Archivi categoria: La rabbia non più giovane

June II

Con Yannick avevamo deciso di prenderci una pausa, dopo il viaggio a Salonicco avevo realizzato di quanto fosse superficiale e banale, di quanto fosse così bravo a letto, ma così vuoto, come una scatola tutta infiocchettata con dentro solo paglia, come un enorme palloncino pieno di elio, come un pensiero geniale che non trova risoluzione nel pratico. Ennesima delusione, tanto poi ci ricasco, vita permettendo. I miei no, non sono mai definitivi, sono terapeutici, come i rituali che ti danno sicurezza, le azioni previste e la camomilla delle 23, come l’acqua che ha raggiunto l’ebollizione e deve raffreddarsi e come la dieta detox del lunedì, dopo l’abbuffata della domenica. In una relazione devo arrivare al clou per troncarla, ne devo rimanere oltre poco disgustata per rifletterci su e tirare le somme. Devo dire che mi mancano quei pomeriggi al museo archeologico di Atene, darci appuntamento a rue Oktovriou, sederci in un kafeneio e baciarci fino allo sfinimento. Ho idealizzato Yannick come un mito greco, un mito della creazione, senza di lui non avevo identità, funzionavo solo con lui. Ho impiegato tanto tempo per eliminare quel sapore, il sapore di quelle sere estive e calde di Monastiraki, a casa mia. rincorrerci tra le statue, sfiorarci per provare quel brivido e finire a letto insieme, tutta la notte e con te tra le mie cosce, senza tregua. Mi dicevi che ero splendida come una luna accecante, come un’alba araba, come la mezzaluna fertile in un temporale estivo, rido ancora con te, che ti metti in testa i miei lunghi capelli neri, che mi metti le dita nel naso, che mi prendi in giro, che parli greco e non ti capisco. Ora, che riesco a pensare meglio, rivoglio quel periodo, perché è mio, perché mi appartiene, perché è di mia proprietà. perché è sospeso su uno scoglio in mezzo lo spazio, no, non sei stato una meteora nel mio universo, semmai lo sono stata io. Io a te mi sono aggrappata in tutti i sensi, con te funzionavo come donna, come amante, come compagna, come amica. Ricordo di come ero timida, di come non sapevo ancora modulare il piacere secondo i miei ritmi, ero acerba e incolta. No, non mi hai insegnato nulla, ho appreso da me e sono stanca del politically correct e delle zone franche, dei convenevoli, delle frasi fatte o delle cose non dette, voglio urlare e arrabbiarmi, sì, con quelli che fanno i discorsi razzisti, con quelle donne che non parteggiano per le donne, con le ingiustizie, con il groppo in gola che non va giù, con la voce roca per la rabbia. Ho bisogno di rabbia e di libertà, di correre e piangere, perché siamo chiusi in gabbia, perché giriamo in cerchio, perché il solco scavato è troppo profondo e mangio terra e fango e polvere. Mi sento prigioniera dell’ovvietà e dei luoghi comuni, è come guardare un film e conoscere già il finale, è come un déjà perpetuo, all’improvviso cado, gettandomi pesantemente sul palco, come faceva Jim, all’improvviso mi fingo cieca, provo fastidio, misantropia, orrore, delusione e rabbia, tanta, tanta rabbia che mi rincorre, mi afferra, a volte mi lascia in pace, ma poi ritorno e io devo fare qualcosa, poi arriva la pioggia, che lava via tutto, ritornano il sole e poi le nuvole. Odio i lamenti, i piagnistei, le colpe e i rimorsi. Non ho un cazzo di rimorso, io. Ho corso nel deserto e ho vinto, mi sono svegliata dal sonno senza baci, la paura è sempre lì, come la solitudine e l’ansia, ma fanno parte della giuria e io le accetto di buon grado e sorrido al giudice. Sono nata il giorno di San Martino e dell’estate indiana, dell’inverno caldo e della luce particolare. Basta, troppi pensieri. Mi scolo la boccetta dei fiori di Bach e altre cazzate New Age, accendo la lampada al sale e mi faccio i tarocchi. La verità è che voglio una cazzo di bambola Voodoo che ti trascini da me, voglio che arrivi in ginocchio, implorandomi di sedermi sulla tua faccia, voglio tirarti i capelli e tu mi lasci fare tutto, senza freni, senza tempo, senza regole, perché siamo immortali e perché siamo infiniti.

viviennelanuit©

I am always waiting for the sun

 

Wanna go clubbing tonight?

Nel quartiere di Monastiraki sembrava tutto fermo, nella Sinagoga non entrava nessuno, il portone era sbarrato, eppure una tenda di lato il chiostro, sventolava in silenzio, forse qualcuno la muoveva di nascosto, senza farsi scoprire. Il baretto non sfornava più kebab e gli alberghi a ore non avevano più amanti, il mercato era diventato una gigantesta pantomima di ambulanti che mercanteggiavano spezie, formaggi di capra e baklava. Camminavo con il mio splendido vestitino azzurrino H&M appena acquistato a Kolonaki ad un prezzo ridicolo, e il vento mi alzava la gonna e mi piaceva quell’aria fresca tra le cosce, dopo una settimana di caldo torrido da pezze in fronte. Bevevo un Freddoccino, così i greci chiamavano una specie di poltiglia di caffè, gelato, acqua, ghiaccio e dato che era il tramonto, riuscivo a scorgere le luci dell’ acropoli che erano soffuse, le Cariatidi erano come manichini stilizzati, i turisti bivaccavano in silenzio, con movenze sincopate e a scatti, sempre senza parlare, potevi vederli con le cartine in mano, alla ricerca del ristorantino tipico alla Plaka, e prestando attenzione avresti potuto intravedere anche noi. Aspettavo Yannick sotto casa sua, vicino piazza Syntagma, proprio vicino il grande albergo che ospitò niente di meno che Sir Churchill, ero innamorata di Atene e di Yannick, della pita, di Melina Mercuri, di Zorba, di Patrick Samson, di Costa-Gravas, e mi piacevano anche i Colonnelli e quel graffito di Byron a Cap Sounion. Io e Yannick ci muovevamo perennemente incollati, una cosa sola, una sola fiamma sempre accesa, perennemente di fuoco, dove il giallo, il rosso e  le scintille, si rincorrevano e si abbracciavano in un un moto perpetuo sicuro e ciclico. Avevo bisogno della monotonia, dei ritmi cadenzati, della routine. Avevo bisogno di sentirmi protetta e quei gesti sincopati mi aiutavano a non soccombere, a non perdermi in quel corridoio buio. Ero solo una piccola illusa, ingenua, romantica, una fragile foglia aggrappata a quell’albero rinsecchito che era Yannick. Ma come ho potuto credere che quella fosse la mia vita, come potevo esserne così convinta. Pensavo di restare avvinghiata a lui tutta la vita, pensavo davvero che quel posticino al customer care della Apple potesse essere davvero il mio mondo, pensavo realmente che quella fosse la mia routine lavoro-freddoccino-sesso con Yannick, sesso con Yannick-freddoccino-lavoro. Quella monotonia mi riempiva la vita, una monotonia con qualcosa di nuovo ogni volta, piena densa di aspettative per il futuro, piena zeppa di icone e di saper essere.

