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July è finito

Il soffito era bianco con qualche macchia di umidità negli angoli. La stanza era piccola, troppo piccola per me abituata al verde, alla campagna, al mare e al sole. Quel bianco mi rendeva inquieta. Ero avvolta in una fitta nebbia, mi mancava l’aria e non vedevo uno spiraglio di luce. Ho sempre paura di morire annegata, come Ofelia o come qualche eroina Preraffaellita; ricoperta di fiori, mi lascio andare nel fiume, io che ho sempre atteso quelli che vi cadevano, ebbene ora tocca a me, altro gettone e altro giro. Il bianco mi opprime e non respiro. Provo a chiudermi a chiave, sento bussare e non voglio aprire. Non voglio che sia il mio turno, voglio essere un’eterna spettatrice, me ne infischio di calcare le scene. Sono un lupo solitario, amo a modo mio. Odio le convenzioni e il piattume, mi basta andare al mare e affondare i piedi nella sabbia, mi basta camminare nel bosco e raccogliere le more, mi basta amare. Tutti. Alcuni. Solo te. Nella stanza vivo in apnea, aspettando l’ora d’aria e intanto il tempo corre, ma io non voglio inseguirlo, voglio restare fedele al mio tempo e alle mie ore, non voglio affannarmi, non voglio chiedere l’elemosina, vivere col fiato sul collo. Sono libera, libera nelle membra, nell’anima, negli occhi, libera nei miei pensieri. Cosa facciamo stiamo insieme stasera, dai, non andare via… sì, ascolto questa canzone ma tu non lo sai, non sai nulla di questa maledetta ansia che mi opprime e mi toglie il respiro, non sai quando sto male, quando ho voglia di compagnia, quando vorrei poter ingoiare senza soffocare, e quello che ingoio è solo aria, aria pesante che si espande nella trachea, nei polmoni e devo calmarmi, altrimenti ci rimetto le penne. Vorrei non sentire nulla, essere apatica e amorfa, asettica e senza sale, ma ho i sensi triplicati e tutto mi tocca nel profondo, no, non sei qui con me, non ci sei mai stato, ma ti vedo sempre: nello specchio, nella mia stanza, nell’armadio con tutti i miei scheletri, anche se a te è riservata una nicchia speciale. Tu che fai l’evasivo per non soffrire, tu che ti chiudi a guscio, che mi dici che vuoi le cose semplici come uno piatto di spaghetti, un bicchiere di vino bianco o una giornata al mare, è insostenibile questo ti rendi conto? Cosa? Non riesco nemmeno a identificare la nostra situazione, tu che mi scopi quando hai voglia, io che voglio solo questo, tu che vuoi fare il romantico, ma che poi ritorni sui tuoi passi e fai il rude, io che voglio solo il tuo corpo, tu che annusi la mia saliva, io che non so dirti di no. Qui si parla di orgasmo, ed è dannatamente difficile spiegarlo, perché devi proprio averlo nelle membra, devi sconfiggere tutte le tue paure per incontrarlo, e perché allora fuori la stanza non ci sei? Mi sembra di vivere in una bolla o nel fondo di un lago senza sale, con le correnti che ti tirano giù, senza vie di fuga, ma il lago è un lago e non può essere il mare e tu Fiamma non puoi vivere senza prendere una decisione, e non credere a chi ti dice che esistono altre cose, non credere a quei poveri miscredenti asettici e senza forma. Mi sento disorientata, vorrei urlare improvvisamente, inveire contro la stupidità, contro la pochezza d’intelletto, ma sono sola e lì fuori c’è troppa gente accanita, cinica, zombie con occhi vivi, mi fanno tanta paura. Tu hai capito tutto, tu hai visto il sorgere del sole in una giornata qualunque, hai sentito il caldo e toccato la fiamma. Ti sei bruciata? Dannata, forse, quello sì. E vi prego non chiamatelo desiderio, non chiamatelo piacere, questo e l’inferno danzante, è la condanna a vita, è la ball & chain. No, non ci sono chiavi, non esistono combinazioni risolutorie, qui c’è solo dolore, solo attesa, solo agonia. Abbracciami.

viviennelanuit © 

Immagine: Carlo Guarienti, Agonia nella stanza.

I have my freedom but I don’t have much time

coeur de pirate

Ho deciso di non avere fretta, voglio prendermela con calma, senza stress. Voglio tornare a casa, togliermi le scarpe, infilarmi i vestiti più comodi del mondo e ciondolarmi sul divano blu con la mia tisana al miele, aspettando la tua chiamata, aspettando che ti fai vivo, perché dopotutto è quasi venerdì sera, e non puoi lasciarmi da sola. Ho deciso di respirare col diaframma, col metodo yoga, senza incamerare aria nello stomaco, inspirando dalle narici ed espirando dalla bocca,  c’è il tuo profumo sul divano blu, prendo un cuscino lo avvicino al viso, lo spingo contro la faccia, voglio uccidermi, o voglio baciarlo?  Lo abbraccio, inalo forte il sapore che hai lasciato sopra. Ho un altro attacco di panico, non posso comportarmi così, non posso impazzire se tu non mi chiami, non posso starci così male. Ho deciso di parlare, mi alzo e parlo: con lo specchio, con la libreria, con la scrivania, con il frullatore, blatero sciocchezze, mi atteggio a donna forte, sicura, emancipata, indipendente, improvvisando un’arringa per tutte le donne vittime dei loro uomini, per tutte le donne che non hanno bisogno di loro, della loro presenza, della loro protezione.

Mi preparo una maschera all’argilla e al limone e mi accendo una sigaretta, alla Tonnara non c’è nessuno, il Panettiere non mi fa più effetto, si è scaricato, imploso come un soufflé, lui non riesce a spiegarsi questo mio cambio di rotta così repentino, ma si sa, la lievitazione ha i suoi tempi e poi c’è la cottura e finisce tutto, pouf! Vorrei scrivere sulle dinamiche e concatenazioni del pouf, sulle cose che svaniscono, sulle emozioni che si perdono e che si sgretolano ed è normale tutto ciò, come se tutto quello che hai vissuto prima non fosse mai esistito, come se quell’amore, quell’orgasmo, quella vita a due non fosse nulla, pouf, via, cambio di pagina, e tutto ciò è normali, non ti stupisce, non ti scuote, un mare di olio che appiattisce ogni cosa. Non è il mio caso, o forse sì, si d’accordo, vivo tutto in modo totalizzante, pieno e autentico, ma riempio di significati qualsiasi scatola e mi piace che sia io ad aprirla ogni volta, prendendo solo quello che mi va.

Il Panettiere è un osso duro come si dice, e non molla la presa, stavo in vestaglia, a piedi nudi e girovagavo per la Tonnara, con i Faith No More sparati a mille, non avevo sentito la porta e me lo ritrovo tutto ripulito e ben messo sotto il patìo, con quel sorrisino stampato di cui interpreterei il significato anche a 1 km di distanza. Ancora tu, sì ancora tu che vuoi scopare, perché sai perfettamente che ti uso solo per il sesso, che ti uso solo nei giorni brutti, nuvolosi, uggiosi della mia anima, eppure tu vieni qui da me tutte le volte, ti tratto male, ma in realtà tratto male me stessa, perché mi faccio pena, pena perché non so reagire, non so svoltare l’angolo e cambiare strada, non so decidere, sono preda dei dubbi e uso il sesso per purificarmi, sì, l’orgasmo è il mio fottuto Nirvana. E tu sei solo un essere illibato e autentico che corre in mio aiuto tutte le volte.

Scendo le scale con passo felpato, mordicchiandomi il labbro inferiore, mi sposto i capelli di lato per aprire la zanzariera, lo so, lo so che ti faccio morire, finalmente entri in cucina, faccio qualche passo indietro, mi giro voglio un bicchiere d’acqua, apro il frigorifero, mi dai un bacio sul collo, sei felice di vedermi, lo sono anch’io dopotutto, sì, voglio stare bene, almeno per tutta la serata, voglio un piccolo tagliando di felicità, voglio un giro sulla giostra, voglio un ticket buono-pasto. Ho ancora la vestaglia di spugna, è morbida, bevo l’acqua, mi guardi; guardare è il primo approccio che hai con me, il primo step della scaletta, slego il laccio che mi cinge la vita, fa parte del rituale, sono rilassata, sotto non ho nulla, lascio la vestaglia sbottonata, quel vedo non vedo che ti porta in paradiso, sorridi imbarazzato, lo so, sono sfrontata, ma sono al sicuro con te, mi fido, ti conosco, è come guardare per la seconda volta lo stesso film, e scoprire che finisce sempre bene, che c’è sempre un lieto fine, è difficile da spiegare, ma nei nostri rendez-vous apro una scatola, che è chiusa dentro di me. Una scatola che apro solo per te, e improvvisamente scopro di amarti, come si amano le piccole cose, i piccoli gesti quotidiani, come bere l’acqua, come mangiare il pane.

