Archivi categoria: Un inverno freddo freddo

Maggio I

Alla Bobba c’era odore di sabbia bagnata, riuscivo a sentirlo dalla collinetta, impossibile non riconoscerlo, un odore prepotente che il vento trascinava a forza dal mare, un odore selvatico e pungente come il mirto e come le foglie dei pini di Aleppo, quasi balsamico. Ero ritornata sull’isola dopo una lunga assenza. La Tonnara era luccicante ai miei occhi, era una matrona romana che mia accoglieva con calore, il suo abbraccio rassicurante mi sussurrava calma, tranquillità e perdono. Avevo commesso troppi errori e dovevo purificarmi, ricordarmi di mettere sempre il balsamo dopo lo shampoo e bere un grappino dopo cena, ascoltare qualche canzone giusta e rileggere Celine, portare un cadeau ai vicini hippies e fumarmi una canna con loro, erano queste le cose che mi piacevano, dopotutto, volevo vivere immersa nel verde, confondermi con gli alberi e ammiccare il tramonto con il maglione in tricot bianco che mi avevi regalato per il mio compleanno. La solitudine ci rende più forti, più lucidi, più disperati.

Vado in paese a comprare due focacce al tonno e pesto come si usa qui, su quest’isola dimenticata, dove i sapori del sud su confondono con quelli del nord, dove si parla un dialetto arabo, dove il faro a ovest guarda il Mediterraneo e il profumo delle erbette selvatiche ti apre i polmoni.
Vado, non vado? Lo rivedo o non lo rivedo? Lascialo in pace Fiamma! Mi sento sola, ho voglia di compagnia, lui mi fa stare bene, è per la dose, devo avere la mia dose. Torno a casa, butto la bici in giardino, tra le siepi, apro la porta, faccio una corsa sopra, giro l’acqua calda della doccia, afferro il bagnoschiuma al sandalo, penso al lui, al Panettiere. Mi aveva scritto alcuni messaggi roventi, che sistematicamente avevo ignorato. Ceno, dormo.

Aveva piovuto tutta la notte e avevo deciso di passeggiare sulla spiaggia, mi piace camminare sulla sabbia bagnata, non ti dà fastidio, sembra un tappeto, ma anche le sabbie mobili, cerchi di di non bagnarti, ma ci cammini sopra a fior di granello, e si gelano i piedi. Mi siedo sulle travi di legno dello chalet, stendo la coperta è impossibile dimenticarti, mi circondo di palliativi, ma niente sei dentro di me, sempre, mentre guardo il mare, mentre conto i granelli della sabbia, mentre metto ordine nella mia testa, dove i pensieri si accalcano in cerca di una risposta e io mi sento soffocare, in preda al panico. Poi, ti vedo da lontano e forse mi sento meglio, ci spero fino alla fine che fossi tu, alla fine di quel vialetto, dove c’è la strada che conduce alla Tonnara.

Panettiere come stai? Quanto tempo, mi sento diversa, voglio parlare senza freni, voglio raccontarti dove sono stata, le persone che ho incontrato, quelle che ho dimenticato, ma io non voglio dimenticare, separare, vivere in scompartimenti stagno, voglio amare, voglio amarti. Abbracciami, perché mi sento sola, ho bisogno di te, non so cosa fare, lo so è lo stesso ritornello, a giro, ma alla fine della strada ci sei sempre tu, e ho bisogno di calore e di tenerezza. Mi prendi il collo con la mano destra, ruvida, fredda, ti avvicini, il tuo profumo: il pane, la farina, i biscotti. Mi metto composta, già mi sento turbata. Devo toccarti, le braccia, le spalle, le tue labbra . Il desiderio, perché? Non riesco a negarmi, a dire stop, è sempre una droga. Morirò, lo so, ma adesso voglio vivere. Cammino a quattro zampe verso di te, che sei seduto sul divano, faccio tutto io, perché ti voglio tantissimo e tu sei fermo e mi lasci carta bianca. Ti voglio annusare, inizia tutto dalle narice, dall’odore che scatena il mio olfatto connesso direttamente al cervello. No, non sei Luca, ma mi va bene tutto stasera, anche tu Panettiere. Grazie, che sei qui con me. Mi prendi le guance, mi aiuti a salire su di te, ho giusto il tempo di sfilarmi le mutandine, mi alzi la gonna, mi accarezzi dietro le ginocchia, le cosce, sono davanti a te, mi accovaccio, mi sbottono il reggiseno, inizi a succhiare (quello sinistro) sì, lo so, fai il timido perché ti piaccio, ma tu no, o almeno non abbastanza, per questo sono sfrontata, per questo mi comporto da troietta, e a te non ti frega e neanche a me. Puoi pensare tutto ciò che vuoi, ma adesso scopami, come sai fare tu, come so fare io con te. Ho perso tempo, in giro per l’Europa, e adesso sono vecchia, e tu ti sei sposato. Mi trastullo con l’isolano, mi fa compagnia, ma sono sola, in questa giovinezza resa schiava dagli anni che passano e dalla mia ostinazione. No, non voglio gabbie, ma voglio gli stessi sbagli, mi danno sicurezza, tu sei uno sbaglio, per esempio, e io voglio commettere lo stesso identico errore, sistematico, cadenzato, ciclico. Mi muovo cercando il punto debole, il mio, lentamente, senza fretta, tu vuoi correre, ma io ti faccio rallentare, mi stacco un secondo, ti bacio piano piano, ricomincio a muovermi, mi tocchi il sedere, senti che te lo stringo, getti la testa indietro, ti succhio il pomo d’adamo, mi sposto verso l’orecchio, hai il mio seno in bocca, stringo le gambe, iniziano gli spasmi, sento solo il mio corpo, mi afferri i fianchi vuoi dettare il tuo ritmo, per un po’ ti faccio fare, poi attacco il mio così fino ad esplodere.

                                                          viviennelanuit©

                           Bleu, white and flesh

ORDINARY LIFE

vivienne

Il vuoto. Su questo divano di stoffa, comprato a buon mercato e senza pretese, sembra di stare in una bolla, senza la trasparenza acquosa, senza il profumo, senza il sapone. Il sapone serve per detergere, il profumo per invadere le narici di benessere, l’acqua per purificare e la trasparenza, dà al tutto, il sapore della lealtà. Proviamo a trasformare queste immagini: io sul divano senza un domani, come quando cammini con gli occhi chiusi e ti assale il vuoto, che un buco nero possa aprirsi e risucchiarti. Magari! Implicherebbe un cambiamento, un risvolto dark della tua esistenza, e ti sentiresti perfino più cool.

E invece no, non c’è più legge sul fiume, it is all over now baby blue! Possiamo solo imputridire su questo divano, che è metafora del tempo e dello spazio. Tempo e spazio che si muovono lenti e che ti avvolgono, fino a stringerti fatalmente. “È così ingiusto morire, dal momento che siamo nati”, origliai ad una grande attrice, ma qui non si parla di morte. Voglio parlare dei corridoi, che sono lunghi ed illuminati ad intermittenza, voglio parlare di quella luce, che quando è accesa, è quella di un neon, voglio parlare del pane quotidiano, voglio parlare delle colpe e di Lindsay Kemp, dei rimorsi, delle cose non fatte, dei dispiaceri, della vita a due, e dell’amore? L’amore? Provo amore per tutto, tutti i giorni in una forma poliamorista, di tendenza, e menzognera. Sempre tu divano, una certezza, i tuoi cuscini mi tirano fuori da questi ghirigori, che per lo più sono sempre a spirale. Spirali, bambole, case e geometria piana, che quando imparai a fare il cubo, me ne vantavo, perché era 3D!

Scarabocchi che hanno disegnato la mia infanzia. Divano, tu sì che sei reale. A volte penso a come gli oggetti sopravvivano a noi esseri umani. Cambio registro. Tu mi sopravviverai bel divano, giaciglio della mia stanchezza. Mentre ti parlo, ti accarezzo: sei di stoffa blu, economico, forse sei cinese, perché ci vuole fortuna anche a nascere divani sapete! E vado indietro con i pensieri, al tuo essere alcova, al tuo essere il primo approdo di piaceri solitari e  di coppia. Must Have della collezione amplessi, meglio se diurni, inaspettati e furtivi! Rende meglio l’idea, o meglio l’idea di lui a cui mi piace pensare.

Tutto questo volo pindarico, per andare a parare al racconto di una scopata? Mi stai dicendo che Il black hole, le Cirque Nouveau, e la sindrome maniaco-depressiva?  Tutto questo giro, per narrare di quanti orgasmi hai avuto su quel divano cheap, Fiamma su! Dai! Fiamma aveva ancora a che fare con quell’esserino fatato, che con una vocina stridula e fastidiosa di tanto in tanto, faceva capolino al suo orecchio sinistro, e che a volte si spostava all’orecchio destro.

Le mie ginocchia, sui tuoi cuscini, il ventre appoggiato al tuo schienale, Luca che con una mano mi apre le gambe, si mette sotto, mi lecca, mentre inarco la schiena. Sei tu a riempirmi, non lui, che non mi bacia mai sulla bocca, che bacia il mio culo e non le mie labbra, quelle esposte al mondo! Sei tu il mio accompagnatore, che mi sussurri di concentrarmi e di godere.Tu, oggetto a buon mercato che mi sopravviverai! E tutto ciò è calmo e appagante. Mille pensieri, parlo da sola, qualcosa mi distoglie, sono preoccupata, ma non voglio dare corda, perché non ricordo cosa mi afflligge.