Entrammo in questo appartamento al Licabetto, pieno zeppo di imitazioni di El Greco, era di proprietà di un ragazzo che lavorava con me alla Apple, un tipo mezzo punk, pieno di soldi e di donne, ma con l’aria da morto di fame che faceva tanto: sono-bello-e-dannato-e-me-le-scopo-tutte-io, me lo immaginavo così a lavoro, mentre passava tra le scrivanie, con una camminata alla John Wayne, alla Fonzie e un po’ claudicante; raffigurazioni mentali che erano funzionali a non farmi fare la troietta con lui, perché il ragazzo meritava parecchio, e tutte le volte che mi passava vicino e mi sfiorava il braccio, si girava e mi chiedeva sorry! Ma, quando me la dai? Non te ne pentirai, hey sarò il tuo passatempo gioioso, ragazzina. Io ero già capitolata e la mia cosina andava già per conto suo, ma avevo Yannick, nessuna scusa, dovevo filare dritto e fare la brava. L’appartamento rosso ovunque, tende pesanti, moquette, Yannick si fiondò al mobile bar, mi lasciò subito da sola, al signorino avevo fatto un pompino prima di uscire, l’avevo viziato ed ora era bello che appagato, girovagavo tra il salone, la cucina, il divano con un grande cartello: voglio un orgasmo. Sorseggiavo un Ouzo gelato, mentre lo stereo pompava musica techno a palla. Ognuno aveva qualcuno vicino, come un piccolo talismano, una protezione, quel quadratino cominciava a fare effetto, cazzo, vedevo tanti occhietti di Allah che mi giravano intorno, e uno molto più grande che si avvicinava ed era tutto blu, come il mare, come il cielo, io ero sola, bevevo Ouzo e fumavo, era il periodo: fotto-il sistema-pur-lavorando-alla-Apple! Ero stata abbandonata da quel coglione, un brivido mi avvolse i fianchi: era lui, il punkettaro. Parlai francese tutto il tempo, benché fosse inglese, e mentre faceva il languido, e mi sussurrava cose all’orecchio, tipo: andiamo di là, io mi sentivo esplodere nella testa gli Artic Monkeys e quella voce suadente di Alex Turner cantare: when the sun goes down, colonna sonora di quel periodo.

– Facciamo le cose perbene, come ti chiami?

– Che importa, come mi chiamo, vieni qui.

– Aspetta, aspetta

Mentre mi prendeva le guance con una mano e con l’altra mi tirava a sé, in un attimo di lucidità mi guardai intorno, erano tutti avvinghiati, mezzi nudi, ero sicura di aver visto una a pecora, e un ragazzo in ginocchio, con qualcosa in bocca.

– Alt, Fiamma, allarme rosso.

Yannick, dove cazzo sei? Era difficile coordinarmi, il mio piede destro doveva portarmi di un passo avanti e doveva essere seguito dal piede sinistro, com’era difficile camminare. Yannick sbucò da quella vegetazione mi prese per mano e mi portò via.

Tornammo a casa, chiuse la porta di scatto, era arrabbiato, nero in volto, mezzo ubriaco, voleva picchiarmi, alla sua aggressività risposi, sfilandomi le scarpe, sciogliendomi i capelli, sbottonandomi il corsetto nero, alzandomi la gonna, ondeggiando i fianchi, richiamandolo lì, dove si era perso, dove prima non aveva trovato la strada, la giusta direzione. Lo feci accomodare sul divano, salii su di lui, avevo bisogno del suo profumo, parlava greco quando era eccitato, lo costringevo io, mi eccitava, mi bagnavo. Gli baciai il collo, risalendo fin dietro l’orecchio, i miei capezzoli reclamavano le sue mani, il mio enigmatico e solitario Yannick, volevo farlo ancora godere, con me, ancora e ancora in un loop senza fine. Il momento è arrivato lo sento dentro di me, ed è pura estasi; brividi che corrono, calore, rosso, la botta che sale, tutte le emozioni, le sento tutte concentrate lì, la mia femminilità che esplode senza ritegno, senza inibizioni, senza freni. Il movimento ora diventa più preciso, si è cristallizzato, compreso e ricompreso, le mie pareti interne iniziano a cingerlo, a stringerlo, le contrazioni si fanno forti, mi prende un seno a piene mani se lo porta alle labbra, sto perdendo i sensi, sento tutto, voglio tutto. Ti senti meglio, adesso, amore mio?

viviennelanuit©

Stereo MCs, Connected, Fourth & Broadway/Island/PolyGram Records, 1992

ROBI AT FIRST SIGHT

Da piccola guardavo con ammirazione la mia vicina di casa. La mia vicina era una donna piacente sopra i quaranta anni, mora, con gli occhi chiari e sposata all’architetto rampollo-Risky Business. Quando usciva per fare la spesa indossava sempre tacchi altissimi e non si faceva mai vedere senza rossetto. La beccavo sempre nel palazzo, concentrata a scendere le scale sculettando per essere vista. Io abitavo all’ultimo piano, e ci mettevo un casino di tempo per salire a casa, l’ascensore non la prendevo manco morta e salivo quei piani lentamente, inventando le storielle più assurde: guerriera in un mondo fantasy alla Fantaghirò, giustiziera della notte con un fucile a pompa nella mano destra, Robin Hood in gonnella che seduceva il principe Giovanni. Posso dire che salire le scale da sola, insieme all’andare in bicicletta, siano state la mie prime prove di ebbrezza di libertà.

La mia vicina di casa piangeva mentre stendeva i panni, per strada parlava da sola, e imprecava contro i figli maledizioni indicibili. Un giorno la fermai e le chiesi perché facesse la madre, le dissi con voce ferma che i bambini non si picchiavano, e che se l’avesse fatto ancora avrei chiamato gli assistenti sociali, il telefono azzurro e i pompieri. Avevo solo dodici anni, ma ero già una piccola stronzetta in erba. Lei e il marito litigavano quasi tutti i giorni, e un giorno dalla finestra volò perfino una bottiglia di vino rosso. La mia vicina di casa faceva sempre la simpatica: con l’idraulico, il postino e il portiere, che aveva la pancia, era pelato e gli puzzava l’alito. Mia madre (altra bonazza della situazione) forse era in competizione con lei, ma io non capivo, non capivo nulla, non sapevo il perché degli abiti attillati, del muovere i fianchi, del mostrare le tette a balconcino, boh, non capivo. Ero una bambina. Ma percepivo già una certa disperazione sui loro volti. Col cazzo che sarò una disperata come voi! Un giorno, venni a sapere che la mia vicina di casa aveva tradito il marito con l’inquilino del terzo piano. Ne rimasi delusa, forse perché me l’aspettavo più impavida la signora, più coraggiosa, e invece no si era fatta una scopata, il marito lo venne a sapere o forse lo sapevano tutti eccetto lui, e la vita andava avanti, senza sbattimenti e scossoni, no, così non va mora giaguarona, non puoi farmi questo, lascia tuo marito, i tuoi figli e scappa con l’inquilino del terzo piano, cazzo! Rifatti una vita, godi come vuoi, smettila di fare il bucato, smettila di fare i piatti, smettila di piangere. Ogni volta che la incontravo per le scale, la guardavo con una pena infinita, avrei voluto confortarla, stringerla forte, dirle a voce bassa di scappare lontano, che poi tanto lontano non era, bastava soltanto scendere al terzo piano e bussare alla sua porta, avrei voluto asciugarle le lacrime, rassicurarla, sul fatto che era una buona madre, che i figli dopotutto poteva vederli quando voleva, che poteva anche fare un salutino all’ ex-marito di tanto in tanto. Se era quella, la vita che desiderava, doveva prendersela, doveva scendere quelle dannate scale, perché era arrivata troppo in alto, e le vertigini iniziavano a farsi sentire, perché era chiusa in una torretta, e doveva semplicemente aprire la porta e scendere quelle cazzo di scale, magari la prima volta poteva poggiarsi alla ringhiera, perché l’altezza a lungo andare fa venire le ginocchia deboli ed è facile perdere l’equilibrio, ma doveva andare giù e perdersi.