Ho bisogno di rafforzare il mio carattere di non perdermi in questa miriade di identità, di sdoppiamenti, di mode, di stili, io ho un modo di essere unico e personale che si libera solo quando sto bene con una persona, ho bisogno di esprimere me stessa attraverso il corpo. Lì, non ci sono barriere, atteggiamenti trend, stereotipi, giusto e sbagliato, lì ci sei solo tu ed io, e bisogna capirsi profondamente e bisogna dedicarsi e bisogna arrendersi. Siamo seduti al tavolo della cucina, le mie gambe distese e accavallate sono sopra le tue cosce, mi accarezzi le caviglie, ho sete ancora e continuo a bere, mi accendo un’altra sigaretta, con la mano risali, mi aspetto che fai in fretta, perché non resisto, voglio le tue dita su di me, ti fermi dietro il ginocchio destro, fai il gesto di scavare qualcosa, sentire le tue mani calde sulla mia pelle mi porta ad abbassare la testa e a respirare forte, le mie dita scivolano tra i capelli sciolti che sono abbandonati, sento che mi sto abbandonando, che mi sto arrendendo, che mi sto bagnando di una fresca acqua, di un’acqua che sento scendere, inumidirmi. Tu conosci la strada, ti fai largo, con un gesto mi apri la vestaglia, scoprendo i seni che baci subito, perché sai l’effetto che mi fa e succhi forte il capezzolo destro, stringo per un secondo le gambe bloccandoti la mano, la tua bocca è ora sulle mie labbra, ti sento tantissimo, ti sento chiaramente, ogni azione, ogni leccata, sento il medio e l’anulare, la saliva che scende, l’acqua che esce, i tuoi versi che sono soffocati dalla mia fica che hai in bocca.

Non riesco a parlare e a dire nulla, posso solo sentire, posso solo vederti tra le mie gambe che mi fai questo, che mi fai stare bene, che mi ami, che mi desideri, e le parole sono inutili, perché ci disturbano soltanto. Le tue dita a gancio dentro di me, mi prendono e mi trasportano altrove, in un mondo che voglio a tutti i costi raggiungere, perché  così mi sento meglio e le nuvole vanno via e il grigio diventa bianco e torna il sole che è caldo e riscalda. Inizio a sentirti ancora di più, è un crescendo in gradazione, inizio a vibrare, ma lui mi vuole, lui, il Panettiere entità distaccata, artefice, creatore, mi prende, mi fa alzare, sono quasi stordita, con la vista annebbiata, poggio le mani sul tavolo, un piede sulla sedia, inarco la schiena, mi sposta la vestaglia, mi prende il seno, mi morde il collo, lo sento benissimo, e dopo il riscaldamento ancora meglio, ora è tutto in discesa, entra ed esce come piace a me, tre colpi profondi e uno lieve, tre colpi decisi e uno dolce, così fino al precipizio, fino alla porta di quel mondo dove gli abitanti siamo solo noi due, senti tutto anche tu, amplifichi i miei brividi usando le unghie che scivolano sui miei fianchi, dita che accordano il piacere con i capezzoli, mi senti che ti stringo, mi senti che sono avvinghiata a te e che non puoi lasciarmi cadere, ti dico di andare piano, perché mi sono distratta un secondo, mi tiri i capelli mi dici qualcosa all’orecchio, che sono bellissima, che sono tua, che ti faccio impazzire, mentre sto per venire è come se ti sfuggissi tra le mani, mi aggrappo al tuo collo per non cadere, e mi stendo sul tavolo e mi alzi il culo e mi posizioni come piace a te ora, le mani sui miei fianchi regolano le spinte, ci affondi le dita, mi prendi quasi a pizzichi, mi piace sentire un po’ di dolore, lo sai, mi apri ancora di più le cosce, sono stremata voglio venire, ma ti fermi proprio sul ciglio, lo fai di proposito, è una frustrazione che poi non mi fa controllare, che mi trasforma in qualcosa che non so gestire, ma ci sei tu con me, e questo mi basta, almeno per stasera. Domani il cielo si oscurerà di nuovo e scenderà tanto grigio, ma poi busserai alla mia porta ed io ti aprirò con una vestaglia bianca.