Il panico, forse, il tempo che è passato molliccio su di te, il non rendermi conto che adesso, i ventenni che guardavo come vecchi, sono tuoi coetanei, i colleghi che si accasano e fanno prole, che licenzi con: -è ancora tutto così lontano-. A me che ascolto ancora la musica con le cuffie, che canto a squarciagola. Domani staremo ancora insieme, io, te e i miei pensieri a specchio, perché l’estro non scatta a comando, e c’è ancora del tempo dopotutto, e tu mi sopravviverai. E si sa che alla fine del corridoio fumiamo sempre in due.

viviennelanuit©

Oh! My lovely feet! John Wesle

 

PULSE STATE

Luca faceva finta di leggere, faceva finta perfino di stare seduto, lì, al solito tavolino del solito bar a piazza Bellini, in quel pullulare di gente, profumi e caos che la vita gli faceva vedere ogni santo giorno, come quel pensatore di Rodin, schiacciato dai sensi di colpa. Una vocina costante gli sussurrava quanto quella volta avesse esagerato, quanto quella volta fosse andato oltre. Luca era un habitué del punto di non ritorno, gli piaceva invadere quella zona d’ombra e poi tornare indietro, provava una perversa beatitudine nello smantellare quelle colonne cui Sansone, con tutta la sua rabbia si era poggiato, sbagliava e faceva dietrofront, piangeva e si lavava il viso, peccava e veniva perdonato. In bagno quella mattina, guardandosi allo specchio, si era sputato in faccia dopo essersi deterso con quel sapone alla lavanda che Fiamma gli aveva regalato per il suo onomastico: Fiamma, il suo bruciore e la sua luce, i suoi capelli e la sua forza.

Aveva esagerato stavolta, si dannava, ipnotizzato da quella tazzina di caffé sorseggiata a scatti.
-Smettila, ti fa male, basta
-Stai zitta
-Non puoi continuare così. Ogni sera la solita storia, ogni giorno ne hai sempre più bisogno, io ti lascio Luca, non posso resistere un altro anno in questo stato
Alzò la testa di colpo, lo sguardo nel vuoto per alcuni minuti, realizzando solo dopo, ciò che gli aveva detto Fiamma.
-Tu non puoi lasciarmi
Luca aveva un negozio di antiquariato, lì, proprio in quella piazza, che quella mattina di dicembre gli parlava dei suoi sbagli a voce talmente alta da doversi tappare le orecchie e canticchiare una sciocca melodia pur di non sentirla.

Luca ripensò a quando la vide per la prima volta a casa di sua sorella Silvia, avvolta in jeans strettissimi e camicetta bianca. Ripensò alla Fiamma che non aveva ancora acceso, illibata, bianca ed eterea.
– Le maioliche vengono da Vietri, le comprò mio padre negli anni sessanta
– C’è una farfalla sopra, ma non capisco perché è poggiata su un gatto nero
– Forse, è per rendere innocuo il gatto. Il nero porta sfiga.
– Mi interessa questo concetto, la sfiga nell’arte
– Studi all’Accademia?
– Sì, scultura
Quella sera parlarono del mondo e di Lev Trockij, dei decumani e d’o pere e ‘o musso.

Fiamma splendeva e bruciava, ma si muoveva ancora disconnessa, forse c’era un po’di vento.
– Domani mattina ho l’esame con Antinori e ovviamente non so un bip!
– Perché allora stai qui a parlare con me del mercato fuori le mura e non stai ripassando Storia Micenea?
– Perché ho deciso di venire da Silvia, distrarmi un pochino, bere un drink e poi, ho paura di restare al buio con Schliemann, in effetti prima di scendere l’ho intravisto dietro la tenda del salone di casa mia.
Gli spilli dell’inverno trafiggevano Luca, che adesso divorava una graffa. I suoi occhi erano quelli di uno squalo, plumbei e acquosi. I suoi capelli erano spettinati e sporchi, le sue dita ripassavano le tempie vorticosamente.

Fiamma era distesa a terra su quelle maioliche fauves e lepidottere, striata di sangue, umori e lacrime. Luca aprì la porta lasciandola riversa lì, assicurandosi che respirasse ancora e chiuse a doppia mandata. Doveva convincersi che non era stato lui, non poteva averla ridotta in quello stato, doveva lenire il suo male, doveva saziare il suo dolore, doveva sentirsi meglio. Quel colore vergine e immacolato ora riempiva la sua mente. La botta salì velocemente e lui adesso aveva mille propositi di cambiamento, le portò la colazione con cornetto e cappuccino, aveva comprato un pacchetto di fiammiferi per riaccenderla, Fiamma, la sua donna, la sua vita, la sua ossessione.

– Quindi, esame in vista, ti manca molto per completare?
– Diciamo che per la fine dell’anno dovrei riuscirci, sono fiduciosa
– Poi che progetti hai?
– Beh, vorrei girare per mercatini a scovare piccoli tesori, restaurarli e poi rivenderli
– Vuoi soffiarmi il mestiere?
– Più o meno!
– Si è fatto tardi proprietario-di-maioliche-bizzarre
Luca, la seguì con lo sguardo, fino alla porta di casa sua, la vide baciare Silvia, prendere la borsa e andar via. Fece un guizzo alla finestra, la vide allontanarsi nel vento, mentre si sistemava la sciarpa e i capelli.

– Attenta a non spegnerti Fiamma-
Alitò al vetro della finestra con un vuoto allo stomaco.
L’indomani, l’aspettava all’uscita dell’Accademia. Lei scese le scale, sembrava stesse sfilando, nel suo abitino lilla e i capelli raccolti a chignon, quanto basta da conferirle quell’aspetto da Holly Hobbie, dolce ed etereo. Luca era cotto a puntino, ma faceva ancora il timido, le mani gli sudavano, il cuore pulsava, e non trovava le parole e non voleva sembrare stupido e non voleva essere disadattato e allora recitava la parte del duro del Roadhouse!
– L’esame è andato male, volevo darti una buona notizia, ma dromos e tholos non mi hanno dato scampo
– Lo ripeterai, ma senza andare a festicciole, stavolta
– Eh no,questo non posso assicurarlo

Luca aveva visto le amiche di Silvia, piccole e insignificanti, c’erano pur sempre un lustro e tre anni di differenza, ma quando stava con Fiamma, brillava di luce riflessa.
– Sai, il lavoro al negozio mi annienta, sono chiuso lì dentro tutto il giorno e alla fine mi rendo conto di parlare con quella statuetta di Gemito che mi scruta tutto il tempo
– Qualche volta potremmo chiacchierare insieme a lui se ti va? Sempre meglio che restare intrappolata nella tomba di Atreo!
Ogni giorno, Luca e Fiamma, s’incontravano a piazza Bellini, tra quadretti di strada e chitarristi improvvisati, perdendosi in conversazioni impegnate e finto pop. Luca l’ascoltava quando ripeteva storia dell’arte e la ammirava quando ricopiava corpi nudi in pose plastiche, gli sembrava che dipingesse le vergogne maschili a memoria, tanto che un pizzico di gelosia gli si rigonfiava sotto il collo, ma si distraeva subito da quel frivolo pensiero quando i suoi occhi si poggiavano su quel neo posto tra l’incavo delle sue labbra.

– Ti porto a vedere un bosco fatato, ti passo a prendere domani alle dieci
Non le aveva dato il tempo di decidere, le aveva lasciato il bigliettino sul cavalletto, era immersa a fare un femore, poté solo annuire col capo e vederlo andarsene dall’aula.
Era la prima volta che entrava nella sua auto, una Fiat Punto grigia.
– Dove andiamo allora?
– Al parco dei mostri di Bomarzo a Viterbo
– Vuoi rinchiudermi nella grotta dell’Orco?
– No, ci sei già stata?
Luca si ombrò improvvisamente e si girò di scatto:
– Con chi? Quando? Perché?

Si ricompose immediatamente.
– Pensavo di portarti in un luogo inesplorato per te! Ma mi sbagliavo
– Non è la fine del mondo, possiamo passare per Ariccia a mangiare la porchetta che dici?
Luca le fa un sorriso rilassante e pacifico, come se lei avesse trovato la giusta soluzione senza farlo sentire un coglione. Era uno dei motivi per i quali voleva trascorrere la maggior parte del suo tempo con lei. Fiamma gli donava, tutte le volte, un caldo tepore e Luca, più passavano i giorni e più non poteva farne a meno. Un caldo di Fiamma che lo avvolgeva e lo teneva protetto e si immaginava cullato dalle sue braccia e accarezzato dal suo seno. Seno che non aveva avuto il coraggio di sfiorare, pelle di cui evitava il profumo ambrato, cosce che avrebbe voluto mordere, ma non osava e tremava nella sua fiamma, e bruciava alla sua vicinanza, fuoco sacro che lo chiamava nel baratro del desiderio e della passione, ogni giorno, ogni istante con la sua presenza, vicino una fiamma brillante e purificatrice.