Nel mio palazzo abitava anche Robi. Il secondo cavaliere di quella che sarà la mia Apocalisse. Robi aveva tutti i connotati per essere l’amico d’infanzia perfetto. Premuroso, porco insaziabile, farfallone, amico delle donne, comprensivo delle loro dinamiche, dei loro bisogni e delle loro esigenze; aveva un non so che di etereo ed evanescente, la sua pelle chiarissima e le sue lentiggini sul naso mi facevano pensare ai personaggi dei libri di Marcel Pagnol, un po’ con la testa fra le nuvole, stesi sul prato e con un fiore serrato tra le labbra, oppure al Zack de la Rocha che canta assatanato killing in the name of, per via dei suoi dread e della buona roba che mi offriva tutte le volte. Gratis! Robi amava le donne, amava tutte le donne, ma era il classico uomo sfuggente che all’apparenza credevi di tua proprietà, perché ti assicurava una presenza costante, una certa dose di sicurezza e protezione, Robi era la tua polizza Kasco, l’uomo del qui e ora, dell’oggi e  ovviamente, non del domani. Peccato facesse così con tutte, ma a suo modo era delicato e discreto e il fatto che scopasse con altre dieci in contemporanea non te lo faceva notare. Ero l’unica che non facesse storie a riguardo e la situazione andava bene sia a me che lui, dal canto mio facevo la parte della svampita, di quella che non capiva niente, di quella che faceva finta di niente, di quella che manteneva lo status quo solo per scopare con lui, perché tutto sommato era divertente, e alla fine ne guadagnavamo entrambi. Eravamo complici di sesso, sottoscrittori di una liaçon erotica-sentimentale, ma lo facevamo anche per comodità: abitavamo vicino, eravamo coetanei, i nostri genitori si frequentavano, con le partitelle la domenica, le cenette e i pranzetti. Robi però aveva un altro problema: era un bastardo, ma di quelli che non ti aspetti. Una volta entrai in camera sua e pretendeva che mi togliessi le mutande.

Hey, toglitele prima tu!

Robi era osceno e imprevedibile. Da una parte lo tenevo a debita distanza, dall’altra lo seguivo nelle sue marachelle. Anzi ne ero la musa ispiratrice, il principio ispiratore, l’ìdealista delle sue porcate, gli piaceva quando facevo l’ochetta e la sciocchina, lo eccitava da morire. Robi era il secondo “leone” che avevo conosciuto. Se volessi scrivere un saggio sulla fenomenologia dei segni zodiacali, probabilmente, metterei questo segno sia al primo che all’ultimo posto. Il leone è pervaso, sia da una insana follia che da una lucida razionalità, è senza dubbio il re del suo mondo, ma ne è anche lo sguattero e il servo della gleba all’occorrenza, perché la sua regalità si perde nel conformismo di una vita che al 50% vuole rendere a tutti costi “normale” e abitudinaria, e all’altro 50% vuole rendere piccante, a patto che la sera si torni sul divano a poltrire. Il leone vuole accanto a sé una donna ordinaria e mansueta, posata, educata, che lo apprezzi. Vuole in fin dei conti una signorina “perbene”, una che non gli rompa troppo i coglioni, vuole una donna con un carisma gestibile, indolore e a comando, così fa bella figura con gli amici! Lo scorpione invece, tocca il fondo e si rialza, cammina nel corridoio buio e accende la luce, mira caparbiamente verso l’autodistruzione con quella fierezza tipica di chi si sente fragile in fin dei conti e che scalcia, scalcia a più non posso. Con Robi mi sono spinta oltre, potevo farlo con lui, era la guida perfetta per scorribande hot. Ed io lo seguivo, ma sì tutto sommato si vive una volta sola, la vita è breve, non sappiamo se domani mattina ci svegliamo, non conosciamo il nostro futuro; quindi viviamo l’attimo e quello che ci offre, senza tragedie e spargimenti di sangue per favore. Me lo ripetevo come una litania, tutte le volte che stavo con lui, mi ripetevo a bassa voce che era solo sesso, sesso spinto, sesso senza tabù. Era solo orgasmo dopotutto. Non voglio perdermi nel labirinto, devo essere lucida, no, non ti chiamo, no, non ti scrivo. Ho bisogno di te, la stanza è così piccola, mi sento chiusa in una scatola, cerco di uscire ma cado giù, cerco di arrampicarmi, ma la corda si spezza ed io sono troppo pesante. Devi stare calma, Fiamma, respira, ma non puoi essere dipendente dal suo aggeggio! Carattere, carattere, me lo ripeto a loop, a motivetto a canzoncina, senza tregua. Squilla il cell.

– Fiamma! Ti passo a prendere. Ma alla Tonnara c’è qualcuno?

– No, ma vado a fare la spesa, però, altrimenti non abbiamo nulla da mangiare

– Ok, porta tutti i completini intimi che hai, il prosecco lo porto io.

– Devo proprio farlo lo spogliarello?

Tutte le volte ero costretta a fare uno striptease, non che mi dispiacesse, ma sapete, l’intruglio stava per diventare trito e ritrito, ed anche le femminucce hanno bisogno di, come dire, cambiare scenario, uno stimolo nuovo, qualcosa di più ricreativo. Una botta più potente, a livello di adrenalina, è chiaro. Arriviamo verso sera, l’aria fresca di fine giugno ci apre i polmoni. Intorno a noi, come spettatrice silenziosa, c’è solo la natura, che è anche nostra complice, la nostra ruffiana, la nostra amica. A volte l’abbiamo anche coinvolta nei nostri giochi: maliziosi, peccaminosi, birichini, lei, fiera e orgogliosa si è prestata di buon grado e non ci ha mai deluso. Le bottiglie di prosecco gelato ce le finiamo tutte quante, piano piano, un caldo tepore ci corre per la schiena. La casa era fredda, era stata chiusa tutto l’inverno, Robi voleva qualcosa, io mi feci un bel bagno, con la poca lucidità e rimasi immersa nell’acqua fin tanto che lui prendesse sonno. Avevo voglia di fare l’amore, ma non ero abbastanza carica, sarebbe stato un orgasmo frettoloso e sbrigativo, e poi fare il siparietto, nonostante il prosecchino in corpo, non era proprio nelle mie corde.

