Maggio I

Alla Bobba c’era odore di sabbia bagnata, riuscivo a sentirlo dalla collinetta, impossibile non riconoscerlo, un odore prepotente che il vento trascinava a forza dal mare, un odore selvatico e pungente come il mirto e come le foglie dei pini di Aleppo, quasi balsamico. Ero ritornata sull’isola dopo una lunga assenza. La Tonnara era luccicante ai miei occhi, era una matrona romana che mia accoglieva con calore, il suo abbraccio rassicurante mi sussurrava calma, tranquillità e perdono. Avevo commesso troppi errori e dovevo purificarmi, ricordarmi di mettere sempre il balsamo dopo lo shampoo e bere un grappino dopo cena, ascoltare qualche canzone giusta e rileggere Celine, portare un cadeau ai vicini hippies e fumarmi una canna con loro, erano queste le cose che mi piacevano, dopotutto, volevo vivere immersa nel verde, confondermi con gli alberi e ammiccare il tramonto con il maglione in tricot bianco che mi avevi regalato per il mio compleanno. La solitudine ci rende più forti, più lucidi, più disperati.

Vado in paese a comprare due focacce al tonno e pesto come si usa qui, su quest’isola dimenticata, dove i sapori del sud su confondono con quelli del nord, dove si parla un dialetto arabo, dove il faro a ovest guarda il Mediterraneo e il profumo delle erbette selvatiche ti apre i polmoni.
Vado, non vado? Lo rivedo o non lo rivedo? Lascialo in pace Fiamma! Mi sento sola, ho voglia di compagnia, lui mi fa stare bene, è per la dose, devo avere la mia dose. Torno a casa, butto la bici in giardino, tra le siepi, apro la porta, faccio una corsa sopra, giro l’acqua calda della doccia, afferro il bagnoschiuma al sandalo, penso al lui, al Panettiere. Mi aveva scritto alcuni messaggi roventi, che sistematicamente avevo ignorato. Ceno, dormo.

Aveva piovuto tutta la notte e avevo deciso di passeggiare sulla spiaggia, mi piace camminare sulla sabbia bagnata, non ti dà fastidio, sembra un tappeto, ma anche le sabbie mobili, cerchi di di non bagnarti, ma ci cammini sopra a fior di granello, e si gelano i piedi. Mi siedo sulle travi di legno dello chalet, stendo la coperta è impossibile dimenticarti, mi circondo di palliativi, ma niente sei dentro di me, sempre, mentre guardo il mare, mentre conto i granelli della sabbia, mentre metto ordine nella mia testa, dove i pensieri si accalcano in cerca di una risposta e io mi sento soffocare, in preda al panico. Poi, ti vedo da lontano e forse mi sento meglio, ci spero fino alla fine che fossi tu, alla fine di quel vialetto, dove c’è la strada che conduce alla Tonnara.

Panettiere come stai? Quanto tempo, mi sento diversa, voglio parlare senza freni, voglio raccontarti dove sono stata, le persone che ho incontrato, quelle che ho dimenticato, ma io non voglio dimenticare, separare, vivere in scompartimenti stagno, voglio amare, voglio amarti. Abbracciami, perché mi sento sola, ho bisogno di te, non so cosa fare, lo so è lo stesso ritornello, a giro, ma alla fine della strada ci sei sempre tu, e ho bisogno di calore e di tenerezza. Mi prendi il collo con la mano destra, ruvida, fredda, ti avvicini, il tuo profumo: il pane, la farina, i biscotti. Mi metto composta, già mi sento turbata. Devo toccarti, le braccia, le spalle, le tue labbra . Il desiderio, perché? Non riesco a negarmi, a dire stop, è sempre una droga. Morirò, lo so, ma adesso voglio vivere. Cammino a quattro zampe verso di te, che sei seduto sul divano, faccio tutto io, perché ti voglio tantissimo e tu sei fermo e mi lasci carta bianca. Ti voglio annusare, inizia tutto dalle narice, dall’odore che scatena il mio olfatto connesso direttamente al cervello. No, non sei Luca, ma mi va bene tutto stasera, anche tu Panettiere. Grazie, che sei qui con me. Mi prendi le guance, mi aiuti a salire su di te, ho giusto il tempo di sfilarmi le mutandine, mi alzi la gonna, mi accarezzi dietro le ginocchia, le cosce, sono davanti a te, mi accovaccio, mi sbottono il reggiseno, inizi a succhiare (quello sinistro) sì, lo so, fai il timido perché ti piaccio, ma tu no, o almeno non abbastanza, per questo sono sfrontata, per questo mi comporto da troietta, e a te non ti frega e neanche a me. Puoi pensare tutto ciò che vuoi, ma adesso scopami, come sai fare tu, come so fare io con te. Ho perso tempo, in giro per l’Europa, e adesso sono vecchia, e tu ti sei sposato. Mi trastullo con l’isolano, mi fa compagnia, ma sono sola, in questa giovinezza resa schiava dagli anni che passano e dalla mia ostinazione. No, non voglio gabbie, ma voglio gli stessi sbagli, mi danno sicurezza, tu sei uno sbaglio, per esempio, e io voglio commettere lo stesso identico errore, sistematico, cadenzato, ciclico. Mi muovo cercando il punto debole, il mio, lentamente, senza fretta, tu vuoi correre, ma io ti faccio rallentare, mi stacco un secondo, ti bacio piano piano, ricomincio a muovermi, mi tocchi il sedere, senti che te lo stringo, getti la testa indietro, ti succhio il pomo d’adamo, mi sposto verso l’orecchio, hai il mio seno in bocca, stringo le gambe, iniziano gli spasmi, sento solo il mio corpo, mi afferri i fianchi vuoi dettare il tuo ritmo, per un po’ ti faccio fare, poi attacco il mio così fino ad esplodere.

                                                          viviennelanuit©

                           Bleu, white and flesh

2 pensieri su “Maggio I”

  1. Ho sempre pensato che l’essere isolani non fosse una condizione disagiata ma un lavoro sacrificale. Qui ne trovo la certezza, quando sporco d’eolo e di nettuno ti ritrovi tra le mani non una perla ma una gioia tutta da godere… normale come il sale che respiri e così come li hai dipinti senza nome ne una circostanza… l’incrocio soggettivo di due eruzioni… ma l’isolano si disseta dall’otre offerta di un dissetante seno… e carne a crepapelle!!!

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