viviennelanuit©

Solo un minuto

Più niente assomigliava a niente

“Siamo adulti”, quanto volte ho sentito questa frase, come se l’essere adulti implicasse la salvezza dell’umanità, la giustificazione di adottare certi comportamenti, la convinzione di fare la scelta giusta e quell’insopportabile sensazione di “pararsi il culo”. “Siamo adulti”, quindi cerchiamo di non essere ridicoli, riusciamo a gestire relazioni di sesso senza caderci, non siamo più rock’n’roll, (semmai, lo siamo part time, con l’ansia del lunedì che ci alita sul collo), non diciamo parolacce, siamo standardizzati, non facciamo gli ingenui, moderiamo i toni, abbiamo un a plomb da dermatite atopica, e camminiamo su un pavimento pieno di uova, con qualcuno dietro che ci spinge avanti con un forchettone. Quando finisce la giovinezza e inizia l’età adulta? Perché, a volte, voglio fare ancora l’adolescente? Perché non riesco ancora a vedermi adulta, perché non riesco ad immaginarmi mamma e moglie? Perché?
La mostra era stato solo un pretesto, un sottile pretesto, una scusa, una piccola zona franca per salutarci, un modo per sussurrarci a bassa voce: siamo salvi! Siamo amici, è solo un pomeriggio con un amico.
–Dio, perché mi hai fatto vedere la luce? Non potevo vivere all’ombra dei miei orgasmi solitari? – Non potevo fare come quella mia amica che dopo l’amplesso si chiudeva nel cesso per sgrillettarsi totally alone? Secondo me, sono po’ troietta perché ho calpestato il terreno del paradiso e sono tornata indietro, perché ho visto Sodoma e Gomorra bruciare e voltandomi non mi sono polverizzata, perché ho aperto il vaso di Pandora senza esserne travolta, anzi, mi ci sono chiusa apposta in quel vaso maledetto, e anche a doppia mandata. In centro facevano 36°, o almeno così avevo letto sul display della farmacia, ero uscita di casa a volo, gonna di lino lunga verde militare, magliettina beige, bracciali tipo gipsy, capelli sciolti, sandali che esaltavano il pedicure appena fatto, pelle profumata di olio di Argan. – Fiamma, non sei l’unica fighetta in giro che vuole fare la minimal chic, quindi evita di descrivere come eri abbigliata, la rivoluzione adesso è essere normali senza dare nell’occhio, come quando una tavolata di venti persone si alza senza pagare e si disperde in gruppi di due senza dare nell’occhio, capito cosa intendo?-
–Sì, si chiama svignarsela e non pagare il conto!-
-Normalità, comportati come “se il fatto non fosse il tuo”, scattati una foto alle cascate del Niagara, o mentre stai precipitando, che ne so,  dal Monte Rosa, e pensa: ops, ma tu guarda che ci faccio qui? L’ovvietà che si fa tendenza, l’ordinario che diventa straordinario, calma e rilassata, non è figo mostrarsi in ansia e in balia delle emozioni, ricorda: “il fatto non il tuo.”-
-Esserino, ma che cazzo hai voluto dire? Ti sei fatto un cannone di due metri?-
-Sapevo che avresti indossato quei bracciali.
-Ti ricordi a Ponza? Al Frontone? Quando ero innamorata di te?
-Ed anche questa frase:”ti ricordi al Frontone?” Ma dai! Te lo volevi scopare, perché non ce la facevi più, perché stavi in crisi d’astinenza, non impacchettare tutto con nastrini, perline e gingilli!-
Camminavamo lungo i corridoi del museo in silenzio, scambiandoci qualche occhiatina di tanto in tanto, mettendo a fuoco qualche etichetta messa sotto un fumetto, così per ingannare noi stessi, per distrarci, da quel vortice di passione che di lì a poco ci avrebbe inondato, per illuderci che eravamo salvi, perché stavamo ad una mostra, vedevamo quadri, leggevamo, ci informavamo; date, tecniche utilizzate, non stavamo scopando come dannati in qualche angolino nascosto. Eravamo normali!
-Potevi scegliere un’altra mostra, però?
-Non ti piace Milo Manara?
-Il problema è che ce l’ho duro adesso, perché mi fai impazzire.
-Non sono io, è Miele a cosce aperte che ti fa impazzire
-Beh anche, allora, vi immagino tutte e due mentre state avvinghiate, sudate, e accaldate, meglio così?
Tutte le tavole dell’Uomo Invisibile mi sussurravano: -Tieni Fiamma, usa anche tu la pomata dell’invisibilità, così potrai scoparti Luca senza sentirti una pezza dopo. L’ombra del sesso cade su di noi come una sciagura, perché? Il sesso è il punto di partenza, è la ruota che traina il carrozzone, è quel microchip dal quale è nato il computer, cavolo! è quella sensazione di appagamento, che ne so, dopo che hai pulito da cima a fondo tutta la casa e sprofondi sul divano, soddisfatta, piena, e consapevole di dedicare del tempo a te stessa, di coccolarti. Il sesso, io lo vivo come una valvola di sfogo, senza contaminazioni sociali, del tipo troietta-mangiauomini-panterona-porcella, il sesso dovrebbe essere patrimonio dell’UNESCO, roccaforte delle frustrazioni, “gettoniera”delle giornate di merda, ma una gettoniera pulita, cristallina, non relegata a cose squallide, peccaminose, nascoste e infime. Mi viene voglia di proporre una petizione change.org, per epurarlo dal grigiume, ed elevarlo a pratica nobile e pura, mi piace l’dea di fare sesso come se non ci fosse un domani, come se l’oggi fosse soppiantato all’eterno, come se quell’attimo di trasporto, di formicolio, di adrenalina, di saliva che scende dalla bocca fosse in continuo rewind! In perpetuo rewind.
Luca faceva parte della mia vita, ne era entrato prepotentemente, a voce grossa, senza chiedere il permesso di stravolgermela, di attorcigliarmela, di incasinarmela. Ogni volta che lui mi cercava, io mi facevo sempre trovare, ero sempre lì, dietro l’uscio della porta di casa sua, sempre lì a rispondere a un suo messaggio, con il cuore che batteva fortissimo, perché mi aveva scritto.
Come la mettiamo con i sentimenti? Ma il sesso è sentimento, e condivisione mentale, è trasporto in movimento e parcheggio di macchine che stanno per scagliarsi a tutta velocità, è distruzione e rigenerazione. Sì lo so, quando “funziona” è la catarsi, e lì so’ cazzi, ma di quelli amari! Luca era un concentrato di ingredienti, era la formula perfetta di quello che volevo, di quello che cercavo. Senza se, senza ma, senza è giusto, senza sbagliato, senza sempre, ma solo oggi, perché ero sicura che quell’oggi con lui sarebbe stato comunque il mio sempre. Lui è stato in grado di cancellare tutte le mie insicurezze di ragazzina che si vedeva bruttina, invisibile, che si rintanava nell’Indie, perché odiava il resto del mondo; Fiamma vs il resto del mondo, Fiamma che sembrava una macchina a cui arrivava la benzina all’improvviso e aveva lo sprint, per poi perdere i giri….capite cosa intendo? Luca è stato l’uomo che mi ha “messo a punto!”