– Stasera dormiamo, Robi, poi domani cominciamo

– Ti voglio come una panterona

Ogni volta che usava queste immagini animalier, io mi guardavo allo specchio e mi vedevo travestita da pantera, e non potevo fare a meno di ridere, ma Robi era fatto così, doveva ricamarci sul sesso, doveva tessere la sua personale tela del godimento, doveva vedermi come una preda o come una cacciatrice, vestita da pantera o da educanda. Ma mai come Fiamma. Fiamma lo distoglieva, Fiamma era impertinente, saccente, ironica, irriverente, dissacrante. Fiamma lo faceva sentire piccolo, e Dio non voglia, mai! Stavo seduta sul divano, Robi si avvicina gli sbottono i pantaloni, li abbasso fino alle caviglie, lasciando le gambe scoperte che accarezzo e con i palmi bene aperti delle mani fermo sui glutei. Parto dai fianchi e gli tolgo anche i boxer. Devo stare comoda quando faccio un pompino e Robi mi deve toccare il seno. Mi piace, che sia pronto per me, che sta lì, che freme e che aspetta solo la mia bocca, le mie labbra, la mia saliva. Per alcuni minuti sono ferma e lo guardo, mentre Robi mi accarezza i capelli, me li prende in una lunga coda di cavallo, per alcuni minuti osservo i suoi brividi e i suoi piccoli spasmi. Caccio la lingua solo una punta di lingua, inizio di lato, delicatamente la mia mano lo stringe, mentre l’altra è poggiata sul sedere, la mano sul sedere deve regolare la spinta successiva di quando lo avrò in bocca, perché a Robi piace così, mi deve affogare, secondo lui, il suo cazzo deve riempire la mia bocca ed è talmente tanta roba, che è troppo, e quindi mi strozzo. Quando ero piccola, o comunque abbastanza grande da cominciare a capire cosa fosse un coito, non avevo mai pensato al pompino, almeno non in termini così totalizzanti all’interno di un rapporto, così funzionali, così pro-attivi all’orgasmo. Non avevo mai pensato che l’uccello si potesse succhiare. Lo sento dentro, inizio a muovere la bocca, a spingere piano, a sincronizzare la mia mano con la mia lingua, a stringere la base e a risalire, a cospargerlo di saliva, lentamente, guardandolo, lo lascio perché non voglio che la festa finisca. Ed ecco lo spogliarello, mi tolgo i sandali che sono allacciati di lato sulle caviglie, scosto i miei capelli lunghi, me li lego per il momento, mi sfilo la gonna, abbassando la zip, resto in mutande davanti a lui, le mie mutande ultrasgambate modello brasiliano, mi tolgo la maglietta, muovendo i fianchi su quel motivetto reggae dello stereo. Sono nuda, lo so, sono impaziente, voglio morire di 69 con te, ti stendi e te la metto in faccia, so che ti piace, che me lo lasci fare, mi metti le mani sul culo, per leccare esattamente dove voglio, metti le dita, due, perché sai che altrimenti non riesco a venire, e quel punto, su quel punto che hai trovato, inizio ad ondeggiare i fianchi, non ho ancora in bocca nulla, ma lo sento ugualmente, ed è una sensazione di pura lussuria, lo sento in bocca pur non avendolo, perché sono concentrata un secondo su quello che mi stai facendo e devo trovare una traiettoria, non mi ci vuole molto, ma poi sono in carrozza e alla fine è tutto in discesa. Le mie gambe incrociano la tua testa, faccio leva sulle ginocchia, stringo i glutei, strofino volutamente i miei capezzoli sulle tue cosce, pelose, muscolose. Adesso ce l’ho davvero in primo piano e inizio portandolo al punto dove sono io con la mia patata, che ti bagna la faccia, che ti fa “scivolare” il ritmo, che è troppo umida per trovare con quelle dita una presa, e allora faccio un po’ io con il medio e l’indice che simulano il movimento delle forbici, mentre lo succhio, lo lecco, ecco ho ritrovato la strada, ho ancora quella sensazione di orgasmo sulla bocca che non va via, e succhio, ancora e ancora, e su questo insistere, su questa onda lunga di piacere sulle labbra vengo, e sento un caldissimo tepore invadermi, e restiamo così io abbracciata alla sua coscia e lui con ancora la mia patata tra i denti.

viviennelanuit©

10cc, Dreadlock Holiday, Bloody Tourists, 1978 Mercury.