– Ma cosa fai? La Porchetta con la maionese? No!
– Non riesco a farne a meno
– Ma copri tutto il sapore
– Quante storie per un po’ di maionese! Certo che sei un tantino rompino
Luca le prese il polso e lo strinse talmente forte da farla urlare.
– Che fai?
– Scusa, non mi piace essere ripreso in pubblico, non ti ho detto nulla di male, solo che non mi piace questa cosa che hai fatto
– Faccio finta che tu non mi abbia detto nulla, cin!
Luca la guardava, voleva toccarla, lei a volte gli sfiorava la mano.

Una scarica elettrica si allargava a macchia d’olio su tutto il suo corpo, ebbe il coraggio le prese quella ciocca e gliela sistemò dietro l’orecchio, accarezzandola con piccoli cerchietti concentrici, lei capì il suo disagio, la sua timidezza. Gli si avvicinò e lo baciò in un bacio lungo, profondo, dove la lingua esplorava la sua bocca, il suo tremore e la sua anima.
– Ordiniamo una porzione di patatine fritte?
Luca era ancora stordito, ma fece cenno al cameriere.
– Prendi sempre l’iniziativa? Ieri pomeriggio ti ho visto avvinghiata al collo di quel tuo amico Roberto, perché?
– Stai delirando?
– No, sto chiedendo
– Roberto è un mio amico e quanto all’iniziativa, sì mi piace gestirla da me, mi fa sentire sicura, non dovevo?
– Sì, è che mi hai preso alla sprovvista
– Mmm, disturbo bipolare, un tantino accentuato abbiamo qui!

Luca aveva un problema con le donne, questo era chiaro come il sole, era vissuto senza un padre e con una madre ossessionata dalla pulizia e dal peccato, fortuna che la sorella aveva mandato a farsi benedire tutti, salvandosi in calcio d’angolo, ma Luca no, Luca aveva dovuto fare i conti con le sue paure irrazionali, e con gli acari che vedeva dappertutto senza bisogno del telescopio. Se ne stava tutto il giorno in negozio spolverando statue e bronzi, lucidando argenteria e passando aspirapolveri su tappeti damascati, aggiustando gingilli e pettinando parrucche settecentesche.
Luca, chiuse gli occhi ascoltando solo la voce di Fiamma che gli sussurrava di rilassarsi.
Arrivarono al negozio, a via Costantinopoli, in quella strada brulicante di medio Oriente, bazar, incensi e percezioni visive. Luca aprì il portone, Fiamma fu invasa da un profumo di patchouli e sandalo.

Luca la abbracciò da dietro, stringendola fortissimo, come fosse un essere fluttuante pronto a spiccare il volo, ma Fiamma ricambiò, girandosi e baciandolo e amandolo quella sera come non avesse mai fatto con nessun altro uomo. Luca tremava, la toccava come se fosse irreale. Fiamma con decisione gli prese la mano e la poggiò sul suo seno, scoprendolo dalla camicetta di organza bianca.
Mentre succhiava il suo seno, Fiamma gli baciava la nuca, era caldissimo, ansimava, questo, le provocò un fremito, una sensazione irrefrenabile di prenderlo, leccarlo, gustarlo. Luca era un fiore che stava per sbocciare con lei. Con cura lo spogliò, prima il maglione, poi i jeans, i boxer, giù senza fretta, con calma. Il suo sesso era di pietra, dritto si innalzava ai suoi occhi.
– Che fai, Fiamma?
– Lasciami fare piccolo

Per un tempo lunghissimo lo guardò soltanto senza toccare, sfiorandolo con le sue labbra, poi iniziò a toccarlo, delicatamente dal basso, leccando quelle protuberanze poste alla sua base, prendendole in bocca e succhiandole come il più gustoso dei bocconi, prima una, poi l’altra, prima l’uno e poi l’altra ancora. Luca, tremava ancora ed emetteva gemiti di dolore e quasi paura. Poi Fiamma, con una leccata energica risalì di colpo e se lo introdusse in bocca, in gola, per iniziare quella danza con la lingua, le labbra, facendo rumore volutamente. Riprese fiato Fiamma,e un fiòtto caldo le bagnò il viso e sporcò i suoi seni.
– Non dire nulla
Luca andò in bagno, prese della carta igienica, la ripulì con cura, scoppiò in lacrime.
– No, perché? Piccolo, è stata una cosa bella e tu non devi dirmi nulla
– A chi lo hai fatto? Lo hai preso in bocca a qualcun’ altro?
– Cosa c’entra questo adesso?
Fiamma aveva il suo sapore dappertutto.
– Luca, devo pulirmi fammi passare
– Anche gli altri, ti sono venuti addosso? Non sono stato il primo, vero?
– Sei patetico
Fiamma, si asciugò, si rivestì frettolosamente e se ne andò, gli occhi pieni di lacrime, le prime per lui. Per strada quel sapore, salato e acido si mescolava al patchouli, si accovacciò improvvisamente e vomitò, un po’ di dolore.

E così ce ne stiamo soli, io e te in questa auto, la cui puzza di plastica e arbre magic ci dà la nausea a urlarci contro e a dirci: va bene, basta, lasciamo stare. Le parole che non riusciamo a pronunciare sono chiuse in uno scrigno, giù, in fondo al nostro cuore; anzi sono lasciate lì in un sarcofago a imputridire, perché non si possono dire, perché non le vogliamo tirar fuori. Come in una delle migliori canzoni di Baglioni, dove lei va via e non dice nulla, dove il silenzio è più alto di mille voci messe insieme, dove lo sconforto asciuga le nostre lacrime, seccando il vitreo degli occhi e dove l’ira sale senza avere intenzione di calare. Perché? L’infelicità è una condizione insopportabile e insostenibile, ti logora ogni secondo di più e ti ritrovi a combattere contro i mulini a vento, cercando un gancio su quelle tele, un appiglio o un approdo. Ci crogioliamo nel nostro malessere, fin quando non lo accettiamo, diventando i più grandi bugiardi di noi stessi.

Perché? Dopotutto la vita è una sola, e quel tempo trascorso a litigare è solo lerciume dato in pasto al nostro invecchiare, che divora, divora insaziabile come in uno di quei Goya di nicchia, dove Saturno divora i suoi figli. Concime per terreni già morti. Il tempo influenza l’amore e modifica il sesso. Fiamma, stava per spegnersi definitivamente in quella macchina dal tanfo vanigliato che le dava il voltastomaco. Si sentiva vecchia e in ritardo su molti treni della sua vita, ma non rinunciava ad ardere e, nonostante il lento declino, riusciva sempre a ravvivarsi. Fiamma non poteva morire. Nomen Omen da rispettare e onorare sempre, il suo, epitaffio sacro e inviolabile. Luca con uno scalpello, ogni santo giorno lo vandalizzava e lo umiliava. C’erano notti che trascorreva chiusa a riccio in un angolo, c’erano giornate dove facevano l’amore ininterrottamente, c’erano momenti in cui Fiamma non riusciva neanche a camminare dal dolore, lacerata, trafitta e umiliata al suo volere. Perché? Fiamma amava Luca di una passione e di un amore ingestibili.

Luca per via di Bianca aveva attimi di esaltazione e precipitosi countdown nel baratro, a letto con la Bianca in corpo era un treno, una volta la portò ad avere quattro orgasmi consecutivi, era il giorno del suo compleanno, Luca era la sua Bianca e sì sa le droghe fanno male, ma ti fanno vedere il paradiso. Luca diventava il suo carnefice, il suo angelo, colui che le dava piacere e dolore insieme. In quell’ albergo alle terme, fu dolcissimo. Carezze lente e pigre si adagiavano sui fianchi di Fiamma, dita desiderose di affondare nel suo ventre, Fiamma che vibrava ad ogni suo tocco e poi la lingua, lì, con la lingua Luca era il non plus ultra, la faceva venire sempre così, prima con la lingua, con le labbra, con i baci, con i denti affondati sofficemente nella sua fica gonfia e rosa, piena di voglia di lui, piena di amore per lui.

– Che devo fare con lui, io non riesco a smettere
– Sei consapevole che prima o poi ti sfascerà tutti i denti?
– Carola, io lo amo, lui cambierà, sta attraversando un momento difficile, io sono la sua valvola di sfogo, devo accettare anche questi suoi momenti bui
– Sei cieca, non riesci a ragionare, se ti mette ancora le mani addosso, vado a denunciarlo
– Gli voglio dare tempo, Carola, ti prego non dire nulla
Alle terme, mi prese nell’acqua bollente, la mia pelle tremava sotto le sue mani.
– Mi puoi perdonare, Fiamma?

Era un periodo buono per Luca, ero felice, stava cambiando era più calmo, tranquillo in pace con se stesso. La madre lo tormentava di meno, al negozio avevo venduto un Giò Pomodoro ad un mercante francese e aveva appena acquistato una centrifuga. Luca era un bambino piccolo, sentiva sempre il bisogno di avere feedback positivi su tutto ciò che faceva, doveva essere continuamente incoraggiato, Fiamma era sempre lì, a riscaldarlo, anche se faceva cilecca, non faceva niente, Fiamma accettava anche quello, accettava un amore che dava il meglio, quando era malsano e contaminato. Luca nel periodo buono, viveva in una bolla, come se facesse il morto a galla su un mare fatto d’olio, Fiamma l’orgogliosa, Fiamma l’ambiziosa, Fiamma la femminista, Fiamma la tosta colava a picco in quell’acquitrino, accettava in silenzio, per amore , per le sensazioni che le faceva provare, per gli orgasmi che nessun uomo gli aveva mai donato, per quegli occhi, Fiamma voleva donargli i suoi di occhi, voleva annientarsi in lui in un lento e inesorabile declino, ma quella giornata alle terme Fiamma scoprì due lineette su quell’oggetto e di colpo il vento cambiò.

