The room

Quante cose ci siamo detti. Le conversazioni della fine del mondo le chiamo io, dove parli, parli e sembra che tutto l’universo sia concentrato in quella stanza, in quel momento e in quelle parole. Tutte le visioni, le emozioni, le sensazioni confluiscono in quelle frasi, come tante catene e intrecci. Sono tre anni che facciamo questo. Ogni tanto esci fuori, come il verbo di una subordinata mai conclusa. L’elemento paratàttico della mia esistenza.

Aspettavo dalla finestra il tuo arrivo, scendo le scale di corsa per venirti incontro, lo so, che sei l’uomo dell’ultima volta e delle frasi spezzate, del “non lo farò più” e delle ventiquattro ore di rigenerazione, lo so che hai bisogno del tuo tempo per riprenderti da me e dei tuo spazi per disintossicarti da me, come un cane che definisce il suo territorio, solo che sei tu in quell’area e tutti gli altri sono fuori. Quando sono con te non esistono più barriere e limiti, sono chiusa in un’ampolla atemporale e infinita, almeno fin quando lo decidi tu. Ho provato a scalciare, a dettarti le mie regole, a voler condividere il maggior tempo con te, e senza vincere, e non voglio vittorie e plausi, e non voglio gare e competizioni.

La nostra è una dannazione eterna, io non riesco a dimenticarti, non riesco a togliermi di dosso il tuo profumo, il tuo sapore, nel buio accarezzo i tuoi capelli, nel buio accarezzi le mie guance, ti stringo forte perché ho paura, ho paura di perdere per sempre la mia dose quotidiana. L’ultima volta sei stato chiaro, siamo amici, non possiamo ricominciare tutto daccapo, solo che poi passano i giorni ed io ti chiamo in lacrime, trascorrono le settimane e tu mi chiami ubriaco e in lacrime. Ci vediamo e tra le lacrime facciamo l’amore, questo atto purificatorio che ci libera dalle nostre angosce per il futuro, che ci dà forza e autonomia per qualche altro mese e tiriamo avanti. Eravamo andati a cena fuori, il caldo era soffocante, non riuscivo a respirare, ti avevo davanti a me e ti desideravo talmente da non riuscire a mangiare.

Era come se ti avessi sulle labbra in quel momento, riuscivo a sentirti a fior di pelle, la mia bocca era ricettiva a tutti i sapori e ti volevo tremendamente. Sei distante, parlo da sola, lo so è un vizio, parlo sempre da sola: con lo specchio, con te che non ci sei, con il muro, girovagando per la casa. La solitudine gioca brutta scherzi, mi sono abituata alla tua non-presenza. Poi decido di scriverti una lettera, mi siedo e respiro prendo carta e penna, e scrivo che ti amo, che faccio l’amore con il tuo fantasma nell’oscurità della notte, che cerco di ricordare il tuo profumo e le tue parole quando ti avevo dentro di me, sul divano a casa tua, dove modulavo il piacere su di te, dove ti avevo di fronte, presente, lo sguardo fisso nei tuoi occhi, il mio ventre che ti reclamava, i miei capezzoli turgidi per la tua saliva, tutto questo era una condanna a morte lenta e molto lenta.

-Mi senti? Siamo io e te adesso- mi sussurravi all’orecchio.

Afferro i ricordi con i denti. Perché? Perché, ormai mi resta solo questo di te, brandelli di profumi, sapori, e pezzetti di carne maciullati, siamo briciole, siamo piccolissimi elementi, siamo il nulla. Ti riscopro improvvisamente banale, come quando reputavi alcune persone della tua giovinezza dei semidèi sulla terra, le rivedi dopo anni, e sono banali, scontate, vuote e morte. Allora io, gli Dèi non li voglio più vedere, non voglio rimanere delusa. La delusione è la morte degli umani. Concediamoci ai piaceri della vita senza pretese e aspettative, voglio essere una ninfa ad un baccanale, con un calice di vino, con un grappolo d’uva, con l’orgasmo promiscuo. No, non con il sesso semplice. Poveri mortali. Voglio un rito propiziatorio di buon augurio, voglio liberarmi di te e della tua dipendenza. Voglio ballare da sola.

-Stai bene? Ti senti bene?

Me lo ripetevi tutte le volte che stavamo insieme, mi riempivi di parole, parole nelle quali io mi identificavo, e nelle quali avevo posto la mia fiducia, ma allora perché non sei qui con me? Perché vedo il tuo fantasma? Perché cerco di ricordarmi i tuoi baci, il tuo ritmo dentro di me, le tue dita sulla mia pelle, perché dobbiamo vederci quando vuoi tu? La vita ci passa davanti.

-Voglio un bambino da te, Fiamma, ma prima dovresti amarmi.

Le conversazioni della fine del mondo, mi hanno reso una prigioniera senza sbarre, la prigioniera di un solo pensiero. Così, da sola, me ne sto in un angolino, in un limbo senza possibilità di evasione, aspettando te, la tua giornata sì, i tuoi momenti giusti, senza parlare e in silenzio, perché le voci mi danno fastidio.

viviennelanuit©

Io, il divano e la stanza

Foto: Marija Kovac

2 pensieri su “The room”

  1. passiamo a leggere le nuove stanze di Vivienne. Prima storia, intensa, sembra autobiografica, il sesso come unica liberazione dalla sintassi quotidiana dell’esistere sentimentale. L’eros come unico vincitore di cosa? Qui perdono tutti, prima o poi anche la vagina di lei vorrà altro , altre storie, altre fini. Buon ritmo ma secondo me ci sono un paio di paragrafi di troppo ma il fatto che non sia una storia costruita di sana pianta per gratificare chi legge, il fatto che non sia pruriginosa ma di una tristezza infinita lo trovo positivo. Passerò per altri post e giuro che ti dirò esattamente quel che penso.

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