Luca

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Il corridoio era buio, mi tenevi per mano, come tuo solito prima di entrare in camera tua. Camminavamo su un tappeto rosso, entusiasti, giovani, belli, onnipotenti, il mondo era ai nostri piedi, ed era tutto, oltre quella porta, su quel letto, in quella stanza alla fine del corridoio. Vedevo da lontano due vallette aprirci la tenda, come nel miglior avanspettacolo, le vedevo sorriderci compiaciute nei loro cappelli a piuma, nelle calze velate, nei tacchi alti e nel trucco circense, quel corridoio ci risucchiava in un mondo nuovo, dove gli unici abitanti eravamo io e te, e dove non esistevano leggi e tabù, ma solo sesso: puro, semplice e antico godimento.
Dovevamo sempre fare piano, me lo ripetevi tutte le volte, ed io con una cantilena ti davo la stessa risposta di sempre. Luca era un maniaco del controllo, violentato psicologicamente dalla madre, dalla sporcizia, dalla polvere e dai peli. Aveva uno strano senso dell’umorismo e parlava delle sventure altrui con una sorta di ghigno mefistofelico stampato sulle labbra. Il problema era sua madre, una donna depressa, xanax-dipendente, una donna senza alcun interesse per la vita, polemica verso tutto e tutti, diabolica, gelosa del figlio, egoista e terrorizzata dall’abbandono e dalla morte, in un momento poteva apparire come la persona più affabile, gentile e sensibile del pianeta, un secondo dopo inveiva verso di te, vomitandoti tutto l’odio accumulato. Bisognava essere persone molto intelligenti per non farsi soggiogare da quella stronza. Io non ero intelligente, ma in lei vedevo il male e la tenevo a debita distanza, mi guardava con occhi arcigni tutte le volte che mettevo piede in casa sua.
– Fai ancora entrare quella troietta?
– Sì, la troietta sta ancora qui, devo prendermi la mia dose quotidiana da tuo figlio.
Non volevo fare l’amore da lui, mi sentivo osservata, e Luca non era quasi mai al centro del mio godimento, dovevo pensare a qualcun altro per venire, in quella casa, dovevo concentrarmi il triplo e l’orgasmo non era mai liberatorio, era come se venissi tirata giù di continuo, senza avere nulla a cui aggrapparmi. Metaforicamente, quella casa rappresentava un enorme stagno di melma e sabbie mobili. L’acquitrino dei miei anni a venire.
Ogni volta che varcavo la soglia, mi accoglieva un grosso lampadario Luigi XVI, che stava lì lì per cadermi sulla testa, infatti non ci passavo mai sotto, sarà stato qualche trabocchetto di quella mamma-stronza! C’erano tende di broccato bordeaux dappertutto, non so dirvi, ma era una via di mezzo tra un bordello filo orientale anni Venti e “la casa dalle finestre che ridono”, e poi c’erano gingilli praticamente ovunque, paccottiglia chiusa dentro vetrinette pesanti un quintale, purtroppo non avevamo un posticino tutto per noi e mi toccava venire in silenzio, dopo mi salivano dei sensi di colpa allucinanti, e volevo solo andar via. Prima di un concerto dei Subsonica, lo facemmo addirittura sul ballatoio fuori la porta. Luca viveva lì, e credo che a volte prendesse la forma di qualche sopramobile di casa sua, e lo immaginavo rinchiuso in quel quadro di Segantini, con le pecore, e lui che faceva il pastorello verso il tramonto. Luca era un burattino, non credo avesse carattere, carisma, spina dorsale, mutava di comportamento a seconda dei contesti e delle persone, e la sua autostima saliva o scendeva a seconda dei consensi raccolti. Il rapporto con lui era un continuo incoraggiamento, una dose continua di caffè espresso, un continuo tranquillizzarlo, ripetergli che andava tutto bene, riportarlo continuamente ad una dimensione familiare, conosciuta, sicura. Non sono certa che mi amasse, non volevo neanche essere amata da lui, dal canto mio provavo pena, tenerezza, volevo aiutarlo ad uscire dal tunnel, ma lui godeva a stare al buio, godeva delle situazioni che potevano potenzialmente danneggiarlo, per me era stressante, ma lui ormai faceva parte della mia quotidianità, sapevo che aveva altre storie, ma poi ci ritrovavamo sempre, in quell’androne del Seicento, su quel divano, davanti al quadro dei macchiaioli, sul tavolo in cucina, col profumo del ragù, dei pomodorini del pinnolo, della vasanicola, mentre sorseggiavamo un buon vino rosso, sgraffignato da una delle vetrinette malefiche chiuse a chiave, tu, che mi accarezzavi i capelli, e che poi tiravi, tu, che baciavi le guance e che poi mordevi, tu che volevi possedermi in tutti i modi, per riempire un vuoto, una solitudine, una mancanza. Luca era abbastanza alto, aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi lunghi fino alle spalle, che legava con un codino stretto, era muscoloso, aveva le mani sudate e le sopraciglia folte, le labbra sottili, le spalle larghe e il bacino stretto, quando parlava a volte faceva la saliva agli angoli della bocca, io riuscivo a trovarci tutti i difetti di questo mondo, era il mio passatempo, in realtà era perfetto ed io solo una stronza insicura. Quando feci la sua conoscenza a casa di sua sorella, lavorava nella bottega di famiglia, un negozio d’antiquariato in centro, era un bel ragazzo, lo guardavamo tutte, era molto gettonato, tra amiche girava voce che fosse gay, ma ero quasi sicura che la secca biondina dai denti sorti gli aveva fatto un pompino l’anno scorso. Io ero attratta da lui, ma poi faceva il timido ed io mi chiudevo a riccio, e mi sentivo come un oggetto a propulsione, avete presente quando il carattere vuole uscir fuori e dici cazzate, quando ripeti cento volte in mente un discorso che vuoi fare e gli altri ti guardano in modo strano perché parli da sola? Non riuscivo a comunicare con lui, ci guardavamo di sfuggita. Luca era solo una bella visione, il bello e impossibile, l’uomo dei sogni. Quella sera se avessi saputo quali pene dell’inferno avrei passato con lui, avrei preso un fucile a pompa e l’avrei fatta finita. Un colpo preciso in fronte e fine. Stop. Ho parlato più volte della mia dipendenza, adesso col senno di poi, posso dire liberamente che ero dipendente dal suo cazzo e dal suo modo di scopare. Scusate il linguaggio, ma la verità è questa, senza filtri e senza veli. Che poi abbia sposato la secca biondina e dai denti storti, so cazzi sua, ma la mia patata non la addenterà più, questo è poco ma sicuro.
Ricominciamo dall’inizio, Luca aveva dei problemi a relazionarsi con il prossimo, e la colpa era della madre, che lo teneva al guinzaglio, e alla quale ubbidiva a comando. La sorella Carola, era stata ripudiata e viveva a Londra, si era fatta scoprire con qualche sacchetto d’erba nello zaino e da allora non aveva più messo piede in casa. Cliqué prevedibile direste? In realtà odiava la madre e voleva solo scappare via. Carola era quasi il mio io speculare, per un periodo ho vissuto a Londra con lei, e per quello che faceva, per quello che prendeva, per come viveva era davvero tremila anni luce avanti e tremila anni luce intrappolata dentro un buco nero. Anche lei aveva bisogno d’aiuto. Come tutti. La mia Carola, la mia P.J. Harvey partenopea. Ovunque tu sia adesso, ricordati che ti ho amato tantissimo.
Luca sarebbe diventato l’uomo con il quale intrapresi una lunga relazione sessuale, in pratica ci vedevamo solo per fare l’amore, quasi tutte le settimane, più volte al giorno e una volta al mese. Luca era l’uomo che incontravo nella solitudine più buia, nei giorni più cupi, lo vedevo sempre alla fine del corridoio tendermi una mano, o gliela tendevo io? Non l’ho mai saputo, ma alla fine di quella galleria ci ritrovavamo sempre, e dovevamo toccarci, prenderci, divorarci, prosciugarci, affondare nell’oblio di noi stressi, e della nostra carne, lì dove il sangue non circola quasi più talmente che scorre veloce, lì in un fermo immagine statico per tutta la nostra esistenza. Quando stavo con lui volevo perdermi e non ritrovarmi più, volevo essere sorda, cieca, volevo solo sentirlo con la mia pelle, con il mio cuore, con i miei battiti senza avere nessun riscontro con la realtà, perché lui non faceva parte della realtà, lui si polverizzava alla luce della realtà, e aveva senso e significato solo nel buio di quella casa un po’ strana, tra una statuetta neoclassica e la merde d’artista. Dopotutto non era così diverso da un oggetto artistico, a volte stavo le ore solo a fissarlo, l’art pour l’art, Luca per Luca, e con le mani lo incorniciavo, perché Luca era un quadro, bello solo da lontano, bello solo al buio, se ti avvicinavi troppo rischiavi di vedere il troppo colore in rilievo, la tela sgualcita, potevi renderti conto che era fatto di cose comuni, carta, olio, e che non aveva nulla di straordinario. Ma da lontano, o in quella stanza era vicino agli Dei e a tutto il creato.
Sapevo che la mamma-strega-iena-suicidal-tendencies, non c’era. E per questo andai a casa sua, vestita solo di un cappotto nero allacciato in vita, e del mio profumo, solo con un po’ di rossetto rosso, così che i miei capelli scuri potessero risaltare ancora di più, so tutte le chiavi del successo, mi sento sicura, posso fare quello che voglio con te, per me. Sì, dopotutto sono più piccola, ma purtroppo mammina ti ha fatto il lavaggio del cervello ed io posso solo salvarti! Posso solo prendere il meglio da te, vedere i colori più belli senza avvicinarmi troppo, proprio come un bel quadro, bello proprio perché lontano. E tu sei lontano anni luce da me, e su di me sento solo i tuoi raggi, caldi.
– Apri la porta
– Ti aspettavo
– Baciami, ti prego
Non riuscivo a smettere di tremare, lo volevo con tutta me stessa, con tutto il mio corpo, la mia anima, volevo imprimerlo dentro di me, come un’ immagine, avevo bisogno di lui, come l’aria, come l’acqua, avevo bisogno di lui, perché io funzionavo con lui, funzionavo grazie alle sue dita, ai suoi movimenti insieme ai miei, funzionavo grazie ai suoi baci, alla sua lingua. Facemmo l’amore sulla porta di casa, mi prese in braccio, mi afferrò per le cosce, mi aggrappai a lui con tutte le mie forze, portai il bacino avanti. Le sue spinte partivano dal basso per poi risalire dentro di me.
– Il seno, ti prego
Mi prese i seni, se li mise in bocca, succhiò fortissimo, sentii la sua suzione fino alle tempie, dovevo muovermi anch’io, trovare il ritmo, ma quella volta non c’è ne fu bisogno, quella volta il mio ventre si muoveva da solo, preda di una qualche danza tribale. Preda solo dell’orgasmo, perché è di quello che stiamo parlando.

