June II

Con Yannick avevamo deciso di prenderci una pausa, dopo il viaggio a Salonicco avevo realizzato di quanto fosse superficiale e banale, di quanto fosse così bravo a letto, ma così vuoto, come una scatola tutta infiocchettata con dentro solo paglia, come un enorme palloncino pieno di elio, come un pensiero geniale che non trova risoluzione nel pratico. Ennesima delusione, tanto poi ci ricasco, vita permettendo. I miei no, non sono mai definitivi, sono terapeutici, come i rituali che ti danno sicurezza, le azioni previste e la camomilla delle 23, come l’acqua che ha raggiunto l’ebollizione e deve raffreddarsi e come la dieta detox del lunedì, dopo l’abbuffata della domenica. In una relazione devo arrivare al clou per troncarla, ne devo rimanere oltre poco disgustata per rifletterci su e tirare le somme. Devo dire che mi mancano quei pomeriggi al museo archeologico di Atene, darci appuntamento a rue Oktovriou, sederci in un kafeneio e baciarci fino allo sfinimento. Ho idealizzato Yannick come un mito greco, un mito della creazione, senza di lui non avevo identità, funzionavo solo con lui. Ho impiegato tanto tempo per eliminare quel sapore, il sapore di quelle sere estive e calde di Monastiraki, a casa mia. rincorrerci tra le statue, sfiorarci per provare quel brivido e finire a letto insieme, tutta la notte e con te tra le mie cosce, senza tregua. Mi dicevi che ero splendida come una luna accecante, come un’alba araba, come la mezzaluna fertile in un temporale estivo, rido ancora con te, che ti metti in testa i miei lunghi capelli neri, che mi metti le dita nel naso, che mi prendi in giro, che parli greco e non ti capisco. Ora, che riesco a pensare meglio, rivoglio quel periodo, perché è mio, perché mi appartiene, perché è di mia proprietà. perché è sospeso su uno scoglio in mezzo lo spazio, no, non sei stato una meteora nel mio universo, semmai lo sono stata io. Io a te mi sono aggrappata in tutti i sensi, con te funzionavo come donna, come amante, come compagna, come amica. Ricordo di come ero timida, di come non sapevo ancora modulare il piacere secondo i miei ritmi, ero acerba e incolta. No, non mi hai insegnato nulla, ho appreso da me e sono stanca del politically correct e delle zone franche, dei convenevoli, delle frasi fatte o delle cose non dette, voglio urlare e arrabbiarmi, sì, con quelli che fanno i discorsi razzisti, con quelle donne che non parteggiano per le donne, con le ingiustizie, con il groppo in gola che non va giù, con la voce roca per la rabbia. Ho bisogno di rabbia e di libertà, di correre e piangere, perché siamo chiusi in gabbia, perché giriamo in cerchio, perché il solco scavato è troppo profondo e mangio terra e fango e polvere. Mi sento prigioniera dell’ovvietà e dei luoghi comuni, è come guardare un film e conoscere già il finale, è come un déjà perpetuo, all’improvviso cado, gettandomi pesantemente sul palco, come faceva Jim, all’improvviso mi fingo cieca, provo fastidio, misantropia, orrore, delusione e rabbia, tanta, tanta rabbia che mi rincorre, mi afferra, a volte mi lascia in pace, ma poi ritorno e io devo fare qualcosa, poi arriva la pioggia, che lava via tutto, ritornano il sole e poi le nuvole. Odio i lamenti, i piagnistei, le colpe e i rimorsi. Non ho un cazzo di rimorso, io. Ho corso nel deserto e ho vinto, mi sono svegliata dal sonno senza baci, la paura è sempre lì, come la solitudine e l’ansia, ma fanno parte della giuria e io le accetto di buon grado e sorrido al giudice. Sono nata il giorno di San Martino e dell’estate indiana, dell’inverno caldo e della luce particolare. Basta, troppi pensieri. Mi scolo la boccetta dei fiori di Bach e altre cazzate New Age, accendo la lampada al sale e mi faccio i tarocchi. La verità è che voglio una cazzo di bambola Voodoo che ti trascini da me, voglio che arrivi in ginocchio, implorandomi di sedermi sulla tua faccia, voglio tirarti i capelli e tu mi lasci fare tutto, senza freni, senza tempo, senza regole, perché siamo immortali e perché siamo infiniti.

viviennelanuit©

I am always waiting for the sun

 

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