Mi piace arrivare alla conclusione, ai fatti, al clou del discorso, al nocciolo della questione, perché è vero, le parole fanno tanti giri, ma alla fine, bisogna sempre metterci un punto. Il pretesto? Uno di quei tanti labirinti mentali che iniziavo e non portavo mai a termine, quando nel silenzio totale della sera, mi mettevo davanti allo specchio e parlavo da sola. Inizio con una serie di domande a raffica: che fine ha fatto il femminismo? Che fine hanno fatto quelle streghe che in tante erano tornate alla ribalta! Che fine hanno fatto quei cortei, quelle lotte, quei sabba? E il cameratismo tra donne, la complicità? Adesso io, Fiamma, vedevo solo donne che soccombevano ai loro uomini: nel fisico, nella psiche e nel sesso. Ha ancora senso parlare di emancipazione, indipendenza e femminismo?
O sono parole distratte che ci fanno sentire più cool davanti un Aperol Spritz? I rapporti di coppia sono migliorati o peggiorati? Perché stiamo soccombendo al sesso forte? Perché ogni giorno continuano a morire donne, vittime consenzienti, di un qualche meccanismo che,piano piano, le sta torchiando, schiacciandole.

E Il sesso? Deve ritornare alla sua dimensione più pura e più genuina? O è solo lo specchietto delle allodole di relazioni tossiche. Basta con il sesso fatto a metà e non vissuto a 360°, basta col compiacere gli uomini, perché siete terrorizzate dal rimanere sole. Basta con l’ipocrisia diffusa, con le apparenze, col mantenere gli equilibri, col fingere, e tutto per elemosinare un po’ di attenzione. Ah specchio, Specchio.
Lo specchio del bagno si appannò dell’aria calda e umida della doccia, e un pensiero desolante le invase il cervello: anche il sesso era diventato una moda, un trend, una tendenza, il contentino di una vita monotona e accidiosa. Tutto ciò era molto triste, quasi come la morte, ma senza una liberazione.

Protezione, sicurezza e bisogno di sentirsi desiderate chiedete questo? Allora? Se lo lascio che fine faccio? Chi mi mantiene? No, e i figli? Eccolo, il succo del racconto è proprio questo: il dare e il ricevere. Cerco di seguire il filo logico organizzato nell’intro: i soldi. Avete venduto l’anima al diavolo, avete perduto la capacità di rigenerarvi, di voltare pagina. Abbiamo perduto quell’ indipendenza, prima di tutto da noi stesse. Ci sentiamo sole, sperdute, cerchiamo una bussola, un approdo, un giaciglio per la nostra fragilità. Io parlo di carattere, cazzo! Di carisma. Le donne devono riprendere in mano lo scettro, non nascondersi dietro lo scettro! Perdonate il non sense! Fiamma si rivolse alla piccola platea di intellettualoidi part-time, che vedeva riflessi nello specchio del bagno.

Cosa abbiamo venduto e cosa abbiamo acquistato? Statistiche, femminicidi, morte. Perché? Avere il dono della sintesi. Credo che l’amore, sia confuso con la possessione, con gli interessi, con i soldi, e ancora con gli interessi. Perché pensò che la parola femminicidio abbia una certa attinenza con la parola pesticidi? Forse siamo insetti? Ci hanno declassato a stato di larve? Bozzoli di farfalle mai nate? Quante parole a quello specchio appannato, quanti discorsi da oratrice ad un pubblico assente.
A Fiamma non le erano mai piaciuti gli uomini che si fermavano “alla prima”. Prima di mettersi in gioco, quelli che tornavano sui propri passi, quelli che non rischiavano le palle! Quelli che si fermavano alle apparenze, tanto per dire una frase fatta! A Fiamma le piaceva sempre dire, che se mai fosse stata un uomo, sarebbe stato tra i più romantici, gentili, oltre che amante formidabile e attento. Ma Fiamma ragionava così perché era una donna, e quindi non valevano queste congetture astruse. Per intenderci, Fiamma, non andava alla ricerca del principe azzurro delle fiabe, ma voleva un uomo che non avesse paura a perdere la faccia, stop quindi con rapporti edipici e gare intellettuali del cavolo! Bisognava tirare le somme, fare due conti, stendere una linea insomma!
Vago per casa a piedi nudi, ho i capelli bagnati, Sexy Sadie alla radio e ancora Luca al telefono, ancora lui: il suo fallimento di donna e di femmina. Era stanca, stanca delle sue violenze, stanca dei suoi baci inesistenti, stanca, perché in fin dei conti era una mendicante del suo cazzo, stanca perché non sapeva dirgli di no, stanca perché lo perdonava sempre, come se l’universo maschile si esaurisse con lui, come se lei non avesse altra possibilità, altra via d’uscita. Seduta sul gabinetto teneva stretto quell’aggeggio, due lineette, doveva prendere una decisione. Glielo disse al telefono, non aveva il coraggio da vicino, aveva paura. Ma era così stanca.

– Luca, sono incinta
– Brava, ci sei riuscita, mi hai voluto incastrare
– Luca, ti prego
Fiamma, era disperata, impaurita, sola. Non riusciva a sillabare, non riusciva ad ingoiare la saliva, che era di pietra nella sua gola.
– Chissà con chi hai scopato
– Se stavo lì risolvevo io la situazione! Invece hai aspettato che partissi per Milano
– Tu sei malato, Luca, io ti denuncio
Fiamma, attaccò il telefono corse in strada, andò dalla polizia e lo denunciò.
Fu la sua più grande sconfitta, l’acqua arrivò a scròscio su suo bel corpo, spegnendola per sempre.

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Beach House, Silver Soul, Teen Dream, Sub Pop, Bella Union, 2010

 

LA PAROLA DI F.

L’anno era il millenovecentonovantasei, il terzo delle superiori e l’ultimo dell’innocenza, che era già stata perduta, forse, quasi, probabilmente, boh.
Tranquilli non l’aveva ancora data, anche se, quotidianamente, (grazie anche all’aiuto di Miss Fiamma, suo amante formidabile!) Assecondava il suo desiderio portando al culmine, quei brividi pruriginosi tra le cosce.
Ancora tu Esserino ignobile e viscido? Sparisci dal mio orecchio destro!

Fiamma visse quell’anno che chiudeva il triennio delle superiori, raccogliendone frutti e cibi sacri, come la manna dal cielo e come l’ambrosia. I numeri, quanta magia possono contenere, quanti misteri possono celare. Fiamma, sentiva il bisogno di dire a tutti che aveva sedici anni, lo diceva con fierezza e gioia. Aveva sempre creduto di essere grande, matura, consapevole, caparbia e sicura. Viveva negli anni novanta, eppure si impregnava di patchouli e collanine, e andava in giro senza mutande, perché faceva molto anni Settanta. Aveva già fatto impazzire i suoi genitori quando per un mese scappò di casa con Carola, e insieme seguirono un gruppetto di Hare Krishna, il mese in realtà era agosto, e i suoi non se ne preoccuparono affatto, forse sbagliò, doveva rasarsi i capelli a zero, forse così l’avrebbero notata.

Dicevo, che nel bene e nel male accettava i suoi sbagli, senza farne un dramma, gustava lentamente, come una tazzina calda di caffè tutte le novità, prendendosi anche i granelli amarognoli sul fondo, i progressi e gli sviluppi del suo corpo e della sua mente. Registrava tutti i cambiamenti sul libro mastro della sua identità di donna. Era continuamente preda di uno stream of consciousness perenne, questo perché il prof. di inglese le disse che il suo modo di scrivere assomigliava alla prosa di Joyce, ma poi voleva anche essere come Virginia Woolf e come Mata Hari! Sta di fatto che lo prese di buon auspicio, da quel momento in poi, Fiamma si atteggiava a grande interprete dei più reconditi sogni adolescenziali: curava le pagine di un settimanale fantasy, quando nani, Glorfindel, e punti ferita erano ancora appannaggio di pochi eletti, era la responsabile, insieme a Carola, dell’associazione: “Robbie Williams ti supplichiamo di tornare con i Take That!” e, anche se le Boy Band le facevano ribrezzo, beh, non poteva certo andare in giro e dire a tutti che ascoltava, Pixies e Primal Scream, già era considerata una freak, e poi, non sarebbe stato un problema l’isolamento sociale, ma Fiamma, che  era una furbetta nata, preferiva dare sempre un colpo al secchio e uno alla botte!

A seconda del vento che tirava, a seconda delle stagioni, o se faceva freddo o caldo. Intervistò anche nonni e nonnine sul paranormale ed esperienze poltergeist per un giornalino chiamato “Mezzanotte e dintorni”. La dolce nerd non sospettava che di lì a poco la notte le avrebbe portato consigli, illuminazioni e tormenti. Ogni dicembre cadeva il compleanno di Anna, una delle più grandi amiche di Fiamma, insieme a Carola ovviamente! Ed ogni anno accadeva sempre qualcosa di nuovo e inaspettato, poi era da protocollo che una sedicenne dovesse circondarsi di novità, esperienze, e conoscenze. L’adolescenza è una categoria classica, e un contenitore di ritualità, c’è un numero poi, che non puoi evitare, il numero 1. Strano, perché in quegli anni ci si sente sempre a -1, -2, -3…. Il primo bacio, la prima volta, la prima cotta, la prima delusione.