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Untitled, New York (NF.415), 1979-1980. Courtesy of the artist and Marian Goodman, New York

C’È DELL’ACQUA SOTTO LA FIAMMA

viviennelanuit

Fine di una storia. Fine di un storia mai cominciata. Fine di una storia che è stata solo vissuta, respirata, impregnata di un profumo indelebile. Cerco di lavarlo via. Fine di una storia che sembrava infinita, e che invece si è dissolta nel peggiore degli acidi a buon mercato e che si è sgretolata nelle mie mani, come la cenere di un cerino, scemata in sordina, senza dare nell’occhio, senza avere neanche il tempo di pronunciare la parola: fine. Una storia che andava alla deriva senza soluzione di continuità, e forse senza fine. Non mi prendo mai sul serio, non la smetto di fare battute stronze a ripetizione, non riesco a non essere polemica, a volte vorrei uscire di casa e concedermi un giorno di ordinaria follia, ciò non vuol dire che non abbia rispetto delle cose importanti della vita, rispetto tutti, amo tutti, adoro l’intero creato, ma a volte ho bisogno di star sola, chiusa nell’eremo della Tonnara a scopare, bere, fumare e mangiare: con il Panettiere milanese, con Luca, Robi e Yannick. I quattro cavalieri della mia apocalisse. Gli accompagnatori del mio baratro. Ormai è un lustro che stai dietro a questi tipi, stai in un fosso e non riesci a risalire, stai mangiando solo terreno, tra poco verrà un uragano che ti seppellirà lì sotto, nel fango. Fiamma, più volte ti ho mostrato la scale, ma tu hai fatto finta di non vederle, stai ancora fingendo di essere cieca?
La mia bussola si è smagnetizzata, ma poi a cosa serve una bussola se poi crepiamo tutti, se tutti finiamo nel fosso come i topi del pifferaio magico, mah, io non lo so, non so rispondere, non voglio rispondere, posso rimanere in questo limbo? In silenzio? Quando vedo troppa gente, non vedo l’ora di tornare a casa, odio le persone, non le sopporto, ho un problema con le voci stridule, con quelli che parlano, parlano e parlano. Desidero il silenzio, la tranquillità, la natura, il verde e il mare. Ho l’impressione di camminare fluttuando e di guardarmi intorno e decifrare un linguaggio che è visibile solo a me. Hey, sono una cazzo di macchina enigma! Mi sveglio da un incubo, oppure sto assistendo ad un incubo?

Troppo facile, sarebbe una strada spianata, in discesa, liscia, da percorrere senza svoltare l’angolo, tanto alla fine c’è l’aurora, c’è il sole, e invece no, dobbiamo guardare, e io mi fingo cieca e guido, sono cieca e guido la macchina, poi però devo prendermi una pausa, devo chiudermi nel castello del gobbo di Notre Dame a riflettere. Non parlo mai di te? Non è vero, ho i piedi ben saldati a terra, sono piantati tipo radici da sotto il cemento, e ho bisogno di regole e punti di riferimento, perché sai che non sono una tosta, no, Panettiere milanese, non lo sono e so che tu mi lascerai da sola spesso e questo non lo tollero, ed io da sola non ci so stare. La prima volta siamo stati al lago, quello dei fenicotteri, un lago illuminato solo dalla luna e dalle lucciole che sostavano a pelo dell’acqua. Non c’era nessuno solo la natura, che discreta e silenziosa faceva da voyeur. Non ero sicura, non mi andava, ma è stata una mia decisione portarti lì, forse perché avevo troppo desiderio accumulato che mi contorceva lo stomaco. Mi hai baciato a tradimento mentre blateravo ancora perplessità. Mi hai dato un bacio spontaneo, puro che sapeva di rinascita e di genesi e di inizio di una storia. Un bacio da capitolo primo. Scavalcammo la piccola staccionata che dava su una terrazza ricoperta di travi di legno, era tutto così onirico. Io mi sentivo sdoppiata, come mi capita spesso, da un lato la mia vitalità prorompente che mi fa fare cazzate, dall’altra la voce della coscienza che mi addita la retta via da seguire, e io che leggo anche il cartello: “retta via”. Ora, sarà stato il chiarore della luna, il laghetto salmastro, l’aria calda corrermi su per la schiena, il tepore delle tue mani, ma ero davvero su di giri, avrei indossato solo i raggi pallidi della luna per te, raggi che avresti scostato per stringere il mio seno, scostarmi i capelli e bagnarmi le labbra, come una ninfa, che esce dall’acqua, un essere spirituale e puro.

Avevo un vestitino lungo grigio che seguiva le mie curve, curve che conosci perfettamente, e che spesso riaffiorano alla tua memoria. Ci sedemmo su una panchina, mi alzai il vestito, mi abbassai le mutandine, mi sedetti sul gilet di jeans che avevo messo apposta, iniziai a toccarmi, mentre mi scoprii i seni, non sapevi da dove cominciare, eri confuso, i tuoi gesti erano concitati. Iniziai io, abbassandoti i pantaloni, sentendo la tua voglia di me, assecondandola, senza fretta, e la mia bocca era il tuo sedativo, e le mie labbra il tuo lenitivo, e la mia suzione la tua medicina, e la saliva l’unguento da applicare, un tormento, l’eccitazione è un tormento, si insinua languida, Voglio che mi accarezzi, voglio che mi prendi per i capelli, voglio essere la tua regina e la tua puttana, voglio tutto e subito, ti voglio tutta la notte, tutto il giorno, non per sempre, non domani, ma in un tempo indefinito, dove ci siamo solo noi e dove lasciamo fuori, chiusi a chiave, i rumori e le voci. Voglio vivere su un letto o sul divano blu, voglio che ci spogliamo, ci annusiamo, ci lecchiamo, voglio quel sapore particolare che la nostra saliva assume quando siamo eccitati, voglio il tuo corpo su di me, voglio muovermi su di te, farti sentire la mia acqua, acqua che nasce dal fuoco.
– Per me è difficile smettere di essere innamorato di te, ti penso ogni giorno, non credere che dopo tutto questo tempo riesca a dimenticare in fretta
– Ma questo che c’entra, adesso, me lo spieghi?
E bastato appena poggiare le mie labbra al tuo cazzo che sei venuto subito, non mi hai avvertito, hai dato la colpa al calore della mia bocca.
– Scusami
– Di cosa? Che mi sei venuto in bocca?