Quante volte mi sono seduta sul divano blu, guardando il telefono, facendo il pari e dispari se chiamarlo o meno, quante volte ho percorso il corridoio del dubbio e dell’indecisione se scopare o meno con lui. Sì, è stata la scelta giusta, e quei momenti di vita, di passione, di oblio, di catarsi, di passione, di sesso puro e semplice, io lì terrò sempre chiusi dentro di me, come in una scatola magica che andrò ad aprire nei momenti difficili, quando la nostalgia incombe, e all’orizzonte vedo solo un balcone dal quale voglio buttarmici, altro che Giulietta, voglio fare una fine, di gran lunga, più pulp di Giulietta!
-Grazie per gli auguri di compleanno-
Erano due mesi che non si faceva sentire, mi telefonò, ed io non risposi, lo vidi anche sotto casa mia, ed io feci il giro lungo per non beccarlo. Stavo cercando di disintossicarmi, ebbene sì, non avevamo più vent’anni, e la nostra relazione “solo sesso”, stava finendo per uccidermi, tanto non andavamo d’accordo, ci avevamo provato a stare insieme, ad avere una relazione normale, standard, mano nella mano, occhi a fiorellini, e baci perugina, ma entrambi eravamo consapevoli di non riuscire a portarla avanti, perché il sesso occupava tutto lo spazio, occupava tutto il tempo, tutta la normalità, e non collimava con la vita standard. Come quando bevi, e all’inizio senti quel calduccio correrti dietro la schiena, quel tepore che si fa gradualmente sempre più violento, fino a farti vomitare. La nostra relazione aveva tutti i contorni di una storia di droga, eravamo come due tossicodipendenti che toccavano il cielo con un dito, e che venivano scaraventati nella più fredda delle cantine, che si crogiolavano su un divano damascato, con una lunga pipetta d’oppio, e che si alimentavano di nuovi propositi, di “up” perpetui, e di “ fasi-rota”. Per poi ricominciare a loop, a refrain, a iosa, a cerchio e tutto daccapo.
Ricordo ancora quell’incontro, dopo appena una settimana “di rota”,e dopo un tripudio di messaggini roventi, di conversazioni piccanti e di orgasmi solitari. Casa sua, arrampicata a Materdei, mi sembrava ancora più grande, con quell’immensa scalinata seicentesca, tra archi e volte a botte. La bella’mbriana mi guardava compiaciuta da dietro una colonna, con i capelli biondi, lunghi e setosi, come la matrona di un bordello d’antan, come una fata incantata, quasi come se mi volesse dire: “sì turnata, t’aspettav”. Io con un espressione di rassegnazione e al contempo di impellente bisogno di soddisfazione, le rispondevo: “c’aggia fà!” Le mattonelle delle scale erano scomposte, ogni passo un rumore, ogni passo che facevo avevo la sensazione di cadere. L’appartamento era all’ultimo piano, la prima volta con lui non riuscì a varcarne la soglia, tale era il bisogno di amarci, di divorarci. Dovevamo andare al concerto dei Subsonica, avevamo fatto tardi, Luca aprì la porta, mi corse incontro, mi aprì le gambe con forza, mi fece poggiare un piede sulla ringhiera, che in quel punto era bassa, e solida, mi alzò la gonna, mi scostò le mutandine ricamate verde petrolio, che avevo messo su per il dopo concerto, (anzi, facciamo per la mattina dopo), alla sua prima leccata, ebbi un cedimento, cercavo di fermarlo, avevo paura ci vedessero, ma chi voleva che passasse in quel palazzo decaduto, pieno di pensionati delle poste e della Banca d’Italia.
-Siediti sulla mia faccia-
Diventai leggerissima per lui, mi prese per il sedere mentre leccava senza fermarsi, deciso e con veemenza come piace a me, stavo per irrigidirmi, puntando un piede a terra e l’altro sulla ringhiera.
Mi afferrai alla ringhiera, perché rischiavo di capitolare nella tromba delle scale, di colare a picco come il Titanic, di demolirmi come un grattacielo minato di bombe.
La mia mano afferrava i suoi capelli, l’altra l’avevo poggiata sulla mia bocca, volevo urlare, cazzo, volevo urlare, adesso mi muovevo da sola sulla sua lingua, sulle sue dita, con le mie unghie che affondavano nelle sue spalle, in quella impalcatura del piacere. Stavo per venire, solo con le dita, istintivamente mi stavo allontanando, lui mi prese per i fianchi e mi risistemò sulla bocca, sulle sue labbra, sui suoi denti, sulle sue dita. Stavo ancora tremando, l’elettricità correva ancora sull’epidermide, Luca mi baciò, che avevo ancora gli spasmi in corpo, mi si annebbia sempre la vista dopo l’orgasmo, perché? Per un paio di secondi vedo tutto offuscato. Gli sbottonai i jeans, avidamente, ma con una calma apparente, mi piaceva, lo volevo, volevo farlo venire più di ogni altra cosa al mondo, dell’universo, dell’intera galassia interstellare, ora era lui che si appoggiò alla ringhiera, che si manteneva a quell’àncora di piacere, a quella boa in mezzo all’oceano, la mia mano lo circondò, lo afferrò, cominciò a ruotare, andando su e giù, senza perdere di vista la sua espressione, era un po’ umido, avvicinai le labbra, cominciai a succhiare, eccitandomi ancora, bagnandomi ancora, lo chiusi, afferrando con una mano la ringhiera, nel modo più profondo che potevo senza fermarmi, con dolcezza, con calma, Luca iniziò a respirare profondamente, abbandonandosi a me, alla mia bocca, lo amavo, questo era amore, era passione, era ardore, era vita. Mi asciugò con un bacio lunghissimo.
Adesso in quel pomeriggio caldo, di sudore, di echi passati, di ricordi e di amplessi furtivi nell’androne del palazzo a Materdei, Fiamma vedeva Luca, ma non era più lui, era riflesso in uno specchio, l’immagine sinistra del ragazzo che era stato, la foto di quelle sensazioni, il sogno meraviglioso che al risveglio cerchi di ricomporre e che ti procura fastidio, perché non riesci a ricostruirlo, no, non era più lui, erano passati gli anni, e la carica si era esaurita, in mille e più scopate senza un domani, game over!
Lì, davanti quella pizza, ridemmo di noi e di quello che c’era stato, come due vecchi amici, come due conoscenti, come due persone, come due amanti, come un uomo e una donna che avevano condiviso l’amore allo stato puro, cristallino e immacolato.
-Sabato prossimo mi sposo-
Fiamma tagliò quella pizza margherita, come se non avesse sentito nulla, o come se avesse ingoiato d’improvviso una bolla d’aria.
-Chi è lei? –
– Sta vicino a me, mi sono affezionato, ormai ci sto dentro, che devo fare?-
-Che devi fare? Non hai mai fatto niente, continua a soccombere a tutto, continua a nascondere la testa sotto la sabbia, ingoia il rospo e tira avanti, sposati la tipina giusta, perché ti sta vicino e ti accudisce e chiudiamola qui, ok?-
-Com’è la pizza?-
-L’impasto lo sento gommoso, mi si sta bloccando tutto in gola-
-Bevi un po’-
-Io non la finisco qui, Fiamma-
Fiamma si alzò, e andò a pagare il conto con quel domani, che adesso le si era materializzato davanti, le tendeva la mano e l’aiutò ad aprire la macchina e ad ingranare la prima marcia, la prima di una lunga serie.

viviennelanuit©

Les Amants Régulier, Philippe Garrell, Francia, 2005

La chanson des vieux amants, Jacques Brel

SLOW DANCE?