Quanti numeri primi si susseguiranno; riflettendoci la nostra intera esistenza è composta da numeri primi, in successione: a una cifra, a due cifre, a tre cifre, a quattro cifre. Lui era F. e aveva ventitré anni (altro numero primo!) andava di moda la techno, non che a Fiamma dispiacesse, anzi una scarica di adrenalina a volte era necessaria, anche se la accantonò quasi subito, non poteva, andare in giro con fiori tra i capelli e spararsi diecimila decibel nelle orecchie, e forse anche qualcosa altro! Ma il ragazzino era fanatico, e lei per accalappiarselo finse che le piaceva questo genere. Le si avvicinò alla festa di Anna, con un CD di Carl Craig, Landcruising, e siccome Fiamma era sempre aperta a nuove contaminazioni, si lasciò “contaminare” dalla Detroit Tecno.
– Ti dirò preferisco più il dirottamento Trance, o per lo meno per essere ascoltabile deve avere una qualche melodia o ritmo.

– Ah ah la musica techno non è “ascoltabile”, ma lo sai che sei proprio carina? Hai un viso particolare, non sembri italiana.
– Perché se ti dicessi che provenissi, che ne so, dall’ Andhra Pradesh sarei più fica?-
– Fiamma stai buona! Non sparare le tue solite cazzate, poi va a finire che questo si annoia e se ne va senza manco offrirti da bere, (una coca cola con ghiaccio e limone!) e tu fai la parte della sfigata davanti a tutti! Hai sedici anni cazzo, non ti sembra che sia un po’ prematuro! Shhh! VAI VIA!
– Beh! Le indiane hanno una bellezza estrema, da estremo Oriente! –
Fiamma aveva fatto finta di non prestare attenzione, all’ultima battuta, uffa voleva tornare ai suoi gattini, ai suoi fiori e alla sua aria da poetessa maledetta.

– Che scuola fai? –
– Il liceo linguistico! Ma volevo iscrivermi al liceo artistico
– Ma infatti, tipa come sei, ti vedevo più all’artistico!
– Sì, che peccato che non mi sia iscritta, dopotutto, siamo sempre catturati dall’Arte, abbiamo sempre un disperato bisogno di esprimerci, liberarci, l’art pour l’art, Théophile Gautier aveva ragione.
F. mi guardava perplesso, forse avevo sbagliato qualcosa, perché mi guardava come se fossi Yoda!
Meglio che ascoltavo Esserino e stavo zitta!
– Sei nervosa? –
Perché questa domanda mi ha sempre perseguitato?

– No, non sono nervosa, però il tuo tentennare dal baciarmi, mi mette ansia e mi fai salire la paura che non ti piaccia abbastanza, ed io non voglio sentirmi “valutata”, e non voglio avere questa pressione, perché se stasera non mi fai venire, ci penso da sola a casetta mia, dopo essermi fatta una mega doccia, perché con tutto questo fumo mi state impuzzolentendo tutta quanta, da capo a piedi. Ecco cosa avrei voluto dirgli, a quel biondino vestito con una maglietta di plastica verde.
– Scusa vado un secondo in bagno
Dovevo rimettermi il kajal, si era tutto sbavato, Anna mi seguì, nonostante la festa fosse stata preceduta da una tre ore (altro numeretto primo!) di preparazione e agghindamenti vari, Fiamma si sentiva un simpatico gabinetto provvisto di piedi che se ne andava in giro per tutta la casa!

– Che ti ha detto? –
– Ma niente, devo dire a Carola che dobbiamo ripetere gli accordi di my sweet lord
-Fiamma, che ti ha detto? –
– Che gli piace la musica techno, io per un po’ gli ho retto il moccolo, poi basta, lo sai devo accendere qualche candela a questa ora.
F. si affacciò sull’uscio del bagno con l’espressione di chi la sa lunga, eanche per dire: quanto tempo dovrò aspettare per un bacio? Quello aveva stampato a caratteri cubitali sulla fronte: “voglio un pompino!”, e francamente desideravo con tutta me stessa che anche lui leggesse sulla mia fronte: “col-cazzo-che-te-lo-faccio-alla-prima-sera-senza-che-me-l’hai-leccata-facendomi-venire!”.

Detto questo, ritornai in pista come se mi fossi fatta due Red Bull, la pista: alias nebbia a Milano, alias saloon del far west, alias discoteca berlinese, alias più vero dei veri stanzetta di Anna!. F. adesso era più agguerrito e caparbio.
– Non ti lascio in pace! –
– Eh cosa posso dirti! Facciamoci un po’ di compagnia, andiamo fuori al balcone? Porta un piattino di rustici, però? E una coca cola con ghiaccio e limone.
– F. era spiazzato, adesso era lui quello intimidito, e il mio termometro cattura-imbarazzi.degli-uomini era caldissimo! Sapevo come metterlo a disagio, mi piaceva mettere a disagio gli uomini. Era una cosa così facile! Però poi mi facevano pena!

– Frena Fiamma, sto poveraccio che ti ha fatto? –
– Esserino, voleva che gli praticassi del sesso orale! –
– E tu glielo avresti fatto? –
– Beh, sì, ma io poi? Rimanevo come la pasta asciutta? –
– Ti potevi sempre far riaccompagnare a casa “in macchina!”-
– Sì, poi tutti mi vedevano, meglio di no! –
– Fiamma! Tu sei un outsider, non hai bisogno dei giudizi di questi quattro amici provincialotti! –
– Alla fine mi dai coraggio Esserino mio! Anche se sei viscido e ignobile
F. ci provò la prima volta a baciarmi, ma si tirò indietro, aspettava il momento opportuno, il secondo magico.
– Senti freddo? –
– Sì, è dicembre, dai mettimi questa felpa sulle spalle e baciami!
F. mi mise la felpa addosso, era morbida, sapeva di lui. Il suo profumo mi colpì moltissimo, sapeva di maschio, di uomo, annuii con uno sguardo di compiacimento.
– Stai sulla strada giusta, mon cher! –
– Devi sempre, descrivere tutto? –
– Ti dà fastidio? –
– No! Poi me la spieghi la pantomima della techno, la fuga al bagno, il kajal sbavato? E se ti dicessi che ti trovo adorabile? Mi dai uno schiaffo? –

Il bacio fu lunghissimo, prima di lui ci respirammo entrambi, la sua pelle di barba appena fatta mi piaceva da morire, ma sentivo che stava crescendo, perché un po’ pungeva! La barba eh? Che cosa avete capito! Mi piaceva il suo collo, toccavo le sue spalle, era alto 1,87 e mi ci arrampicavo, sopra a quell’impalcatura di uomo! Mi prese in braccio, e mi appoggiò sul davanzale della finestra del bagno che dava sul balcone, in quell’angolino non c’era nessuno, ma se ci avessero visti sarebbe stato ancora più adrenalinico! ed io gli sussurrai nell’orecchio qualcosa. F. senza esitare, mi alzò la minigonna di jeans, mi cadde uno stivaletto a terra, fece un rumore incredibile, o forse ero soltanto sovrappensiero!

– Senza calze? Non senti freddo? –
– Non dirmi che te ne sei accorto ora che sto senza calze? –
– Sì, ma faccio finta di cadere dalle nuvole, per riscaldare l’atmosfera! –
– Hey, non ti riscaldo abbastanza io? Aspetta a salire con la mano… –
– Non ci credo, sei uscita di casa senza mutandine? –
– Sì –
– E ti fai toccare da me? –
– Perché lo voglio io, e guido tutto io, la tua mano è sulla mia fica perché l’ho deciso io! –
– Ed io ti lascio fare! –

F. mantenne la parola e la lasciò fare, la lasciò muoversi sulle sue due dita, (ultimo numero primo della storiella!), due dita che andavano contro le pareti interne della sua intimità e la lasciò danzare tra umori e liquidi, mentre con le mani si manteneva su quel freddo davanzale e si spingeva in avanti verso di lui. Le gambe tese, erano piegate e si facevano forza contro di lui e F. la accompagnava per mano al suo piacere, in silenzio, come un servitore fedele le offriva il suo aiuto, anticipando i suoi voleri e Fiamma si aggrappò al suo collo, perché altrimenti gli sarebbe caduta sul pisello, e a Fiamma non andava proprio di fare la principessa! Ci siamo intesi?

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Time takes a cigarette, puts it in your mouth

 

DOGMA#32

A maggio il profumo delle rose è intenso. Fiamma sentiva sulla pelle ambrata la trasformazione di quella leggera brezza, che da fresca, si faceva sempre più tiepida e calda. A maggio ripensandoci erano nati tutti i suoi “amichetti”, tutti nati sotto il segno del Toro, e credetemi, ogni riferimento è puramente casuale! Maggio n° 5 è l’anticamera dell’estate e delle fantasie che la infiocchettavano, le sembrava di andare a letto con questo mese e mettersi sulla pelle solo cinque gocce della sua migliore rugiada! La sua stanzetta profumava ancora di vetiver e sandalo e piano piano stava abbandonando quella insolita abitudine di accendere candele, e vestirsi da Guru del cavolo! Preferiva starsene chiusa lì dentro ad ascoltare i Rolling Stones o i Cocteau Twins, questa pratica, infatti, le aveva salvato la vita in più di un’occasione.