Sono terrorizzata da qualsiasi forma di possessione, di appartenenza, di conflitto, voglio vivere serena, senza menzogne, voglio vivere con uomini intelligenti che rispettano il mio carattere e le mie decisioni. Non sono fatta per vivere storie parallele, non riesco a mentire, a dire bugie. Panettiere fai tanto il timido, mi chiami puttana, ma chi tradisce la moglie decennale? Chi lascia la figlia a casa per stare con me? Tu. Io non ti accuso di nulla, non ti giudico, tante volte ti ho detto che non era il caso che ci vedevamo, che dovevamo lasciar stare, che stavamo giocando col fuoco. Basta. La devi smettere con la vita che avresti voluto avere, con le persone che avresti voluto incontrare, hai un disagio, comunicalo, liberati da questo peso. Perché? Scopare con me è un peso? Ma no, nel maschio italico la donna è appartenenza, possessione, proprietà. Io non so rispondere a tutto ciò, non so gestirti, poi piangi, mi implori di starti vicino. Sai che scopo anche con Luca, Robi e quando torna da Atene, con Yannick, so che fai il geloso, che sbraiti e che qualche volta ho preso anche un ceffone. Qual è il problema? Non sono una bella persona, ma mi comporto in modo leale, sono tutti informati, io sono fatta così, non voglio tragedie, non voglio allarmismi, non voglio sentire la tua voce urlarmi contro cattiverie inaudite. Io proverò a risolvere i miei problemi, affrontando le mie paure e le mie ansie senza xanax, ma tu, almeno tu resta lucido. Ti prego. Non sono neanche il tipo che aspetta l’uomo della vita per sistemarsi, figliare, non aspetto un cazzo di uomo che mi mantenga, ho un lavoro, una casetta e la mia indipendenza. Sì, ci sono zone d’ombra, ma le tengo sempre illuminate, non ho bisogno di conferme, non ho bisogno che qualcuno mi voglia bene, non cerco questo. Cerco solo la pace nel mondo, senza stress, poi, per il resto, sai che ti amo, che ti voglio bene, che sei importante. Poi, siete tutti uguali, pieni di insicurezze, intolleranti alle responsabilità, bisognosi di una mamma, temerari, ma anche vigliacchi.

Panettiere, tu entravi nella categoria degli uomini amici delle donne, di quelli comprensivi del mondo e delle dinamiche femminili, dove Dio è unico, ma ha solo nomi diversi, e dove la bellezza interiore non corrisponde a quella esteriore. Sto andando in tilt, dico cose senza senso, poste alla rinfusa nella mia testa. La colpa è solo mia, è mia perché ho voluto rivederti, perché ho voluto stare ancora con te, non dovevo cercarti, non avrei dovuto, ma l’ho fatto, il dado è tratto. Ma sono serena in confronto a te, non me la prendo con il mondo intero, non do calci al divano, sono serafica, appagata, questo a te non va a genio, lo so,ma è lo status quo e non possiamo farci nulla, del resto tu non muovi di una virgola la tua vita per me, e allora per quale assurdo motivo dovrei farlo io?

E ci incontriamo qui al laghetto, nel retro bottega, alla Tonnara, non voglio che parli male della tua compagna, mi dici sempre che la odi, che è insulsa, di basso profilo, che non ti è mai piaciuta, ma che non puoi smantellare tutto, che sei in una prigione, chi ti chiede di uscirne? Ok, d’accordo, io voglio stare con te, ma non voglio scopare in quella cazzo di prigione, devi uscire fuori, non puoi prendertela con me, non puoi, ed io non voglio entrarci. Sono una donna libera che non vomita addosso ad altre persone le frustrazioni, la collera, i disagi accumulati negli anni passati, essere un donna intelligente, sexy, ironica, non è un fardello da portare di nascosto perché bisogna uniformarsi, per il quieto vivere, se tua moglie è una gallina alla quale hanno messo un tappo che neanche tu sei riuscito a togliere, non puoi comportarti da esaurito depresso, acido con me. Io voglio aiutarti, ma devi lasciarmi fuori. Avete presente quando l’ira sale e non siete in grado di contenerla? Quando il nichilismo più cupo vi stringe in una morsa e non siete in grado di liberarvi? Per me risulta difficile, se non addirittura impossibile comunicare e allora resto in silenzio, non mi piace tenere banco e divento improvvisamente muta.

Sto facendo la solita accozzaglia e non riesco a uscirne. La voce di Sting mi fa sempre un certo effetto, mi siedo in veranda, oltre i pini d’Aleppo c’è il mare d’inverno, stringo tra le mani una tisana bollente, stendo i piedi, mi rilasso nel caldo della coperta. Non so dove sto andando, mi immagino che cammino e cammino, ma non arrivo da nessuna parte, sono una fottuta eterna spettatrice di paesaggi. Stasera gran veglione dai vicini hippies e gattari, Panettiere si libera dopo la mezzanotte, può uscire, sgattaiolerà dalla finestra senza dare nell’occhio e verrà a prendermi con la carrozza e i topini, troverà la mia scarpetta, eviterà che mi punga col fuso dell’ago, si trasformerà in una bestia perché il tempo sarà scaduto e salirà su un tappeto volante e insieme voleremo verso il nuovo anno e così via. Perché mi sento come la voce fuori campo delle fiabe?

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Bagnati! Che ti asciugo

MI AMI?

