare anche Lei, o sbaglio?
Rimase lì per sei ore, ascoltando le conversazioni del prof. con i colleghi.
– La pillola anticoncezionale, passava sottobanco in Vaticano sapete? Ma la si dava in certi blister tipo omeopatici
– Prof. mi scusi, ma proprio non riesco a trovare nessuna connessione tra pillola anticoncezionale e Vaticano, allora pretaccio, o mi fai raggiungere i miei compagni oppure vado dal preside a dire che state parlando di anticoncezionali e per giunta spacciati alla Santa Sede, e tutto questo in presenza di una minorenne. Disse Fiamma ammiccando un sorrisino malvagio.
O di quella volta quando, durante l’ora di antologia, quando Padre R. incappò nel testo di Vita Spericolata e lo criticò aspramente.
Fiamma bisbigliò alla compagna di banco: – Ma tu guarda, sto stronzo, come si vede che non ha fatto il ’68.
Una voce sovrumana si sollevò dalla cattedra: – Ma che cazzo nei sai tu del ’68 vattene fuori, prima che ti ci sbatti a calci in culo.
Fiamma, senza batter ciglio, invece di starsene in corridoio, se ne tornò a casa. L’indomani la mamma andò infuriata a scuola e il pretaccio chiese scusa, forse in nome di quella poca misericordia o dello stipendio che usava per andare a mignotte! Come godeva Fiamma!
Rispettava i giorni in cui si sentiva brutta, altrettanto a quelli dove, invece appariva bella, dicendo a se stessa che, dopotutto, non si poteva dare il massimo sempre, non poteva caricarsi al 100% ogni santo giorno. Doveva rispettare quei momenti dove i capelli non erano in ordine, la ceretta era una Fata Morgana e l’umore nero come la pece la avvolgeva tipo blob. Cazzo, li doveva accettare quei momenti, tanto sapeva che prima o poi, a fasi alterne, venivano a bussare alla sua porta, e, ai quali, ahimé, doveva dar conto. Aveva accettato di non sposarsi, forse aveva valutato la convivenza, ma comunque era impossibile per lei vivere con un solo uomo, pensare al matrimonio, magari solo perché, prima o poi il grande passo lo facevano tutte, mettersi il vestito bianco, le bomboniere, il ricevimento e poi, dopo, stare col fegato spappolato, combattere perché i soldi magari erano pochi, tirare la cinghia, Fiamma non aveva attorno a sé gente sposata e felice, ma frustrati, ma non le piaceva neanche essere troppo disfattista in merito, solo che il matrimonio non era una cosa che le andava a genio. I figli sì, però, e lei ne voleva tanti, anche a costo di improvettarsi tutte le cliniche pro fertilità, o pagare un Carlos Leon tipo Madonna, per dire eh? Erano solo delle battute infelici!
Si collocò in quella terra di mezzo verso i quindici anni, quando vide vomitare anche l’anima di Sara, una sua amica del liceo, che in preda ad una pasticca andata a male, asseriva di vedere rotoli di sangue che la inseguivano per tutta la stanza. La ricorda bene quella stanza, piena zeppa di poster di Jim Morrison, di spilloni, borchie e lurida all’inverosimile.
No, grazie. Fiamma ci teneva troppo alla sua pelle ambrata, ai suoi capelli neri, ai suoi occhi da gatta, tanto che aveva deciso di declinare di buon grado tutti gli inviti ad alcol e droghe.
Fiamma non era una moralista, le piaceva la cultura beatnik, le avanguardie, i collettivi, gli happening, il punk, la new wave e i Cure, ma le piaceva guardare da lontano, non sporcarsi le mani in quel calderone, le manacce le avevano già messe i suoi, rovinandole la vita. Fiamma assecondava i suoi equilibri secondo il suo stato d’animo, il suo mood. Quando voleva fare l’amore telefonava Luca, e lui correva in un batter baleno! Sì sentiva sola perché Luca non poteva soccorrerla? Bene! chiamava Robi. Ovvio, qualche volta le andava in bianco, magari qualcuno inciampava e non poteva più correre da lei, ma non disperava. I “no” erano parte integrante della sua éducation sentimentale e gli inviti declinati non andavano minimamente a scalfire il suo ego smisurato.