Camminavo scalza per il corridoio lunghissimo, fuori c’erano il ponente, il libeccio e il maestrale che sembravano esortarmi a seguirli, mi incatenavano al pino di aleppo, mi torturavano con i loro sìbili e fischi, spessissimo, stavo al loro giógo, altre volte mi nascondevo in un mobiletto dell’ingresso affinché non mi trovassero. La casa era nuova: infissi in legno/alluminio, parquet, la poltrona Belém nell’angolo, che pareva infilzasse chiunque tentasse di sedersi! Per essere una casa al mare aveva un tocco da loft newyorkese, aveva un’aura da appartamento di città. Era sola, in mezzo alla natura con un voglia prorompente di affermare la sua presenza, il suo carattere. Tutt’intorno nella pineta, arbusti di ginepro fenicio, arruffati, sembravano gatti sornioni e pelosi, che svegliavo la mattina quando aprivo le finestre blu, loro mi guardavano pigri e indispettiti, ed io respiravo forte quell’aria balsamica e pungente di mediterraneo, piena d’acqua, acqua dappertutto, blu dappertutto: come il divano, come le persiane. L’avevo ristrutturata da poco, non la riconoscevo più, mi sembrava una nemica adesso, era come se, non riuscisse più a proteggermi dal mondo esterno, chiudevo le finestre, sbarravo le porte, accompagnavo le tende pesanti di chiffon, ma nulla, la Tonnara era diventata minacciosa, insopportabile, pettegola, aveva fatto un patto coi venti per seviziarmi, non potevo più fidarmi di lei, dei suoi anfratti, della sua cucina, della libreria, del lettone in ferro battuto, tutti gli oggetti erano contro di me, mi spiavano dall’occhiello della serratura, mi sentivo come un improbabile Alice trentenne, che cerca di fuggire da quel mondo di meraviglie assurde, come in una casa di bambole, dove tutti sono inermi e morti e tu traffichi con padelle e qualche mestolo, in una cucina, dove tu sola sai, non mangerà nessuno, ma dove tu prepari lo stesso e apparecchi la tavola: piatti, bicchieri, fazzoletti, posate, acqua, già l’acqua, aspetti quegli invitati che non si siederanno mai, e allora alzi quel cucchiaio e lo affondi in quella minestra. Dentro è inverno, ma fuori è estate, alcuni sconosciuti tentano di varcarne la soglia, io mi sento impaurita, timorosa e ansiosa, sono come Eva Braun segregata nella prigione di Moloch, sono come il Silvio Pellico dello Spielberg, come il Cagliostro della Rocca di San Leo. Ho bevuto troppo ieri sera, oggi doveva iniziare la dieta detox, da qui non se ne esce. No escape. Avevo i RATM sparati a mille, c’erano almeno 41 °, il sole batteva a picco proprio sul terrazzino del bagno, dalla vasca ne vedevo i raggi fieri, ostinati e affilati della tarda controra, prima che mi immergessi in quell’acqua fresca e profumata di sandalo e fiori di loto, mi sentivo come un pollo infilzato nello spiedo, tutto oleato, con tanto di rosmarino e paprika.
-Stasera cenetta dai freakettoni-
-Mi raccomando, comportati bene, fai la brava-
Esserino aveva alzato bandiera bianca, aveva deposto le armi, si era fatto vecchio, gliene avevo fatte passare tante, troppe, adesso era un vecchio saggio coi baffi bianchi, sembrava Gandalf, anche se per me era Smigol, pensavo sempre che avesse la febbre addosso, e che non si lavasse.
-Tesoro, ma ti sei fatta magrissima!-
-Troppo sesso Mrs Maude, troppo sesso!-
-Beata te, qua, da decenni sono montate le ragnatele, anche se qualche preda riesco ancora a catturarla.
Il patio era addobbato come un bordello di Osaka, tra pagode, fiumiciattoli Feng Shui e un gruppetto appartato che faceva Tai Chi.
-Fiamma, stai facendo la solita accozzaglia di pensieri, mi sa che Pindaro è incappato,di nuovo, in uno sciame di gabbiani!-
Il mio vestitino era perfettamente in tema con il mood della serata: rosso, con fiorellini giallini, forse gelsomini stilizzati o margheritine, era abbottonato fino al collo, a giro maniche, aderente quanto basta, lungo fin sopra le ginocchia e con uno spacco di lato, tacco alto e capelli a chignon, mi sentivo come l’origami di una Geisha, la bozza di un cartone anni Ottanta, la baldracca di Goldrake boh, e avevo messo su troppo rossetto rosso, lo specchio rifletteva l’immagine di una Fiamma rovesciata, che stava per bruciarsi i bei piedini.
-Ahia!-
-Cos’hai in mente, in quella tua testolina piena di radici malate e ortiche pizzicanti?-
Non avevo voglia di cenare dai vicini, volevo starmene sul divano di casa, con l’aria condizionata e le bacche di Goji, e invece mi toccava fare visita al vicinato.Gli architetti filo-harumaki-ramen avevano chiuso un importante progetto su Tokio: la costruzione di un grande albergo e avevano organizzato questa soirée nipponica con tutto il corredo, mi ero portata il panettiere con me, ero consapevole di tenerlo da un po’ sulle spine, era una bomba ad orologeria, poveraccio, se quella sera non mi fossi concessa, credo mi sarebbe saltato addosso nel bel mezzo della portata Maki! Ma potevo anche rischiare un fragoroso: fanculo Fiamma! Un Fanculo che chiaramente avrei scongiurato in tutti i modi!
Mi rendo conto di avere un problema con il suono della voce di alcune persone. Cerco di rimanere calma e indifferente, ma quando quella voce stridula si pianta nelle orecchie, è davvero difficile restare impassibili, prenderei un fucile a pompa e farei saltare il cervello di quella voce di turno: antipatica, acida, e che si comporta un po’come un martello pneumatico, che quando arriva ai miei timpani, batto la testa come se ne fossi mitragliata! Questa è una delle ragioni per cui al mattino voglio il silenzio e per cui se accendo la tv tolgo il volume, sì, ad alcune persone vorrei togliere la voce, come posso fare? Gli eviro le corde vocali e le vendo al mercato degli organi? Come si fa in questi casi? Mrs Maude aveva esattamente la tonalità giusta per farmi partire l’embolo. Decisi di appartarmi un po’ con il panettiere, lui sì che aveva una bella voce: calda,suadente, profonda, da maschio in calore, in calore di me.
Eravamo nella stanza rossa della Tonnara, quella col camino, quella col disegno dei pavoni, non ci credevi che stavi con me, continuavi a blaterare conversazioni ai limiti dell’assurdo su Herzog, Ellroy (Hey, mica male per uno che impasta dall’alba al tramonto, ma quanto sono stronza?!) e la Milano degli anni Cinquanta. Mi hai braccato, mi hai fatto una corte spietata, e alla fine ho ceduto, forse per noia, per il bisogno di sentirmi idolatrata, per ammazzare il tempo. Lo ammetto ho fatto l’ochetta, sapevi del mio finto atteggiamento frivolo, mi reggevi la parte, forse eri più furbo di me, ti avevo sottovalutato. Parli troppo veloce, vai troppo veloce, quante volte ti ho chiesto di andare piano, lentamente, senza fretta.
La voce in questione mi eccitava tremendamente, era la sua voce, la zona che reputavo più erogena, non il suo cazzo, la sua abilità “linguistica”, ma la sua voce.
Lo avevo rivisto a casa di Harold & Maude, o meglio decidemmo di incontrarci direttamente lì, da lontano non mi aveva fatto effetto, poi si avvicinò con qualcosa da bere e iniziò a proferire parola, mi bagnai all’istante, abbassai lo sguardo imbarazzata e feci un sospiro guardando quella notte stellata.
-Stasera evitiamo ok?-
-Non ti senti sola?-
-Panettiere, fai marcia indietro-
-Ok, fai il siparietto della sostenuta, vedi di chiuderlo subito, però-
-Certo che devo farlo, mi devo riscaldare?Panettiere!-
-Fammi vedere le dita-
Me le portai alla bocca, gli accarezzai la mano, forte, grande, e succhiai quelle dita avidamente, guardandolo, a lui non feci fare nulla, faceva parte del giochino, doveva stare immobile, dovevo stuzzicarlo, farlo impazzire e lui non doveva cedere. Non mi piace correre, mi piace andare piano, senza fretta, potrei rimanere in questo recinto di piacere per sempre, l’orgasmo ne è solo la risoluzione, e se pascoli bene in questo recinto, la risoluzione sarà una bomba, una scossa potentissima, roba da perderci i sensi. Il panettiere voleva sposarmi, voleva che lasciassi Luca, Robi, Yannick e che restassi con lui per il resto dei suoi giorni, mi sentivo confusa da tanta sicurezza, da tanta decisione, dopotutto mi piaceva crogiolarmi nelle questioni “sospese” e spilucchiare da queste solo il meglio, ma prima o poi sarei stata chiamata o a prendere una posizione (hey non ridete è per esprimere il concetto!) non risposi alle sue arringhe, come al solito preferii il silenzio, più comodo, meno compromettente.
-Ti prego panettiere, baciami soltanto, fai l’amore con me, senza pensare, senza parlare.
Mi girai verso la parete, mani sul muro, bacino inarcato, il panettiere stava per sbottonarsi, con uno sguardo ammonitore, gli chiedo di usare solo le dita, mi alza il vestito, mi abbassa le mutandine, inarco il bacino, inizia la danza, me la apre simulando il gesto delle forbici, apro le gambe ancora di più, perché le voglio sentire chiare dentro di me, non voglio un azione confusa, voglio un tocco deciso, lui mi prende anche davanti, premendo il bottoncino fatato, abbandono la testa all’indietro sulla sua spalla, mi prendo i seni, mi sento le ginocchia deboli, con le dita va più deciso, più lento, ma più profondo. Mi piace non amo la velocità, non è vero che bisogna andare veloci, cazzate, almeno non con me, perché devo sentire tutto, capire tutto, ogni centimetro di godimento devo decifrare, interpretare.
-Ah stai stringendo, vieni amore mio-
Adesso le sue dita sono ad uncino, mi prende per il collo, mentre sto per venire, dicendomi che sono meravigliosa. Cerco di ricompormi, mi accendo una sigaretta e mi affaccio alla finestra.
-Vuoi solo questo?
-Sì panettiere, scusa anche le donne si comportano da uomo di tanto in tanto.
-Io te lo faccio fare solo perché ti amo e ti rispetto
-Ti ringrazio per il rispetto
-Ma a volte Fiamma, ti prenderei e basta, e ti picchierei anche, perché mi fai incazzare da morire.
-Ci vediamo domani campione
Misi le chiavi nella serratura, e corsi a immergermi nel sandalo e nei fiori di loto, rimasi in acqua tutta la notte.

viviennelanuit©

The Housemartins, The Light is Always Green, The People Who Grinned Themselves to Death, Go! Discs 1987.