Quella mattina, però, si era svegliata tutta sudata e con una strana oppressione in petto: aveva bisogno di aiuto. Aveva sognato, infatti, i suoi professori messi in cerchio che le dicevano: i problemi sono i tuoi e devi risolverli da sola, aveva sognato i suoi genitori che scuotevano la testa in segno di disapprovazione: l’hai combinata grossa Fiamma, e stavolta davvero non possiamo aiutarti, no no. Sognò perfino il cane che alzava la zampetta e le pisciava sulla gamba. E, cosa più brutta di tutte, Fiamma urlava e nessuno riusciva a sentirla.

Cercava di comunicare, ma niente, nessuna risposta, nessun cenno! Il silenzio! Le sembrava di essere stata catapultata in uno di quei film di Lars Von Trier o di Cronenberg, dove, ad un certo punto, nel bel mezzo di un labirinto, ti cuci le labbra con ago e spago, o peggio ancora ti trasformi in una mosca! Tutta pelosa e con un siero che fuoriesce da chissà dove. Fiamma aveva un pessimo rapporto con i sensi di colpa, per lei, semplicemente non esistevano, ma loro, come dire, “erano de coccio!” e a volte entravano a gamba tesa, perfino nei suoi sogni. Ah Tony, detto “il nazareno”, quanto dovrai ancora tormentarmi?

Certo è, che il nomignolo era proprio in pieno stile “goodfellas”, ma echi da Nino Rota a parte, il soprannome le venne in mente, quando lo vide per la prima volta; il signorino aveva una barba lunga, sandali ai piedi e una camicia sahariana aperta sul collo con tante e tante collanine, coup de foudre?
Tony era stato un suo amichetto si erano conosciuti fuori scuola l’ultimo anno, e lui subito attaccò bottone.
– Carola, stasera su Raitre danno Cera una volta in America, ce lo vediamo insieme? –
– Ah ti piace questo film? Ma non sei un po’ piccola per vederlo? –
Fiamma, era in modalità dolce-ingenua-che-vuole-incoraggiare-gli-uomini!
– Beh, è un po’ forte, però credo ne valga la pena non trovi? –
– Ti piace, De Niro? –
– Abbastanza, anche se per esempio, ne Il Cacciatore mi è piaciuto di più Christopher Walken
– Ah ma lui ha vinto l’Oscar per quel ruolo!
– Ah sì?  Non lo sapevo!
Ochetta-che-cade-dalle-nuvole-in-azione
Iniziarono la loro relazione al McDonald, davanti un mega cheeseburger, innaffiato di patatine e rutto libero e cominciarono di rito tutti i pomeriggi insieme, le passeggiate mano nella mano, gli amplessi furtivi a casa sua o da lui, e le vacanze al mare! Due vacanze al mare.

Qualcuno, un giorno le disse che in una relazione c’è sempre quello più preso, quello che sta più avanti, quello che dà di più e quello che dà di meno, quello lento e quello veloce, quello che corre e quello che va piano. Fiamma non aveva mai capito quelle dinamiche, perché lei correva veloce verso la passione: passione che avvertiva nascere in modo compulsivo, violento, forte e deciso. La passione non l’ha mai tradita, come il suo istinto e questi ragionamenti rallentavano la passione, la tenevano alla larga, erano un repellente antisesso.

Per carità, la vita è fatta anche di queste cose: scegliere il corredo, i mobili, la cerimonia! Ma a Fiamma queste cose non interessavano, vedeva tutto lontano, vedeva la sua intera esistenza dentro un caleidoscopio, ma era sempre lei a muoverlo e comporlo! Un sabato sera, rimasero a casa, Tony le preparò il riso al curry, misero su un vecchio film degli anni Settanta chiamato “Fragole e Sangue”, Fiamma già l’aveva visto, ma preferì non dirglielo.
– Stiamo insieme da un po’! –

Le sue dita intrecciavano i suoi capelli neri, quella sera Fiamma era su di giri, e dopo il film aveva alzato un po’ il gomito, sarà stato il vinello rosso, ma si sentiva strana, e lui aveva voglia di parlare della vita a due e delle promesse e dei quadretti del futuro.
– L’importante è stare vicini Tony, io sono qui lo sai.
– Io vorrei di più da te… –
– Di più? Perché non ti do abbastanza? Quanto vuoi 1 kg di tette? Ti bastano? –
– Cosa c’è le vendi a peso ribassato? Mi sa che sono un tantino di più! Eh?

Tra risatine, doppi sensi e adrenalina, Tony partì in quarta, e catapultò una domanda che sapeva di ghiaccio bollente, tipo cannone delle dodici!
– E cosa vorresti? –
– Io ti voglio sposare, Fiamma –
– Siamo giovani Tony! –
Lui la abbracciò fortissimo, la tenne stretta, come se volasse via da un momento all’altro. Non sapeva neanche lui cosa stesse dicendo, e una ventata di gelo e imbarazzo calò su di loro. Furono distratti solo dal rumore della videocassetta che si riavvolgeva.
– Vuoi due pistacchi? –

In cucina Fiamma, aprì il frigorifero e mise la testa dentro.
– Era serio, porca misera! Perfino io me ne sono accorto! –
– Ognuno anticipa i tempi, lui ha questa capacità, prendi i Pixies con Surfer Rosa, cavolo era un disco degli anni Ottanta, ma il sound apparteneva tutto alla decade successiva! Non trovi che questo sia profetico? –
– Fiamma, hai ricominciato con i voli! –
– Ok, Esserino lasciami un po’in pace qui dentro va bene? –
Ragazza-che-cerca-di-sdrammatizzare-chiedendo-cosa-hai-mangiato?-O-che-dice-ma-che-freddo fa!-all’attacco!
-Tony assaggia questi pistacchi sono bio, li ha portati Carola da Bronte! –
– Pensavo avessi messo la testa nel congelatore! –
– Ma no i pistacchi stavano nella credenza! –
– Basta Fiamma, atterra ti prego! –
– Ok, ok, alzo le mani! –

Fiamma sentiva l’impulso di gestire la situazione anche quando si sentiva bloccata, ecco perché poggiò solo una gamba sulla sua spalla, mentre si faceva leva sull’altra per andare incontro a Mr O, e ad ogni spinta doveva irrigidirsi altrimenti non riusciva a venire, doveva mantenersi adesso al suo collo, adesso al lenzuolo, adesso alla maniglia della porta chiusa a chiave della sua stanza, era come negarsi e concedersi al Sig. Desiderio, che la voleva tutta per lui e completamente per lui. Tony ora le baciò il seno, le morse il mento, adesso il suo respiro era accelerato, come il suoi battiti, e il suo corpo iniziava a pulsare come un diapason, come una eco vibrante, come un’onda lunga . Lui sapeva che doveva succhiarle i seni, prima uno e poi l’altro, quella era la ricetta segreta, e così Fiamma tremò, sillabando il suo nome a bassa voce.

Seppe che si sposò con C. un’amica casa-chiesa-e-scopate-clandestine, una santarella che sniffava coca a Capodanno. E pensare che Fiamma, si mise con Tony per dimostrargli di non essere lesbica.
Ma lui le confessò, che ben gli sarebbe piaciuto il contrario!
A distanza di parecchio tempo, Fiamma si svegliò ancora con quella sensazione di “cose non dette”, del “forse le cose sarebbero andate in maniera diversa”, “dell’approdo sicuro” e “delle spalle coperte”, “del focolare e delle feste comandate”. Fatto sta che si svegliò ancora desiderosa di aiuto e nessuno continuava a muovere un dito. Mise allora Where Is My Mind, e le salì la nostalgia di persone incontrate e non riviste più, di treni persi e partenze fasulle, di speranze e nuovi propositi, perché ognuno aspetta la fortuna si sa, ma lei era ferma sul ciglio del bosco come se tutto dovesse ancora avere inizio, come se muovesse un caleidoscopio in bianco e nero stavolta.

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Immagine: Will Barnet, Atalanta from 27 Master Prints, 1979, USA.

LA MIA DROGA SI CHIAMA FIAMMA

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Lo so è da scribacchini improvvisati citare Hemingway attraverso Woody Allen, ma l’altra sera guardando Midnight in Paris, ho riflettuto sulle parole di Papa: La scrittura deve essere onesta, e vera, e coraggiosa e leale. Come quando hai davanti un cervo e devi spararlo con un colpo solo, il cervo non può difendersi, e allora non è leale bersagliarlo di colpi, non è giusto, non si fa! Ho parafrasato anche Cimino, e qualche volta mi sento anche io come una cacciatrice, ma chissà perché al femminile, la parola assumi connotati maliziosi, furbetti e volpini. Sai quanti racconti da cacciatrice potrei tirar fuori dal cilindro? E qui scatta un sonoro pernacchio!