Di cosa stiamo parlando. Ti osservo dal basso verso l’alto, dalle scarpe da ginnastica un po’ consumate, passando su per quei jeans sbiaditi, e terminando sulla maglietta bianca e il grembiule sporco di farina. Ho un rapporto particolare con le tue mani, ma questo già lo sai e con quelle dita che affondano nella pasta, nelle uova, nel sale e nell’acqua e che la notte scorsa sono affondate dentro di me. Io aspetto il mio turno, come sempre, in silenzio senza far rumore, senza interferire con la lievitazione, con tua madre che mi guarda in modo arcigno ogni volta che metto piede in bottega, con il collega che ti ammicca compiaciuto, con la folla che di tanto in tanto mi fa perdere la tua visione. E aspetto, senza parlare, senza dire nulla, mi siedo sulla panchina e ti faccio morire, mi scosto i capelli di lato, abbasso la bretella del reggiseno, mi aggiusto le coppe, inumidisco le labbra, mangio una pellicina dell’unghia, accavallo le gambe, ciondolo con i sandali volutamente, me ne cade uno, lo riprendo col piede, resto scalza per qualche minuto, mi ricompongo sulla panca, alzo la gonna, alzi gli occhi al cielo, sei imbarazzato, no, non puoi distrarti, sei tutto rosso e con il pallore della farina si percepisce ancora di più, ridacchio e la smetto, ho capito non è il momento. Mi piace stuzzicare gli uomini, sono molto più timidi delle donne, di una timidezza primordiale oserei dire, rivelatrice. Quando capii questa cosa, eliminai d’un botto tutti i miei punti ferita e diventai invulnerabile, era facile metterli in imbarazzo, godevo nel farlo, ma non dovevo mai ridicolizzarli, anzi facevo di tutto per metterli a proprio agio, parlavo di musica, di teatro, cantavo, facevo battute stupide, tutto il repertorio di Fiamma, per intenderci. Avevo incontrato uomini che mi avevano lasciato un ampio margine di azione, uomini che mi dicevano sempre di sì, uomini che mi accontentavano sempre, ed io ero soddisfatta di loro, li facevo sentire importanti, utili, e bellissimi e loro capivano e allora eravamo contenti entrambi. Senza prevaricazioni, per andarci d’accordo li imitavo nel mio piccolo, pur restando fedele alla mia personalità e al mio carattere. Intelligenza emotiva, gente, solo quella!
– Dove vai?
Questa estate vengo tutti i giorni, il mio pane quotidiano che ci volete fare. Ho scostato le perline della tenda, il profumo intenso dei biscotti appena sfornati mi invade le narici, faccio marcia indietro riprendo la bici, vado via e pedalo veloce. Sono in terapia, è una terapia, mi serve una terapia, ma intanto curami, curami, curami. Ce l’ho nelle orecchie, non va via. Quel motivetto ossessivo. Mi serve la dose, perché non mi hai seguito? Forse è meglio così. Ho bisogno di qualcuno che mi faccia cuocere nel mio brodo di tanto in tanto, ho bisogno di essere ignorata.
Non abbiamo nulla in comune, di cosa cazzo dobbiamo parlare, poi mi rompi pure sulla zona franca, ma allora devo prendere davvero una spranga fottuto amico mio? E seppellirti dietro la miniera? Siamo agli antipodi, il sesso è il nostro ponte, il collante, lo scotch, la cera lacca, non uccidermi la salute. Sì, ti amo, che cazzo significa, dammi una spiegazione, spiegamelo per bene, fammi uno schema. Io alzo le mani, mi arrendo. Mi prendi per il braccio, mi porti dietro la porta, dove sta il laboratorio, è tardi hai chiuso tu stasera, mi prendi il viso a piene mani, mi stringi forte le guance, mi fai male, vuoi farmi male? Te lo concedo, puoi farmi male e trattarmi come una troietta. A volte ti piace. Lo vedo scritto a caratteri cubitali sulla tua faccia quando parli ai tuoi amici di me.
E io, la faccio la puttanella, perché quando mi perdo nella frustrazione, perché se penso a questo loop, riesco a trovare il binario del godimento più facilmente e poi sono in carrozza, non succede spesso, ma accade e il permesso devo dartelo sempre io. La concessione di trattarmi così devo dartela sempre io.
Quando ero piccola odiavo le magliette che lasciavano il collo scoperto, mi piaceva coprirmi il collo e anche in estate dovevo sempre avere un foulard, bizzarrie. Mi prendesti il collo, inclinai la testa, speravo in un bacio, cercavo di divincolarmi dolcemente, mi parlavi a un centimetro dalla bocca mentre sentivo il tuo respiro farsi sempre più intenso, volevo poggiarmi su qualcosa, piantare i piedi a terra, trovare il binario, mi rallentavi, lo facevi di proposito. Io stavo al gioco. Volevi punirmi, punirmi per non essere la tua fidanzata, punirmi per non idolatrarti, punirmi per il mio parlare a frasi spezzate. Volevi che provassi dolore per te, ma non sentivo nulla. Per venire con te dovevo immaginarmi troia e allora era facile, ma tu volevi la mia anima, non ti bastava il mio orgasmo malsano, pretendevi un orgasmo totalizzante, questo non era possibile, perché non ti amavo. Mi tolsi i jeans, le mutande, il reggiseno, rimasi solo con quella magliettina invisibile che mi copriva di poco il culo, mi sedetti su una sedia, non stavo comoda, cercavo una posizione a me congeniale, ma comandavi tu, ti avevo lasciato carta bianca e dovevo stare zitta. Prendesti dello spago, in realtà le stringhe delle tue scarpe, mi girasti le braccia dietro lo schienale, le gambe erano ancora all’aria, avvicinasti le caviglie ai piedi della sedia bloccasti anche quelle, le gambe erano immobilizzate e non potevo fare leva su nulla per venire, dovevo cedere, deporre le armi, abbandonarmi, così però avevo paura, perché non riuscivo a gestire il piacere, a modularlo, a dosarlo, così era un esplosione, una botta fortissima, un rush a rilento, iniziato dal collo, per passare all’interno coscia e al retro ginocchio, con quella lingua, lingua che valeva più di mille verghe inflitte. Mi sentivo esposta, non potevo fare nulla, non potevo muovermi, potevo solo guardarti in silenzio, ero seduta in modo che il bacino fosse proteso in avanti, eccole le tue mani, le tue dita, mi sentivo tormentata, non seguivi il mio ritmo pur conoscendolo, lo facevi di proposito.
Che dobbiamo fare Panettiere? Vuoi torturarmi?
Ero bagnatissima, infilò due dita e con il pollice premeva sul bottoncino fatato. Non potevo irrigidirmi, non potevo seguire il mio solito schema-pro-orgasmo, dovevo arrendermi a lui. E la resa doveva passare per lo stillicidio, per il caos, per la frustrazione e per il SUO cazzo di schema. Sentivo tutto, le contrazioni a rilento che non esplodevano, i miei capezzoli turgidi, il rigolo di rugiada che scendeva per le cosce, il mio petto rosso fuoco, il mio viso in fiamme, il solito pizzicore al naso prima dell’urlo finale. Ma Panettiere si era messo con tutta la buona volontà, mi mise una mano al collo per non farmi respirare per qualche secondo, mentre continuava a leccare, a leccare, leccare voracemente. Stavo per cedere, la fica andava da sola, come se fosse un’entità a sé, fuori da corpo, ma dentro la mente, fuori dai comandi, ma dentro la cabina di controllo.
– Perché non mi bendi?
– Perché devi vedere.
– Allora stringi di più.
– Smettila
– Volevi farmi male, fallo
– Smettila
– Volevi punirmi? Fallo
– Smettila
– Perché non mi scopi? Voglio che mi scopi, scopami.
Ero impossessata da quel orgasmo che non riusciva ad uscire, ma che era lì sull’uscio della porta, sul ciglio del burrone, sull’orlo del precipizio. Era uno strazio poterlo vedere e non riuscire a farlo entrare.
Panettiere aveva fatto marcia indietro, la sua mano importante, ruvida, grande, forte, era scesa in soccorso della lingua. Lingua e dita, le gambe divaricate e immobilizzate, le braccia legate a nodo stretto, ero una bomba ad orologeria. Urlai con tutto il fiato che avevo in gola, le vibrazioni percorsero tutto il mio corpo. Non bastavano i lacci delle scarpe a tenermi, Panettiere mi mantenne forte per le cosce mentre stava lì, tra quelle cosce tremolanti, che stavano per sgretolarsi e continuava a leccarla adesso piano, lentamente, con calma asciugò tutto, stremato mi baciò l’interno cosce, mi portò le braccia davanti l’intermo coscia, senza fretta, dolcemente mi slegò le caviglie, mi allentò i polsi, ero esausta, era stata una botta fortissima, dovevo riprendermi. Mi alzai lentamente, le ginocchia mi tremavano ancora, mi girai quasi in automatico e appoggiai le mani sul bancone, ero ancora bagnata, quel bagnato servì per un altro trou.
– Devo darti il culo, adesso? Questo è il tuo modo di punirmi?
In silenzio obbedii, mi fece male, forse aveva raggiunto il suo scopo, venne subito, mi rivestii e andai via, la dose era finita, senza infamia e senza lode, senza “botte di ritorno” e senza entusiasmo. Panettiere voleva parlare, io non ne avevo voglia. Ci rivedremo quando la roba sarà finita e la rota inizierà di nuovo, tu curami sempre, però.

viviennelanuit©

Curami, CCCP Fedeli alla Linea, 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età, Attack Punk Records 1985.