ANGRY DAY

Ci ritroviamo sempre allo stesso punto, non riesco a vedere la fine della galleria, è un ripiombarci continuo, è toccare l’idolo d’oro e tornare indietro, calpestare il prato in salita, pieno zeppo di fiorellini di campo ed essere inondati improvvisamente di acqua stagnante, senza poter avere la forza di rialzarsi, perché il fango ti tira giù, e la melma ti si avvinghia, senza poter urlare perché dalla tua bocca esce solo roba verdastra, e tu ti senti sporca e vuoi fare una doccia. Ci ritroviamo sempre allo stesso punto, senza aver mosso un passo, rigettati e respinti, il marciume ci dà una tregua di tanto in tanto, e siamo anche felici di crogiolarci su quell’oasi felice, ma la rabbia è lì, dietro l’angolo e sappiamo che ci farà visita prima o poi, ma l’incomprensione è lì, proprio dietro quella porta che teniamo serrata, e che evitiamo di guardare troppo, altrimenti si spalancherebbe in un batti baleno, cacciando fuori tutti i mostri e i fantasmi della nostra storia, come quell’ aggeggio acchiappafantasmi del miglior film di Reitman!
–Basta immagini nerd anni Ottanta, Fiamma! Stai parlando di cose serie, e non perdere il filo, concentrati!- La rabbia, potrebbe essere un buon pretesto? Dietro la scorza brillante della bellezza si cela tutta l’insicurezza della modernità, ed io mi sento così insicura a volte, che tento di aggrapparmi alla vita in tutti i sensi: graffiandola, afferrandola, sradicandola, pretendendola. Eccoci qui, il soffitto della mia stanza, la mia stanza troppo cresciuta per me, che mi dice di andar via, di scappare il più lontano possibile,
Ancora profumo di tonno e basilico, sabato ho fumato un pacchetto di sigarette, ho fumato troppo, ogni sigaretta accesa era un inganno al mio cervello, al quale ripetevo: -Fiamma non stai fumando, è solo l’ultima, poi domani ti bevi acqua e limone e ti depuri, adesso goditela, non pensarci-
Troppe volte, mi sono detta: “è l’ultima volta”, “non lo farò più”, i buoni propositi, le scelte giuste, il rigare dritto, l’espiazione, la disintossicazione dell’anima, la purificazione, l’ordine, la famiglia, la gente da tenere alla larga, gli equilibri funanboleschi, l’apparenza, il matrimonio, la vita strampalata, i viaggi in giro per il mondo, l’incompatibilità con l’ordinario, la consapevolezza che un bel giorno avrai la tua cucina e inizierai a cucinare tutti i giorni, già, a cucinare tutti i giorni!
Non vedevo Yannick da un paio di mesi, era sopravvissuto alla lontananza, sempre biondo, occhi azzurri, era giallo a dire il vero, ed io troppo nera, troppo terrona, vicino a lui mi vedevo come una provinciale che si metteva i vestiti buoni per la domenica, mi vedevo una bracciante che raccoglieva pomodori d’estate a 50 centesimi l’ora, che ne so, ma ci piacevamo, ed io gli corsi incontro, aprendo il cancelletto di fretta e furia, perché temevo che cambiasse idea e riprendesse la nave e mi lasciasse da sola, tanto riesaminerò tutto a settembre, adesso è estate e non ci voglio pensare. Non riconoscevo la Tonnara, non era più quella dell’anno passato, aveva assunto i connotati di una vecchia megera, che se ne stava rintanata in un angolo a cucire e a parlar male di me, cercavo di ignorarla, ma niente, me la ritrovavo in quel piccolo cubicolo che si era ritagliata, a farfugliare parole senza senso, una volta si punse con l’ago, e io quasi di scatto, come se stessi aspettando un suo cenno di esistenza, le porsi subito un fazzoletto, un fazzoletto bianco sul quale non vidi cadere neanche una goccia di sangue. Lasciai la cucina a Yannick, cucinava sempre lui quando veniva a trovarmi, come un rituale: apparecchiava, metteva l’acqua sul fuoco e mi versava un bicchiere di Passito, ed io me ne stavo seduta vicino la megera, fumando una sigaretta, e indirizzandole il fumo in faccia. Guardare gli uomini prima di “consumare” mi ha sempre eccitato, cerco di concentrarmi, scatto una fotografia, un percorso da seguire per arrivare al mio orgasmo.
-La vedo diversa la Tonnara, hai fatto dei lavori?-
-Anch’io la trovo diversa, l’estate ci mette tempo a carburare, ti aspetti sempre che prenda una piega immediata, e invece…-
-Ultimamente non ho molta voglia di scopare, lo sai?-
-Questo è grave, ho preso una nave, per copulare con te, che storia è questa?-
Yannick, sghignazzava a fior di pelle, mentre mi sbaciucchiava il collo.
-Adesso stai pensando alle tue situazioni sospese: Luca, Robi, il Panettiere, a proposito hai preso le focacce al tonno e pesto?-
-Te ne sei andato in Thailandia, Yannick, mi hai lasciato da sola-
-Che potevo fare? Tu vuoi il pacchetto completo:sesso sfrenato più volte al giorno, l’esclusiva sul gender, vita a due, figli, l’anellino… poi stavi con Robi, io c’ho provato spudoratamente, poi sono partito per altri lidi-
Risi, di una risata sconnessa e grassa, come se avessi bevuto un bicchiere d’acqua e l’avessi sputato di colpo.
-Yannick, ti ricordo che alla quarta volta in una giornata, mi pregasti di farti una bistecca al sangue! E comunque hai apprezzato questi lidi? Erano piacenti? Accoglienti? La prospettiva era profonda? Riuscivi a scorgerne il mare, da lontano?-
-Conosci il soggetto, ha solo un bel culo, ho dovuto integrare l’amplesso con scenari opzionali, mi si abbassava in itinere, Fiamma!
-Aglia! Non va bene!
-Capitolo chiuso, comunque, sono qui con te, adesso, perché sei sempre tu il mio approdo sicuro, la mia isola felice, la mia Venere mora di Botticelli, la sinuosa Fiamma che illumina la mia vita.
Yannick, affondò la testa tra le mie cosce, tirandomi per i fianchi e annusando i miei umori, mi alzai dalla sedia, la megera ci stava guardando e dovevo spegnere la sigaretta.
Start and rewind, senza passare per lo stop, di corsa, ecco la mia vita sentimentale, la mia irrequietezza, la mia febbrile pruriginosa voglia di sesso, il mio chiodo fisso, il primo pensiero della mattina, prima del caffè, della sigaretta, della pipì.
-Mi devo dare una calmata, ho pensato di farmi rinchiudere in una di quelle cliniche per un rehab, che ne dici? –
– Io ti lascio parlare, sfogati, ti faccio da psicologo, fa parte della nostra routine, è quasi pronta la pasta, andiamo a mangiare, dai.-
-Ci manca il sale-
-Cavolo!-
-Non sei italiano, è normale-
Ci stendemmo sulle sdraio fuori al patio, dormimmo per un tempo imprecisato, io mi risvegliai di soprassalto, feci un sogno pazzesco, ero circondata di topi, ratti grassi e feroci che volevano assalirmi, come l’orda pestifera di un pifferaio magico al contrario, – E basta coi pifferi, Fiamma!- In verità era la megera a guidarli contro di me, ed erano neri, e riuscivo a vederne i denti affilati. –Brutta stronza di una megera- le urlai, mentre correvo a gambe levate.
– Fiamma, tutto bene? Chi è la stronza megera?-
-Andiamo al mare va Yannick, ho bevuto troppo Passito-
La golden hour, l’ora d’oro del tramonto, della luce fantastica, Fiamma riusciva ad essere perfettamente in simbiosi con quella luce, perché era fatta della stessa sostanza del sole, del calore, del giallo dei capelli di Yannick, del tepore di Miss Pat.
Mi misi a tette di fuori, la spiaggia era deserta, l’acqua era calda, avevo le mutandine, facemmo una corsa senza mettere il costume, Yannick si fece largo fra quella tavola d’olio, sembrava un alligatore, una manta, un pesce che stava per agguantare la sua preda, mi venne da dietro, tirandomi i capelli.
-Oggi lo vuoi così, lo sento-
Sentivo il suo membro già pronto, lo toccavo, inarcai il culo, le mutandine ormai erano perdute per sempre nel mediterraneo, mi afferrò i fianchi, spinsi la testa contro la sua, lo sentivo tantissimo, con la mano mi stimolava il grilletto fatato, e con l’altra mi tirava un capezzolo.
Per le spinte, i miei piedi fecero un fosso nella sabbia, Yannick mi morse il collo, farneticava in un anglo-greco incomprensibile. Ammetto, fu difficile gestire quell’onda lunga post orgasmo, mi sentivo come se volessi uscire dal mio corpo, ma c’era una tenaglia che mi teneva giù, e quella tenaglia era robusta, forte, sicura, non mi avrebbe mollato facilmente, non credo.
Ci abbandonammo nudi sulla battigia, provati, ancora caldi, restammo in silenzio, mi trascinai ai pantaloncini per una sigaretta, -basta fumare, domani acqua e limone, domani dieta, domani niente sesso, purificazione, vita monastica-
-Fiamma, stop ok! I tuo pensieri fanno troppo rumore-
-Che dici, dopo passiamo dal panettiere? Prendiamo le focacce calde al pesto e tonno? Gnam!
Ecco! Mi scottai con l’accendino, come al solito.