E allora mi sono messa a scrivere, su questo foglio bianco, citandoli, riprendendo i loro passi e le loro riflessioni, alla disperata ricerca dell’estro. Ogni volta che penso a questa parola mi riaffiora alla mente un baretto che stava vicino la mia scuola media: “Il bar dell’Estro” per l’appunto, e nitida nella mia mente vi è la sua insegna luminosa e colorata. E’ in questo dedalo di viuzze e labirinti che di tanto in tanto cerco la mia ispirazione, e comincio a scrivere, partendo da una frase, da un ricordo, persino da un profumo, ma lasciamo perdere i profumi, sono ingannatori e portano sempre su sentieri sbagliati. Cerco di tessere una tela, di comporre un puzzle, non so ancora dove mi stia portando questo filo, ma voglio seguirlo, e roba così.

E’ stata una settimana pesante, (lo so l’accento non si mette così sulla “E’”, altrimenti è un apostrofo, ma sto talmente rintontita che non trovo il tasto!) Scrittura vera e onesta! Annaspo sul divano blu, non riesco a trovare i suoi cuscini, la stanchezza è tanta che mi sembra di scalare una montagna, c’è poco ossigeno, mi sto solo stendendo, eppure non riesco a farlo. Un senso di inquietudine mi assale, con una mano mi allungo verso il cellulare: niente, neppure un messaggio, una faccina, un piccolo cenno del tipo: sai esisto!

Nessun dolore aveva provato Fiamma quel sabato sera. Il sabato è una giornata particolare, ti aspetti chissà che cosa, chissà quale evento e mutazione, invece te ne stai lì a prepararti, ad agghindarti, a farti bella, per poi non fare nulla; quando ti riaccompagna a casa ti senti ancora più sola, con la domenica che ti fiata sul collo e ti ricorda che hai solo una manciata di “ore d’aria” al mattino, prima di sprofondare in quegli insopportabili e fastidiosissimi pomeriggi domenicali, delle tavolate, delle partite e delle cinture allentate dei pantaloni.

Che giornate inutili! E l’evasione? Luca era da un po’ che non si faceva sentire. Due settimane erano troppe senza di lui, troppe! Si, l’aveva incontrato a piazza Bellini, ma avevano bevuto solo un caffé, lui era troppo indaffarato con il lavoro e poi era in compagnia della secca biondina e coi denti storti, che rideva in modo sincopato, ad ogni sua cazzata! Lui aveva bisogno di una donna così, di una cagnolina, piccola e tenera da accarezzare quando gli andava, ma aveva bisogno anche di una gatta, indipendente e schiva, che si faceva viva quando le andava. Fiamma stava dando di matto per l’ennesima volta, perché lui spariva, perché lui accettava le sue scopate clandestine, perché sembrava asettico ogni volta che gli rivelava una sua avventura. Aria del sabato sera.

– La gelosia non mi appartiene
– Ma chi sta parlando di gelosia?
– Stai ricominciando a dare i numeri
– Sai cosa voglio da te, ma tu non ci sei
– Potevi evitare, di scopare con Robi
– Mi sentivo sola
– Tu, tu sei una droga
– Caro Luca, la nostra è una relazione basata sul sesso, se tu non rispondi “a chiamata” non lo è più, comprendi?
– Basta Fiamma, non ne posso più della tua ironia, di queste battutine comiche, ad effetto
– Sì, “la pezza sono io, ma che vergogna” come diceva Battisti?
– Ma pensi di far ridere? Ma sei ostinata! Sei testarda! Riduci il tutto ad una battuta

– Ah ecco, ricominci con la storia del solo-sesso e del solo-amore? Ma che significa? Stiamo bene insieme? Siamo felici? Adesso se lo siamo mentre scopiamo, o mentre andiamo in giro mano nella mano, al centro commerciale: ma dimmi tu, ma che cazzo cambia? Ti prego, spiegamelo questo Amore? Sì hai ragione, a volte faccio la matta! Perché voglio stare con te, perché voglio la tua carne, il tuo profumo, i tuoi baci, la tua lingua, non cerco conferme da te, non voglio risposte, voglio solo stare bene, voglio solo tempo, e voglio che questo tempo con te, sia felice. Cazzo, Luca, ho sempre paura che il terreno mi frani sotto i piedi, che domani non ti rivedrò più: ma perché questa violenza? Io con te sento tutto, è tutto così chiaro.

Cerco di districare la matassa ogni volta che lo rivedo, come un rituale, come una Penelope al contrario, dove Ulisse è già a Itaca, e dove i Proci aspettano fuori la porta. Una Penelope perpetua. Giochiamo alla roulette russa, ogni volta, ed ogni volta becco il colpo. A volte, credo di essere come la maggior parte delle donne: fragile, insicura, bisognosa di affetto, di complimenti, di attenzioni. A volte, mi viene voglia di togliermi la maschera della: tosta-che-non-ha-bisogno-degli-uomini. Di quella che sa tutto. Tutto di musica, tutto di narrativa, tutto ci cinema. La verità è che tento di nascondere il mio essere banale, civettuola, sempliciotta, che va in panico se si vede brutta, che va in panico se non ha un orgasmo, che va in panico se Luca o Robi, o qualsiasi altro uomo X non la guarda con occhi da leone! Che noia! Mi chiedo se bisogna sempre dare il massimo? Non rivoltare la frittata al qualunquismo, Fiamma! Hai detto che ti senti scontata a volte? E ammettilo!

Dicono che lo scorpione possa suicidarsi, e addirittura lo faccia per sbaglio! Il suo lungo pungiglione gli si inarca verso la schiena e muore, così per errore, in silenzio, esce di scena, senza avere intenzione di morire. Sfoglio pigramente l’oroscopo di qualche rivista patinata, chiassosa e colorata, sono dal parrucchiere, e leggo, cercando ardentemente quale sia la chiave del successo nella vita, la pietra filosofale, la fonte dell’eterna giovinezza e l’Eldorado, e così via, tutto il repertorio. Mentre leggo, mi immagino come una cartomante, negromante, zingara, ma sì, anche come una fattucchiera. Sono alla continua ricerca di pozioni e di elisir d’amore.

Sono una fan “dell’avanscoperta” di mondi paralleli, alternativi alla vita, migliori forse, ma sicuramente vergini, incontaminati e meritevoli di essere esplorati. Sfogliando quelle pagine volgari, goderecce e grottesche mi ritrovo catapultata in un orizzonte costellato di successi, di amori estivi e saturno contro, di quattrini racimolati per caso e colpi di fortuna. Ricordo del Millennium Bug, i più audaci asserivano di vedere la fine del mondo, di assistere al countdown della storia; non capitò nulla e posso dire che ci rimasi molto male. Ho sempre una certa sensibilità verso le evoluzioni, i cambiamenti, sono una studiosa attenta dei “giri di boa”, inconsciamente sono come quello scorpione che senza neppure saperlo si dà la morte, senza volerlo, ecco, licenziamolo così, ma in realtà, lui, non lo fa apposta, lui, non vuole morire. Sono autodistruttiva a volte, quando mi sento “accerchiata” faccio harakiri e passo a miglior vita! “Muoia Sansone con tutti i Filistei” dico a me stessa. Non riesco ad essere ipocrita con lei, non con quella Fiamma di luce e calore che abita dentro di me, non posso, non voglio.

Non apprezzo le mezze paroline, le frasi dette a metà, i giri e i giretti. Sono chiara e trasparente, di una lealtà ironica, però, che sa trovare il punto debole di ogni suo interlocutore in meno di una manciata di minuti. Come la migliore delle veggenti riesco a prevedere cosa accadrà, come si comporterà, io guido, ed io gli tengo la mano, come una Circe o come una Didone, ma senza sensi di colpa, senza soccombergli, a prescindere, se poi finisco i miei giorni in modo “pulp”, punta per caso dal veleno del pungiglione, beh, vuol dire che sono stata sconfitta dal più acerrimo dei miei nemici: la sfiga! L’ultimo sabato sera con lui è stato tremendo, mi mancava l’aria, non per la sua compagnia, alla fine l’avevo chiamato io, faccio sempre tutto io, io lo cerco, ed io lo scopo, in un mea culpa costante, mi ritrovo ad assumermi tutte le responsabilità del nostro strampalato rapporto. Il desiderio è sempre fortissimo tra noi, ma siamo due sconosciuti in fondo. Ripenso sempre a Ultimo tango a Parigi: due persone anonime, due perfetti sconosciuti, che si incontrano per caso in un appartamento e decidono di intrattenere una liaçon sessuale, così, senza neppure conoscere il proprio nome. Condivido questo status quo, per tanti motivi:

1) Perché ogni volta che ho un rapporto con Luca, mi sento esattamente come Maria Schneider, totalmente esposta a lui e completamente in balia della passione.
2) Se lo associo al mondo “fuori”, mi assale un bruciore di stomaco e mi passa tutta la voglia
3) Dopo, non riesco a vedere, per pochi secondi non riesco ad aprire gli occhi, perché?
Perché Luca ha questo effetto su di me? Perché non riesco a dirgli di no, di smetterla di cercarmi. Fiamma devi smettere anche tu, però, metti una pietra sopra, stop, chiudi la porta e getta la chiave a mare, insomma prendi una decisione. Sono di nuovo intrappolata, accerchiata, non riesco a darmi una risposta, il tempo mi aiuterà, deve aiutarci. Sono in preda ad un disturbo borderline della personalità, sono partita con uno scorpione e me ne ritorno a casa da sola. Amore che vieni e amore che vai, perduto in novembre o col vento d’estate. Voglio un cambiamento, eppure sto sempre qui, ho manie di grandezza parlando dell’onestà intellettuale, della lealtà, del mio essere franca, eppure mi comporto in modo fragile e insicuro. Sì, ho paura dell’abbandono, ma penso anche che, semmai Luca dovesse comportarsi come Paul, beh, sarei pronta a ballare ancora con lui, ma no, non per l’ultima volta.