Fiamma viveva il tutto con equilibrio e serenità senza mettere limiti: paletti da morale cattolica, ostacoli da sensi di colpa, limiti da morte. La morte, forse, era il più grande dei limiti umani e Fiamma non era ancora riuscita ad ingannarla, ma la partita a scacchi con Miss M, era rinviata di parecchi anni, o per lo meno incrociava le dita in tal senso.
Luca non sapeva di Robi, era troppo sensibile per rivelargli di una storia parallela e Robi accettava pur di stare con Fiamma. La giusta misura delle sensazioni, senza colpe e senza giudizi. Tarate, misurate al caso, al giorno, al tempo e alle proprie inclinazioni. Cosa c’è di male? Bisogna nascere per forza tondi e morire tondi? Ma sapete in quante formelle la vita ci inserisce? Come nei più riusciti dei giochini Fisher Price, ecco, Fiamma si ricorda di come non volesse mai introdurre il quadrato nel quadrato, per esempio!
Yannick, sarebbe venuto alla Tonnara sabato. – Che tempismo- pensò Fiamma.
Mr and Mrs “scappo dalla città, la vita, l’amore e i tonni” non ci sarebbero stati, anche se, la loro presenza non avrebbe destato nessun problema, dopotutto uno dei pochi vantaggi della casa è che era abbastanza grande da non incontrarsi durante il giorno, ergo hip hip urrà
Yannick metà inglese e metà greco, l’aveva conosciuto ai tempi del suo Erasmus a Basildon. Basildon, una cittadina grigia e amorfa, eccitante solo perché era stata la culla natale dei Depeche Mode, e ovviamente per Yannick, con il quale aveva trascorso non poche giornate e… nottate a parlare di Ouzo e ad ascoltare P.J.Harvey, completamente strafatti.
Yannick abitava a Regent’s Park, con tanto di affaccio sul London Zoo, era il figlio di un armatore greco e di una designer di Camden. – Wow come Jaqueline e Onassis- pensò Fiamma la prima volta che varcò l’uscio marmoreo di casa sua. A differenza di Jaqueline Kennedy però, i due non avevano stipulato il numero degli amplessi da consumare, per lei Yannick era open bar, e durante il week end, lei traslocava da quel fosso umido, cui era stata destinata per colpa di qualche stronzo di segretario Erasmus, a casa sua, con tanto di affaccio sulla gabbia dei gorilla e, a questo punto appare scontato e superfluo aggiungere di quanto si sentisse Jane, in quei fine settimana interminabili.

Bisogna mostrare solidarietà e comprensione, ma anche compassione per quelle donne che fanno le vittime, che sono vittime. Vittime della loro monotonia, del loro sesso monocorde, monotematico e monocolore. Fiamma per loro provava solo rabbia. Rabbia, perché quelle donne avevano paura, rabbia perché quelle donne parlavano male delle donne come lei, libere, vere e pure. Fiamma non aveva paura ad accogliere il piacere, di questo ne era più che sicura. Ma detestava quelle insopportabili frustrate che criticavano senza averlo mai provato, gliene avrebbe voluto dire quattro in proposito. Si può vivere di passione? Si può pensare al sesso ore, minuti e quarti d’ora? Fiamma si interrogava quotidianamente su queste domande, e più cercava, più non trovava risposte. Era perfino riuscita a fare una classifica di chi le avesse fatto provare l’orgasmo più forte finora. Perché l’orgasmo è così volatile e suscettibile di cambiamenti? Fiamma era dipendente delle leccate di Luca, del cazzo di Robi e delle attenzioni maniacali di Yannick. Ma era troppo piccola per capire, troppo distratta, troppo nascosta dietro il paravento. Anche il suo orgasmo era infantile, veloce, accelerato, cercato subito, preteso subito. Aveva ancora molto da imparare.