©VivienneLaNuit

The Rolling Stones, Paint It Black, Aftermath, Decca 1966.

I AM INSPIRED BY SPIKE JONZE

Ogni giorno parlo una lingua diversa, ed ogni giorno non vengo capita. Ogni giorno cerco di spiegare, di parlare, di far comprendere come vedo la realtà, ma niente, questi non capiscono. Ho il terzo occhio, faccio parte della massoneria, mi metto un cappuccio in testa e celebro un rito iniziatico, mi guardo allo specchio e vedo la mia immagine capovolta, l’ho girata io, ho studiato in Messico come Aleister Crowley. Mi immagino su di un piccolo palco a conferire ad un pubblico inesistente. Prendo in giro, sciarade, ironia, doppi sensi, frasi a metà, mezze verità. Recito. Su quel podio che mi sono ritagliata; e pensare che ho anche acquistato da me la medaglia d’oro. Mi illudo di conoscere tutte le righe nelle quali voglio perdermi, ma alla fine leggo bene tutto quello che c’è scritto sopra quel quaderno, scorro le righe, che sono banali, divoro parole risapute, il solito brodo con carne trita e ritrita. Sono seduta, guardo i gatti dei vicini, provo a chiamarne qualcuno, sono superbi e non concedono nulla, mi accendo una sigaretta, dandomi un tono, alla ricerca di un po’ di carattere, terrorizzata dalla paura, dalla solitudine, dalla mancanza di un uomo al mio fianco 24h. Studio ancora la grammatica di una nuova lingua, la sintassi, il lessico, la morfologia, ma adesso queste regole non vogliono entrare nel mio cervello, ho pagato il conto, ceduto le armi, ho fatto fin troppo la troietta, lo so, Luca si è sposato, sì, mi ha chiesto di scopare part time, ma gli ho detto di no, non sono il fottuto coperchio di nessuno, poi c’è Robi che mi tiene in un limbo di aspettative, di progetti, dei “faremo ma non posso”, Robi che con me ha esaurito la sua carica, Robi, con il quale ho condiviso ansie e paure, Robi con il quale pensavo di ritenermi “salva” nel focolare della sua famiglia, dove era importante apparecchiare una bella tavola: forchette, piatti, bicchieri, acqua minerale e intorno tutto si sgretolava, e le pareti erano prive di intonaco, e dove ho perfino trovato qualche pezzetto di muro nella minestra, un po’ di cemento che ho mangiato, buttandolo giù con un po’ di vino rosso sangue. Con Robi, sembrava di stare in uno stagno, con mille ninfee che non prenderanno mai una piega, e che saranno sempre scomposte sull’acqua, e con lui che mi tiene per mano, ma che in realtà me la lascia quando vuole, in un tacito consenso, senza sbattimenti e tragedie, in silenzio, seguendo il principio che la vita scorre lenta e siamo chiamati a sostenere prove quotidianamente, che le prove non fanno gli eventi, ma che il sale di tutto è resistere, accarezzati dall’acqua del fiume. Non vuoi avere figli per il momento, non vuoi sposarti, conviviamo insieme come due amici di stanza, che vivono sotto lo stesso tetto. Basta. Mi serve una dose, forte, massiccia, che salga velocemente.
Sono andata al forno, stavi lì che preparavi i panetti con il lievito madre. Il negozietto era pieno di gente, intenta a prendere il numero e svignarsela, tu hai alzato giusto un attimo la testa per vedere chi fosse entrato. Mi hai visto, hai chiuso gli occhi per un tempo indefinito, respirando forte e continuando ad impastare, ti sei fermato, hai bevuto un sorso d’acqua e hai continuato il tuo lavoro. Era il primo giorno dell’estate, quel giorno parlavo la mia lingua, la nostra lingua, quel giorno, io parlavo e tu, panettiere isolano mi capivi, ed esaudisti ancora una volta i miei desideri, senza domande e senza spiegazioni.
– Sei ancora da sola alla Tonnara? Perché ti do retta?
– Vieni un po’ da me stasera?
– Dipende, se sono stanco o meno
– Non insisto
Aspettai il mio turno, nell’angolino con i miei shorts di jeans, gli anfibi, la magliettina scomposta verde acido con su scritto “Nirvana”, il bikini che mi irritava l’interno coscia, e la bretella che mi segava il collo.
– Ma tu guarda se devo restare qui, chiusa, con quaranta gradi ad elemosinare il cazzo di sto tipo.
Fiamma, sei al capolinea della società e alla frutta, sono seduta dentro la fottuta Karma Police, e vado lenta, fuori è buio, senza sapere dove, ma consapevole che tutto scorre e scorrerà sempre, tutto ciò è quasi una dannazione, un marchio a fuoco, una bolla enorme che non esplode. Sono seduta su quella panchetta di legno, mi guardi come se fossi una bestia feroce dietro le sbarre dello zoo. Cerchi di controllarti, di moderarti, impastando freneticamente, usando convenevoli con i clienti.
– Vado al mare
Prendo la borsa, la panchetta di legno mi ha lasciato il segno sulle cosce. Me le guardi come un lupo, ti togli il grembiule, alzi il tavolaccio del bancone. Sei uno ordinario, per la famiglia, per la tavola apparecchiata, per i pranzi della domenica. Ma sei anche il tipo che sculaccia il mio culo, sulla sedia a dondolo della Tonnara, lo so.
-Aspetta ti accompagno a fumare
Appena fuori, mi prendi da dietro, per i fianchi, baciandomi il collo, stringendomi i seni, facendomelo sentire e annusandomi intensamente. Mi divincolo per prendere l’accendino.
– Sai di salsedine, di sabbia, di sole, di caldo, di caffè, di sale
– Già mi sto bagnando, ci vediamo stasera e porta qualche pizzetta e due birrette, io preparo l’erba.
Mi metto le cuffiette, i Green Day di Dookie sparati a mille, ho questa sindrome tardo adolescenziale che non va via, ho questa lineetta bloccata sui venticinque anni che non si muove più. Io di anni ne ho trentatrè, forse sono io quella che non vuole crescere, no i vari Luca, Robi, Yannick e Panettiere, no, loro sono coerenti, loro vogliono scopare, ma lo voglio anche io, no, loro vogliono divertirsi, ma lo voglio anch’io, no, loro vogliono me, senza impegni, senza conseguenze, senza futuro, ma lo voglio anch’io, cazzo, ma allora di cosa stiamo parlando? Delle fottute scadenze, dei fottuti pedaggi da pagare, della cazzo di dogana. La voglio anch’io la tavola imbandita, la voglio già apparecchiata, ma a volte voglio mangiare in piedi, come la mettiamo? Non so rispondere e in silenzio mi incammino verso il mare. Sulla spiaggia del Lucaise sembrava tutto fermo, l’acqua aveva cessato il suo moto perpetuo, le onde non si infrangevano più sugli scogli, il sole era immobile e non emanava più nessun calore, la sabbia era intrappolata dentro una clessidra gigante. Non c’era più colore, solo plastica, fredda e immobile plastica. Una cartolina sbiadita, un immagine di quello che furono, i tempi belli di una volta, i colori vivaci, senza grigi. Le storie d’amore, collaudate e invecchiate, assumono i connotati di quei grandi cartelloni pubblicitari: grandi, glaciali, pieni zeppi di nuovi propositi, di buone intenzioni e di appelli invitanti, poi le stagioni li rovinano, li stracciano, increspandoli, facendovi entrare l’acqua, deturpando e corrodendo e il guaio è che non c’è nessuno che li rincolla, nessuno che aggiusta quei vecchi cartelloni, nessuno che si preoccupi di recuperarli, riattaccarli, recuperarne i pezzettini, no, l’unica cosa che fanno è incollarne un altro sopra, nuovo, invitante e con sotto tanta colla, perché altrimenti non sta su.
Mi spoglio, scarpe, pantaloncino, maglietta, stendo l’asciugamano, da lontano vedo Carola e Vale con i bambini, io sto ancora a zero, sono ancora indietro e non riesco a correre, perché mi viene il fiatone e ho paura di non farcela. Mi rollo un grifo, con la musica ancora a palla nelle orecchie, mi stendo, voglio la botta, voglio l’eden e voglio raccoglierne i frutti senza sentirmi in colpa. Sento una mano accarezzarmi la pancia, una mano ruvida che con l’indice fa dei cerchi intorno al mio ombelico, che sale su stuzzicandomi la bocca, svegliandomi da quel torpore con le unghie che scivolano sui fianchi. Apro gli occhi. Eppure voglio tenerli serrati, come quando in una galleria becchi quelle luci accecanti e per un secondo con le mani sul volante chiudi gli occhi e le palpebre ti fanno male.
– Ho fatto prima, sono qui, perché ti do retta?
– Perché mi ami e perché ti amo
Glielo dissi mentre gli accarezzavo i capelli, visualizzandolo tra le mie cosce, mentre mi donava il miglior cunnilingus del pianeta.
– Panettiere, voglio solo la tua lingua, in questo momento
Lo dissi, in uno stato confusionale, pieno di rovi
– Vado a fare un bagno
Mi riprendo un pochino, non mi va che mi vede così, poi mi scarica tutte le colpe, dice che faccio la troietta, che i casini me li cerco con il lanternino. Io volevo solo farmi una canna in santa pace. Io volevo solo venire in santa pace. Io volevo ascoltare Welcome to Paradise senza nessuno che mi richiamasse nell’inferno. Ma mi serve la tua lingua, e il tuo cazzo, e le tue attenzioni, e i tuoi complimenti, e la tua dedizione, e il tuo ardore, mi serve tutto. Ho una cazzo di dipendenza, soffro della sindrome dell’abbandono, ho il decifit dell’attenzione, ho un bisogno disperato di scopare con te panettiere e tu mi giudichi, no, non se ne esce. Mi porgi l’asciugamano, mi abbracci.
– Non sei cambiata di una virgola, da quando avevi sedici anni, per te non è cambiato nulla
– Panettiere, torno a casa, mi vado ad impacchettare con tanto di fiocco per te, non fare tardi e porta da bere
L’aspettavo sull’uscio della porta, scalza, la sera era fresca, il profumo del mirto fortissimo, ero rilassata, super ricettiva, apertissima.
– Non voglio stare da sola, sono sincera panettiere, ma qual è il problema? Bella camicia, mi piacciono le belle camicie, annuso il tuo profumo
Mi prende il viso a piene mani, gli mantengo le mani, mi dà un bacio che sa di dolore, di frustrazione, di fine della storia
– Non così, panettiere, non capisco nulla se fai così, devo immettermi sul binario, così fai solo confusione
– Quanto rompi!
– Faccio un po’ io
Mi avvicino ancora di più, ti bacio il collo, ti sbottono la camicia, ti bacio il petto con un po’ di lingua, la saliva inizia a scendermi dagli angoli della bocca, risalgo su, lo sento già pronto, evito di toccartelo, mi siedo sul divano mi tolgo le mutandine, resto solo con la gonna, mi giro e ti faccio vedere un po’ il culo, solo un po’ come piace a me, gli do una sonora pacchetta, lo so che ti piace il rumore, piace anche a me. Sei sempre dietro, inarco il bacino, mi stuzzichi i capezzoli
– Non ti sento ancora, aiutami
Mi tiri forte il capezzolo sinistro, quello più sensibile, te lo porti alla bocca, lo lecchi, tanta saliva, baci, la lingua veloce quanto basta, con le dita scendi sotto la gonna, me la alzi, mi fa piegare sul divano, cominci a leccare da dietro, con le dita che mi accarezzano dentro, mi aiuto dondolando i fianchi, porgendotela il più possibile, voglio che ti comporti come un ventosa, ecco cosa mi sta facendo venire, l’immagine della tua bocca, come una ventosa sulla mia patata. Lo so è assurdo. Eppure funziona, cazzo se funziona! La senti che è pronta, comincia a stringere ritmicamente intorno alle tue dita, cerco di respirare, così si raffredda, adesso me lo metto un po’ in bocca, poco poco, sennò mi vieni subito, lentamente, facendoti sentire la punta della lingua che va a colpetti sulla sua punta, mentre te lo stringo a cerchio con la mano, e con l’altra mi tocco una tetta, guardandoti, sempre. Ricominciamo, mi accomodo meglio sul divano, alzo le ginocchia, ti metti le mie gambe sulle spalle, così ti sento tantissimo, ti sento preciso, non posso distogliere l’eccitazione, che adesso ha preso la sua via, le tue spinte sono chiare, lente, profonde, illuminate dalla mia vergognosa voglia del tuo cazzo. Oh, l’ho detto! Calmi. Esci, continui con la lingua e le dita a uncino, mi tocchi sempre i seni, la mia mano sulla tua testa, ti stacchi un secondo per mordermi l’interno coscia sinistro, continui a leccare, a infilare dita. Ci siamo, puoi rientrare, neanche il tempo di infilarlo tutto che gli spasmi si fanno automatici, ripetuti, intermittenti, lo spingi più dentro per sentirli tutti, mi afferri il mento, mi stringi le guance, mi baci per sentirmi ansimare di te, e veniamo così, tra saliva, alito profumato di rosolio e la ventosa più fantastica dell’universo intero. Dai, Fiamma, la ventosa no, dì che non è così, please!