Camminavo verso casa, nel pomeriggio umido, infreddolita e stanca. Camminavo a passo svelto, non volevo beccare nessuno, non mi andava di parlare con nessuno. Avevo le labbra screpolate dal freddo, i capelli sconvolti dal vento e il trucco inesistente, volevo il mio divano blu, il mio bagnoschiuma al sandalo e le mie erbe! Le mie insicurezze mi afferravano per il braccio e mi tiravano indietro, ma io caparbiamente le strattonavo e tiravo dritta, per quel vialone immenso del tramonto, veloce, fino alla metro. Mi aggrappavo al foulard di Hermès come ad un ancòra di salvezza, ( hey Fiamma ti piacerebbe il foulard haute couture!) barcollavo sui tacchi, (che palle vestirsi da donna! Eh? Meglio la tuta felpata e il pile ikea, i bigodini e la maschera all’argilla verde!) Da un po’ era ritornato. “Esserino”, aveva montato una tendina, con tanto di frigo e zanzariera, lo stronzetto! Adesso lo vedevo da lontano seduto su una sdraio a bere Coca Cola ghiacciata, sorridermi e dirmi: “Toh, guarda chi si rivede, la troietta incartapecorita mollata ancora da Luca!”

Adesso sostava in pianta stabile nel mio orecchio destro. Io non gli davo corda.Non vedevo l’ora di sentire il “clak” della serratura, e gettare tutte le cianfrusaglie sul mobile in Tek dell’ingresso. E invece ti vedo, come un fantasma, un riflesso in uno specchio, una proiezione deformata di me stessa. Te ne stavi a sfoderare quel tuo cinico sorriso, con l’ennesima biondina slavata e insipida. “Hey Fiamma, ma tu non sei mora con gli occhi neri?” E Il cosino bastardo sospirando mi sussurrava: “è proprio vero “Gentlemen Prefer Blondes!”. Stavi a palparle il culo, nell’insopportabile baretto dell’happy hour. Una lama mi trafigge, come un flashback rivedo la nostra storia e tu sei accanto a me, e mi tieni la mano, oppure io e te siamo affacciati ad un finestra qualsiasi e guardiamo il nostro appartamento da lontano, riconoscendoci nella nostra routine. Conoscevo quello sguardo da lupo e da leone, da iena e da gattone. Lo conoscevo fin troppo bene; era il tuo periodo rosa, stavi cavalcando l’onda giusta, era la tua modalità “post pista”, quella “pista”, l’unica cosa che contasse per te, ma io ti conoscevo prima di Lei, e prima di Lei con te! Insieme a quel bianco immacolato, avevo visto il rosso e il nero, avevo visto caderci a gocce, come lacrime, le mie lacrime. Ma non voglio dare tutte le colpe a Lei.

Ti vedevo dietro il vetro, come una mendicante, appiccicata ad una vetrina ricolma di dolci. La vetrina era quella di una pasticceria parigina, e i dolcetti erano confezionati con merletti e nastrini di perline. Ricordai di quando tu, eri “confezionato” per me, ricordai di quando io ti “scartavo”, velocemente, altrimenti mi passava la voglia, quando il sabato mattina mi passavi a prendere e iniziavamo in macchina, per finire il lunedì mattina. Cosa iniziavamo e cosa finivamo? Nulla. Mi accompagnavi in ufficio, e “buona settimana!”. Io ti chiedevo, spiegazioni su di noi, sul fatto che mi trascurassi, sul perché ti domandassi, se un giorno mai avessi voluto avere dei figli. Sembrava una cosa facile, sembrava facile avere dei figli. Li facevano tutti: due, tre, io non ci riuscivo, mi sembrava una cosa lontana, distante da me, un pensiero straniante.

Come se fossi condannata a trascorrere il miei giorni da “spettatrice”, e nel frattempo le attrici delle pubblicità prèmaman, mi avevano raggiunto con l’età! Ed io che mi sentivo ancora piccola e ancora giovane. “C’è tempo”, mi ripetevo come una litania! Nascondo la testa sotto la sabbia e nego l’evidenza! Poi è capitato, è successo, ma se ne è andato lui, giusto il tempo di affacciarsi e rendersi conto di quanto stronzi fossero i genitori, di quanto la mamma lo fosse, così ha alzato i tacchi, e acqua passata! Finalmente raggiungo il portone, metto la chiave nella serratura con la fase di “à plomb”, dovevo averla, era il mio istinto di sopravvivenza che mi imponeva di reagire, avevo di nuovo il controllo su me stessa, mi sentivo disinvolta, sicura, e avevo sbattuto dentro il cazzo di sgabuzzino tutti i problemi.

Volevo divertirmi, darmi, avevo bisogno anche io di una “dose”, della mia dose di Robi, adesso! Finalmente a casa, corro in bagno, accendo qualche candela, apro il rubinetto della vasca, mi spoglio velocemente, getto tutto all’aria, mi immergo nell’acqua calda, ripenso a quel mio modo di reagire con te, a quel mio modo di risponderti pilotando il discorso sul banale e sul sempliciotto, facendo l’ochetta a volte, e pregandoti di risolvere qualche problema al mio pc. Poi litigavamo, scomparivi per qualche settimana, ma tu sapevi che senza un uomo la sottoscritta non ci sapeva stare. Basta pensare, Fiamma! E allora prendo il telefono, cerco Robi sulla rubrica, lo chiamo devo sentire la sua voce, non riesco a stare ferma, stringo le gambe. Non risponde. Mi sono rilassata, l’accappatoio caldo prolunga la sensazione di calore, mi preparo una tisana, non so perché ricorra a questo modo di fare “New Age”, forse perché devo essere “originale” anche quando mi preparo la matricaria chamomilla L. bah! Sento bussare il campanello, forse è lui, ma no, non è impossibile.
Se ne sta lì sull’uscio con una bottiglia di vino, ed è anche venerdì sera.

– Robi, non ti aspettavo!
– No?
Non riusciva a togliersi quel sorrisetto piacione dalle labbra.
– Sai bene, che quando la signora ordina, il paggetto corre!
– Oddio, perché paggetto? Così ti immagino in calzamaglia e velluto verde pisello!”
– Vieni qui
Mi slegò il laccio dell’accappatoio, mi cinse a sé, facendomi sentire le sue unghie sui fianchi, unghie che muoveva à flor da pele, su e giù. Sapeva come fare, bastava così poco per farmi andare su di giri. Le sue mani pian piano si facevano spazio sul mio corpo, ancora umido, ancora caldo. Strofinai le mie labbra sul suo collo ruvido di barba, profumato di Roma, di uomo, di sesso. Aspiro, piccoli bacetti risalgono ora verso il retro dell’orecchio, gli piace, lo sento già duro, duro per me, duro grazie a me, e che spinge verso di me. Con le mani gli accarezzo la nuca, lo tiro indietro afferrando qualche capello tra le mie dita, voglio la sua bocca, lo bacio, avidamente, sempre, come se non ci fosse un domani, sempre, come se quello fosse l’ultimo bacio.

Non so, ma questi pensieri “apocalittici” mi fanno sentire più sicura, e più ricettiva al piacere, predisposta a lasciarmi andare. Robi, è avvinghiato, ora mi prende i seni, io non riesco a non muovere il bacino, che vuole le sue mani, la sua lingua e il suo cazzo. Sento la sua bocca piena di loro, succhia il capezzolo sinistro, quello più sensibile, lui lo sa, e mi fa eccitare questa “conoscenza”, mi fa eccitare più dell’atto in sé, Robi conosceva la mappa, e riusciva sempre a trovare la X. Ma se mai ci fosse stato qualche “intoppo”, l’avrei guidato io! Ovvio! Non so come, mi ritrovo a terra, a gambe aperte e i piedi poggiati ai lati della porta della cucina, Robi mi prende le braccia, me le mantiene lunghe sopra la mia testa e mi guarda negli occhi, l’accappatoio aperto, io completamente nuda, riprende a succhiare il seno, quello destro adesso, voglio “fargli” anche io qualcosa, ma non riesco a muovermi, non faccio altro che alzare la testa, elemosinando la sua bocca.

– Ti prego toccamela
– Decido io quando
– Non bloccarmi le mani, lo faccio io! Perché mi stai facendo soffrire paggetto verde pisello del cazzo!
Finalmente, scese giù, passando la lingua sull’ombelico, che più che mai era il centro del mondo!
– Mi piace quando te la tocchi, e la porgi alla mia bocca. Apritela, fammi vedere la carne rosa, la voglio leccare proprio lì, succhiare, mordere, e mi si gonfia il cazzo che la vuole.
– E allora che aspetti, leccamela
Robi, lo fece senza farselo dire due volte, gli presi anche la mano, perché avevo bisogno anche delle sue dita per venire.
– Lo lo so, anche il medio e l’anulare, principessa
– E la lingua
– So tutto, amore mio!

viviennelanuit©

Sei tu che mi guardi! John Wesley