La verità è che quando perdi la testa per un uomo, per la donna è finita. La sua anima è arrivata al capolinea, il suo corpo appartiene solo a quel lui, il suo corpo funziona solo con quel lui. Non raggiungere mai questa dipendenza rappresentava per Fiamma la più grande sfida. Quando una donna perde tutto? Quando dà tutta se stessa, quando con un uomo raggiunge quello stato mentale e corporeo di fusione, estasi, passione. La donna perde la testa quando trova un uomo che la fa godere; quando mette da parte quelle sciocche competizioni, quelle gare di prevaricazione, quella apparenza insopportabile, quel séparè tra lei e il piacere. Ecco che allora è vulnerabile, esposta come non mai, alla mercé del maschio.
Fiamma aveva provato tutto questo e si era detta più volte che non avrebbe più sofferto, che non avrebbe più provato nessun dolore e allora aveva ceduto a se stessa, al suo bisogno di piacere, di godere, di amarsi. Succedeva tutte le volte, con Robi, con Luca, ed era successo perfino con Yannick. Solo sesso, nessuna vita a due, eccetto che per brevi periodi. Ma Fiamma nel suo cuore provava amore per tutti e tre in egual modo, e avrebbe provato affetto anche per un “quarto” se, se ne fosse mai aggiunto! Il sesso come terapia alla solitudine, il sesso per riempire un vuoto, il sesso per sentirsi viva. Per Fiamma il sesso era amore e l’amore era sesso. Tra pensieri ansiogeni e pulp era bello concedersi tutto questo, e dare liberamente la mano al desiderio che, come una guida, ti accompagna dove vuoi andare! Ma allora cosa vuol dire innamorarsi? Forse l’amore consisteva nel dedicare tempo e dedizione, ma questo Fiamma già lo faceva. Troppe domande. Continuava a non capire una mazza…ops un’acca!
Quella mattina Yannick, era venuto a prenderla fin sotto casa. Era bello rivederlo dopo una settimana. Fiamma si era messa a puntino per lui: ceretta brasiliana, capelli freschi di henné, vestitino griffato Vivienne Westwood comprato di terza mano a Camden e tacchi altissimi. Yannick l’aspettava in macchina, scese per aprirle la porta, le disse all’orecchio quanto fosse meravigliosa e partirono alla volta di casa sua, dove Fiamma trascorse tutti i sabati e tutte le domeniche di quel 2002. Appena entrati Yannick, le tolse il cappotto, un pellicciotto sintetico che faceva molto King’s Cross, e le preparò l’immancabile cup o tea.
Fiamma lo osservava in silenzio, compiaciuta e impaziente, si sistemò il reggiseno con una mano, Yannick se ne accorse e rise con la coda dell’occhio.
– Era necessario stavano strabordando dal vestitino
– E tu lasciale strabordare
Fiamma lo prese alla lettera, stava seduta al tavolo in quel giardino d’inverno, pieno di stampe Old England appese alle pareti con un’aria frivola e sfacciata, mentre aspettava il suo tè. Quello era il loro personalissimo rituale, il loro modo di corteggiarsi, di “ritardarsi”. Aveva le gambe accavallate, i suoi collant trasparenti erano evidenziati solo dalla punta rinforzata dei piedi e dei talloni, si sbottonò il reggiseno, il suo reggiseno ricamato di un bianco perlato, che le strizzava il seno, lasciandogli il segno, reso ancor più florido per gli sbalzi ormonali del ciclo. Le lasciò così, senza reggiseno, prestando molta attenzione che Yannick la stesse guardando, poi si alzò la gonna e si tolse le mutandine anche loro perlate ed immacolate. Rimase seduta, con quegli occhioni da gatta che reclamavano la sua lingua, rimase seduta nella penombra di quel primo pomeriggio. Yannick le si avvicinò in ginocchio, Fiamma stava col sedere sul bordo della sedia le gambe aperte, lui le alzò la gonna, l’acqua nel bollitore che fischiava, inizio a morderle l’interno coscia, non c’era tempo il tè era quasi pronto, lo teneva lì con la testa, era bello toccargli i capelli, che erano un po’ lunghi, di un castano ramato e toccargli i piercing sulle orecchie. La barba di tre giorni amplificava ancora di più le sue leccate, che si facevano ora più prepotenti e volutamente veloci. Yannick la conosceva bene, e Fiamma la conosceva bene e sapeva che le bastavano solo un paio di minuti per cedere ed urlare il suo nome.

viviennelanuit©

Rid of me, P.J.Harvey, Island Records 1993