viviennelanuit©

Say ain’t so, The Weezer, The Blue Album, DGC Records 1994.

 

Avete capito? At least?

Ci sono situazioni alle quali è difficile rinunciare, ci sono meccanismi che si azionano solo in un dato momento e in un preciso contesto, la molla che scatta, l’iniezione che si irrora nelle vene, la temperatura che sale, la frenesia che ti avvinghia e non ti lascia, la difficoltà a dire di no. Mi chiedo se si possa vivere il sesso liberamente, facilmente, senza giochi di sottomissione, prevaricazioni, compromessi economici, mi chiedo se la sua purezza possa essere autentica e restare immune dai risvolti sociali. In questo caso andrebbero a farsi benedire parole come matrimonio, proprietà, mutuo, fedeltà, focolare, nido, sacralità, decoro, perbenismo, contegno, normalità. Di sicuro ha preso una “brutta piega”, il sesso vissuto adesso è solo appannaggio di reietti e reiette che stanchi della loro daily routine, migrano verso altri lidi, tradendo una vita normale, liscia e modulata, con qualche scappatella qua e là. Tutto questo non è leale, l’amplesso invece è leale, il coito è leale, non le doppie vite, perché tanto random il desiderio verrà a bussare alla porta, perché tanto la noia accumulata reclamerà il conto, perché tanto la vita è lunga e fa tanti giri, e non si può star seduti nello stesso vagone. Fiamma aveva un disperato bisogno di giustificazione, di redenzione, di purificazione, e attingeva a tutto il suo bagaglio “freak”, perché così facendo era protetta da esempi di vita alternativa e anticonformista! Come quella volta che trascorse l’estate agli “Elfi di Gran Burrone”, per poi scappare a gambe levate quando si accorse che erano tutti radical chic miliardari, che volevano spillarle contributi di partecipazione a go go, e anche lì, attaccò la predica sulla mercificazione del beatnik e sull’aver venduto il culo al Dio denaro. Deliri. Da un lato ammetteva la sua vita sentimentale altalenante in nome della magia che provava copulando con i vari Yannick e co., dall’altro lato ammetteva i suoi sbagli e soprattutto vedeva zoomata la parola “solitudine” scritta a caratteri cubitali, che si avvicinava sempre più decisa in quel caleidoscopio in cui si era ficcata. Non poteva fare la prosopopea della vita hippie negli anni ’10, non funzionava più la vita nel bosco, il sesso tantrico, raccogliere i frutti della terra, la camporella tra le ortiche (aglia!) , Fiamma parlava di genuinità, spontaneità, libertà dell’orgasmo, e della sua risoluzione, non le andava a genio l’ipocrisia, l’incoerenza, e soprattutto il nascondersi dietro i paraventi, ma era consapevole che il tempo biologico stava per scadere: stopping fucking around!
-Hai trentadue anni, smettila di sparare cazzate tantrico-hippie-vegane-che nessuno-se-le-caga-più!
Quante persone di plastica vedo intorno a me, tante persone di plastica che si muovono come se cercassero qualcuno che le plasmi, dandogli forma, persone senza sale e senza vita, preoccupate che il loro deretano sia ben fotografato sui social, e molto attente a non perderlo, terrorizzate dalla “gogna” e incuranti della vita che gli frana sotto i piedi, persone che fingono, persone mascherate di qualcos’altro, persone tristi che non fanno l’amore da millenni, che sono morte da tempo immemore. Zombie. Quando rividi Luca, dopo il matrimonio in quel caffè letterario del centro, perché lui doveva sempre mantenere la pantomima dell’intellettuale del cazzo, e la salumeria de’ sora Gina, sotto casa mia, per dire, non gli andava bene, no, mi doveva far prendere la metro con la pioggia, il freddo e il vento, ecco, premesso ciò, mi sembrò invecchiato, quando ci sedemmo era giovane, poi attaccò a parlare e invecchiava, ed io mi sentivo come Indiana Jones che aveva scoperchiato l’Arca dell’Alleanza, la cui forza sprigionata ne accelerava l’invecchiamento! Da film dell’orrore insomma, mi chiedo se un uomo debba ridursi in quello stato. Era la vita che voleva? Conoscevo la moglie, critiche a parte, era una donna ordinaria, fissata con la famiglia, protettiva, gli auguri di buon onomastico, il cenone di Capodanno, la buona domenica, onora il padre e la madre, il pensierino ai colleghi dopo le vacanze, e le scopate senza orgasmo il sabato mattina. Perché sì, Luca era bravo, ma con una insicura e inibita, non aveva “presa”, diciamo che, doveva essere un po’ “guidato”, per giungere poi ad un dialogo all’unisono, ma con miss-donnina-anni-cinquanta era difficile! Almeno glielo succhiava bene, a detta di lui! Comunque sia avrebbe imparato e si sarebbe finalmente“sciolta”. Mi faceva pena Luca, tentavo in tutti i modi che sul mio volto non apparisse la scritta “compassione”, ma non per la famiglia, i figli, ecc. che sono nel bene e nel male lo spartito dell’esistenza umana, ma perché non era un uomo felice, per lo meno un 60% di felicità doveva apparire da qualche parte, e invece nulla.
-Tu hai avuto il pieno controllo di tutto Luca, te la sei voluta sposare perché sapevi che ti sarebbe stata fedele, perché sapevi che sarebbe stata una facile da gestire.
– Io volevo sposare te
-Perché? Se mi avessi sposato avresti fatto di me una donna onesta? Tu scomparivi settimane intere, fregandotene di me, questo significava avere una relazione onesta? Ma non fare il coglione!
-Non mi sono preso cura di te abbastanza, dovevo starti vicino, coccolarti, invece ti ho trascurato
– Tutto quello che ho fatto aveva una chiara risposta, Luca, ti ho tradito perché mi lasciavi da sola. E adesso cosa vorresti fare? Scoparmi part time quando la mogliettina devota è dalla mamma? Ma ti sembro il tipo?
-No, non lo sei? Volevo vederti, sei sempre più bella, sexy, mi mancava questo visino fiero, pulito, disinvolto e questo sorriso.
Mi accarezzò la guancia, pizzicandomi il mento, intravidi una lacrima scendere sul suo viso, feci finta di niente, ero di pietra, non riuscivo a provare emozioni, eppure volevo piangere, eppure volevo disperarmi, fare una tragedia, prenderlo a schiaffi, perché aveva scelto quella donnina insulsa e senza sale, proprio lui che era stato il mio faro, la mia luce. Quante frasi fatte! Non riesco a dirne altre, forse attirava retorica e frasi fatte, attirava ordinario e monotonia, gli stava bene la sciacquetta, era come lui!
Il sesso vissuto con Luca è stato una droga, sono arrivata a questa conclusione. La scarica che mi dava aveva un valore altissimo, mi mandava in alto, in estasi, in paradiso, e la risoluzione era ancora più benefica, e poi alla fine cosa mi restava? Che ne volevo ancora, non di più ma ancora, come una fiamma che non volevo si spegnesse mai, tutto qui. Accompagnai Luca a casa, salimmo quelle scale che per tante volte erano state complici dei nostri orgasmi, quando dovevamo farlo in silenzio, quando non avevamo un posticino, quando avevamo voglia e dovevamo per forza godere, godere a discapito di tutti, attraverso un bisogno urgente, i nostri corpi spogliavano i punti giusti, li fermavamo con delle puntine, bastava sfiorare quelle zone da stuzzicare per essere felici con il cosmo intero, conoscevamo a memoria quella mappa, era tutto veloce, una botta che saliva fino al cervello, forte e decisa. La dose quotidiana. Era tutto finito. Ma quelle scale, quell’androne del palazzo, la puzza di muffa, gli spiritelli che mi sorridevano da dietro le colonne facevano riaffiorare i ricordi. Riabbracciarsi dopo un periodo di astinenza era liberatorio. Non ci vedevamo da quasi una settimana, e per l’occasione avevo indossato una minigonna aderente, tronchetti, e una magliettina che mi lasciava scoperta una spalla, se avevo il reggiseno? Certo che no, cazzo avevo ventrité anni, non ne avevo bisogno! La mia terza coppa C stava su da sola! Salivo le scale del palazzo a tre gradini alla volta, stavo per slogarmi una caviglia, no, nel palazzo del seicento non c’era l’ascensore, e non si erano preoccupati nemmeno di montarla quegli spilorci impiegati della Banca d’Italia che ci vivevano, arrivai alla porta di casa sua bagnata fradicia, si catapultò direttamente fra le mie braccia, non sapeva da dove cominciare, ero quasi mezza nuda, mi prese in braccio, spero chiuse la porta, ci spogliammo ognuno per conto suo, lui fu tra le mie cosce quasi subito, non riuscivo a gestirlo, era impazzito, leccava, baciava, succhiava, con le labbra, il mento, il naso, la faccia immersa in quel lago, la mia mano era sulla sua testa, gli tirava dolcemente i capelli, lo guidava, gli suggeriva le giuste movenze, le mie cosce erano poggiate sulle sue spalle, le sue mani erano sotto il mio culo, ed io inarcavo la schiena per offrirgliela, donargliela, porgergliela bagnata, e bisognosa della sua lingua, si staccò mentre stavo per venire e con le gambe che ora circondavano la sua testa mi penetrò, afferrai il lenzuolo, la stoffa di qualcosa che stava sotto di me, la federa del divano, non lo so, ma mentre stava dentro di me sentii un calore invadermi fino alla fronte, sentii le contrazioni farsi largo prima lentamente e poi prepotentemente dentro di me, si bloccò ancora, glielo succhiai, in ginocchio, mi accarezzava la schiena, mi prese i capelli radunandoli a coda di cavallo, lo spinse in fondo alla gola, sapeva come fare, sapevo farglielo fare, continuavo a toccarmi il clitoride, i capezzoli, la fica che batteva, che dovevo raffreddare, salii a cavalcioni su di lui, il mio seno sinistro divorato dalle sue labbra, le spinte che coordinavo con le ginocchia, la mia saliva sul suo collo, i suoi occhi di fuoco mentre leccavano il mio seno, mi feci indietro poggiai il palmo delle mani sulle sue cosce, i miei capelli lunghi e neri al vento che lo solleticavano adesso era più nitido il piacere, adesso potevo anche morire e risorgere, e polverizzarmi, e rinascere dalle ceneri e volare via. Le pause avevano intensificato tutto, le soste avevano amplificato il mio orgasmo che adesso era indomabile, avevo paura quando era così, si tramutava in qualcosa di incontrollabile, feci in tempo a prendere il suo viso e a soffocare le mie urla nella sua bocca. Luca mi riportava alla vita con tanti baci sul viso, baci che percepivo come lenitivi, come un unguento messo dopo una battaglia, una battaglia di piacere e orgasmi, di rese e concessioni, di modulazioni di frequenza e ritmo.
Davvero non mi rendo conto della cecità di alcune persone, dell’indifferenza, della paura di esporsi, manifestare emozioni, confrontarsi, spingersi più al di là di quel buco del deretano di cui Madre Natura le ha fornite, era impossibile dimenticarlo, era insostenibile affrontare il tempo senza di lui, senza i nostri orgasmi, senza che i nostri corpi si unissero. Luca aveva fatto la scelta più prevedibile, se pensavo a loro due la sera, sotto lo stesso tetto, mi saliva un ansia insopportabile, il cuore mi batteva veloce, sudavo freddo e la gola mi si gonfiava fino a scoppiare, no, non riuscivo a vivere così, forse sono una Bukowski al femminile, che deve rintanarsi a casa sua, bere qualche bicchierino, fare sesso compulsivo con Yannick, Luca, Robi, fumare erba scalza sul patio della Tonnara, leggere Hemingway al calar del sole, beh, no Hemingway no, non sono tipa da descrizioni infinite alla Hemingway, mi piace andare al nocciolo subito, di fretta, senza aspettare. Con Luca era definitivamente finita, lo avevo lasciato, e questa volta per sempre, no, non ho voluto accettare le scopate clandestine, non ho voluto accettare i giorni feriali con me e i festivi con lei, sapevo che la biondina dai denti storti non ce l’avrebbe fatta senza di lui, mi sono fatta da parte, ho ceduto il posto, sono semplicemente sparita. Luca continuava a pregarmi di restare con lui, continuava a chiedermi se poteva telefonarmi, vedermi, anche senza scopare, mentre mi versava il tè, mi accarezzava il braccio, lo accarezzavo anch’io, come piaceva a lui, ma mi fermai di colpo, poggiai la tazza di tè bollente sul tavolo, mi alzai molto lentamente, rimisi le scarpe che mi ero tolta, presi la borsa, Luca continuava a parlare, ma io vedevo solo che muoveva le labbra, improvvisamente divenni sorda, rinnegai tutto quello che c’era stato, ero cresciuta, dovevo prendere una dannata posizione, dovevo decidere. Lo lasciai lì seduto, con le foglie di tè ancora da macerare, e con il peso degli anni, che come mattoncini si erano messi uno sopra l’altro sulle sue spalle, quelle spalle, alle quali più volte mi ero aggrappata.

viviennelanuit©

Frank Zappa and MOI, Go cry on somebody else’s shoulder, Freak Out, 1966, Verve Records.